<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445</id><updated>2011-09-12T19:28:17.394-07:00</updated><category term='paganesimo'/><category term='politeismo'/><category term='BISSO'/><category term='isole'/><category term='imperatori romani'/><category term='ellenismo'/><category term='aruspici'/><category term='Assuwa'/><category term='Aureliano'/><category term='auguri'/><category term='romanità'/><category term='Asia'/><category term='anticitera'/><category term='questione omerica'/><category term='divinazione'/><category term='Pleiadi'/><category term='Achei'/><category term='Quirinale'/><title type='text'>ECHO' risonanze, ricordi, risvegli DIZIONARIO IDEOLOGICO DI PAGANESIMO</title><subtitle type='html'>per la difesa delle radici pagane dell'Europa</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>23</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-5447091318442323601</id><published>2010-12-16T05:53:00.001-08:00</published><updated>2010-12-16T05:53:58.811-08:00</updated><title type='text'>Aggiornamento</title><content type='html'>I contenuti di Echò, Dizionario Ideologico di Paganesimo Politeista, sono visibili su questo indirizzo: https://sites.google.com/site/vittoriofincati/dizionario-ideologico-di-paganesimo&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-5447091318442323601?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' 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src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-2785276026419491679</id><published>2010-06-28T13:49:00.001-07:00</published><updated>2010-06-28T13:49:54.817-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Quirinale'/><title type='text'>QUIRINALE</title><content type='html'>Il colle del Quirinale ha conteso e contende nel corso dei secoli al Campidoglio una certa supremazia simbolica sulla città di Roma. Non solo fu la prima sede “urbana” di Roma, ma per secoli (dal 1585) ha ospitato la sede “estiva” del potere politico dei Papi, poi Palazzo reale dei Savoia e, ultimamente, di quel potere politico che è comunque asservito ai Papi. Questa contrapposizione col Campidoglio era significata anche da una certa contiguità materiale, una dorsale o sella, che collegava le due sommità, e che fu spianata ai tempi di Traiano (la cima della Colonna traiana ne indica l’altezza originaria). Il colle era un tempo assai scosceso e verticale: le vallette che lo circondavano sono ora colmate per un’altezza di circa 15 metri. Sulla cima più alta del Quirinale – era costituito da quattro sommità – esisteva il cosiddetto “Campidoglio arcaico” (Capitolium vetus), tempio dedicato alla Triade e più antico di quello sorto sul Campidoglio. In seguito vi venne edificato il tempio di Quirino. Infatti il Quirinale fu occupato in epoca pre-urbana da genti di ceppo sabino, non latino, i Quiriti, provenienti dalla città di Cures, che soppiantarono un più antico culto di Giano. Ai resti del tempio di Quirino si accede tramite una botola posta nei Giardini del Quirinale. La festa quirinale si svolgeva il 17 febbraio, poi Augusto la spostò.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Numerosi altri templi vi sorsero nel corso del tempo ma il Quirinale è il luogo dove la furia devastatrice e spoliatrice del clero cristiano e del popolino ad esso asservito si è fatta maggiormente sentire. Restano infatti ben poche tracce di essi, tra cui primeggiava il gigantesco tempio di Serapide, voluto da Caracalla, l’edificio più imponente e scenografico della Roma imperiale: a Villa Colonna si conserva un blocco di marmo del peso di oltre 100 tonnellate che è il frammento architettonico pià grande di tutta Roma! Le ultime vestigia appariscenti furono demolite nel 1630. Ben conservate sono invece due possenti statue di Dioscuri che ornano attualmente Piazza del Quirinale provenienti dalle vicine piccole Terme di Costantino (ora Palazzo Rospigliosi), anch’esse andate interamente distrutte, pur essendo state le ultime Terme costruite a Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra tanto sfacelo, resta, seppur nascosto (in un sotterraneo di via del Quirinale n°30), un altare pagano consacrato al Dio del Fuoco: Vulcano. E’ l’unico altare superstite della serie di altari voluti dall’imperatore Domiziano per “circondare” le tracce dell’incendio neroniano dell’Urbe. Il 23 Agosto di ogni anno vi si celebravano sacrifici (un maiale e un vitello dal manto rosso) per scongiurare gli incendi. Nell’area di Villa Barberini c’è invece, tra i meglio conservati (in parte) un Mithreo. Sul Quirinale vi erano anche importanti ville patrizie, tra cui quelle di Pomponio Attico, della gens Flavia e di Sallustio (horti sallustiani, il più grande parco-giardino di tutta Roma). Nella parte più ampia della zona del Quirinale, l’attuale spazio prospiciente la Stazione Termini, si possono scorgere ancora importanti resti delle Terme di Diocleziano, che furono le più grandi di tutto l’Impero Romano. Nel 1598 una struttura ancora in piedi delle antiche terme venne trasformata in chiesa, quella di San Bernardo; anche la facciata della chiesa di Santa Maria degli Angeli fa parte del gigantesco bagno pubblico, e precisamente del luogo dove si sudava e ci si sgrassava la pelle, il Calidarium. L’interno della chiesa invece, occupa l’area dell’antica natatio, la piscina dove i pagani sguazzavano nell’acqua; si può affermare qundi senza tema di smentita che il dio dei Cristiani viene tutt’ora adorato in ciò che fu un bagno pubblico: vendette della storia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-2785276026419491679?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/2785276026419491679/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=2785276026419491679&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2785276026419491679'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2785276026419491679'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/06/quirinale.html' title='QUIRINALE'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-6574337795456730</id><published>2010-06-05T10:36:00.000-07:00</published><updated>2010-06-05T10:38:46.693-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='isole'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='anticitera'/><title type='text'>ANTICITERA</title><content type='html'>(gr. Aigila - Ogylos it. Cerigotto) – piccola isola posta fra l’estremità occidentale di Creta e quella meridionale del Peloponneso, a breve distanza dalla più grande Citera, famosa per il culto di Venere. L’isoletta è estremamente isolata, forse più oggi che nell’antichità, tanto che si appoggia, amministrativamente, alla Prefettura del Pireo (Atene). Rispetto all’antichità le sue coste sono sprofondate in mare di circa due metri. La popolazione stabile assomma a circa 50 abitanti, mentre un tempo era notevolmente più popolata. E’ collegata al resto del mondo dalle saltuarie soste del traghetto che collega Creta ad una cittadina del Peloponneso, e da un eliporto che collega all’aereoporto della vicina Citera. Al pari delle non lontane isole Strofadi, è una importante sede di passo per uccelli migratori. Tuttavia la sua maggiore rinomanza è dovuta al cosiddetto meccanismo di Anticitera, unico esemplare ritrovato di un elaborato meccanismo (in termini scientifici rotismo epicicloidale o differenziale) di calcolo astronomico, utile anche per la navigazione, rinvenuto in una nave del I° sec. a.C. affondata lungo la costa, i cui analoghi furono “inventati” solo mille anni più tardi. Il meccanismo è visibile al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Nelle acque dell’isola sono stati trovati altri due reperti di fama mondiale: la testa di filosofo e l’efebo di Anticitera. Nella sua parte settentrionale sono in corso scavi per accertare la consistenza di un insediamento antico, di cui restano ancora mura perimetrali di sei metri di altezza. Forse tale insediamento risale al periodo in cui l’isola era un presidio dei pirati cilici, debellati da Pompeo, o dai pirati della città cretese di Falasarna, debellati pochi anni prima dai Rodioti. Di quel periodo si conserva in ottime condizioni uno scivolo per trarre a secco e al sicuro le navi dei pirati. Vi sono anche tracce di un tempio di Apollo, di cui fu trovata una statua. L’isola seguì poi le vicende dell’impero romano per poi cadere sotto il dominio arabo, con la conquista di Creta. Nel 1204 fu occupata dai Veneziani e popolata da profughi greci che sfuggivano al dominio turco. Al tempo di Napoleone fu abbandonata dai Veneziani e, dopo un periodo di anarchia, passò nel 1815 agli Inglesi. Nel 1864 divenne parte del rinato stato greco. Anticitera, nome del tutto posticcio, potrebbe essere la mitica Ogigia di Omero? Il suo antico nome pare fosse infatti Aigila o Ogylos. In tal caso è curioso notare la presenza, nella pianta dell'isola (che ricorda fortemente la Corsica), del promontorio di cui Omero dice Ulisse si ritirasse a piangere la patria perduta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-6574337795456730?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/6574337795456730/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=6574337795456730&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/6574337795456730'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/6574337795456730'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/06/anticitera.html' title='ANTICITERA'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-8580922119864739512</id><published>2010-05-25T09:44:00.000-07:00</published><updated>2010-05-25T09:46:29.634-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Asia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Assuwa'/><title type='text'>ASIA (Assuwa)</title><content type='html'>ASIA (itt. Assuwa, gr. Asía) L’origine dell’Asia, come caratterizzazione geografica, è inversamente proporzionale alle dimensioni attuali del toponimo. In origine l’Asia era un termine dell’Anatolia occidentale, noto agli Ittiti come Assuwa, e dislocato genericamente in un’area compresa all’interno di quella che sarà poi la Provincia romana di Asia. Di questa regione Assuwa sappiamo unicamente dalle cronache degli Ittiti (Lettera di Milawata; Lettera di Tawagalawa), i quali la occuparono verso il 1400 a.C. con il re Thudhaliya I. I Greci, già con Erodoto, chiamarono poi per estensione con tale termine tutta l’Anatolia e quindi il dominio persiano; infatti Alessandro Magno, giunto ai confini orientali di quell’impero, riteneva di essere giunto ai confini del mondo. Più tardi ancora il termine si estese a designare l’intero continente asiatico. L’origine del termine Assuwa è controverso, anche se dovrebbe risalire all’idioma pre-ittita parlato nella regione anatolica e forse potendosi mettere in relazione con importanti termini topografici contermini: si è fatto il nome della città egea di Assos. Strabone parlò (XIV, 1, 44) di un eroe di nome Asios (Esione?), cultuato nei pressi del fiume Caistro, in Caria. Pertanto Assuwa non necessariamente designa uno stato ma potrebbe riferirsi ad un mitico eroe che combattè gli Ittiti e nel cui nome gli anatolici di lingua luvica crearono la Confederazione di Assuwa. Questa confederazione avrebbe ereditato le funzioni del più antico regno di Arzawa, frammentatosi in una miriade di stati sotto la pressione degli Ittiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Col nome Lega di Assuwa si designa una confederazione di 22 stati (tra cui Troia e la Troade, posta dalla Lettera di Tagawalawa a nord-ovest) che si erano opposti al dominio ittita di Thudhaliya I. Si trattava di regni parlanti una antica lingua indoeuropea, il luvico, e popolati da genti frutto della commistione di popolazioni neolitiche con successivi apporti indoeuropei. In precedenza la Confederazione di Assuwa entrò in conflitto con gli Achei, e ciò spiegherebbe il motivo dell’improvviso ritiro delle sue truppe dal teatro della battaglia di Qadesh (1274 a.C.), dove militavano a fianco degli Ittiti contro gli Egiziani. Agli eventi bellici scaturiti dall’invasione achea potrebbero essersi riferiti i canti che poi Omero convoglierà nel suo poema Iliade. Infatti all’epoca del conflitto gli Achei (Ahhiyawa) avevano già saldamente occupato la città di Mileto (itt. Milliwanda); un documento ittita noto come Lettera di Tawagalawa, indirizzata ad un re di Ahhiyawa, dice: «Ora noi siamo venuti ad un accordo su Wilusa (Troia), sulla quale noi abbiamo fatto la guerra». Nell’Iliade infatti gli Achei non combattono solo contro la città di Troia ma pure contro altre regioni posto sotto il controllo di Assuwa (campagne di Achille nell’Egeo settentrionale e di Aiace Telamonio e ancora Achille in Frigia). Inoltre molti alleati dei Troiani li ritroviamo nei nomi etnici di alcuni Popoli del Mare.&lt;br /&gt;La provincia romana di Asia, di rango senatoriale, aveva capitale Pergamo, ben presto spostata ad Efeso; era stata istituita nel 133 a.C. ed era amministrata da un Propretore e poi da un Proconsole. Fu creata per amministrare il regno di Pergamo, lasciato in eredità a Roma dal suo ultimo re: Attalo III, più qualche altro territorio appartenuto ad Antioco il Grande. L’evento più significativo della neonata Provincia fu la sua invasione nell’88 a.C. da parte del re del Ponto, Mitridate V e del massacro di tutti gli italici residenti (si stima alcune migliaia). La Provincia condivise in seguito le sorti dell’Impero Romano e di quello Bizantino, fin quasi all’epoca della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi. Si può quindi dire che fu l’ultima Provincia d’Oriente a rimanere “romana” in ordine di tempo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-8580922119864739512?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/8580922119864739512/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=8580922119864739512&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/8580922119864739512'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/8580922119864739512'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/05/asia-assuwa.html' title='ASIA (Assuwa)'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-6092037940511823538</id><published>2010-05-06T05:15:00.000-07:00</published><updated>2010-08-22T10:57:47.983-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='questione omerica'/><title type='text'>QUESTIONE OMERICA</title><content type='html'>Il dibattito sui due più famosi poemi della storia europea, l’Iliade e l’Odissea, nacque assieme al razionalismo greco, con Zoilo di Anfipoli che nel IV secolo a.C. scrisse una confutazione dell’opera omerica in nove libri, &lt;i&gt;Contro la poesia di Omero &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;Omeromastix&lt;/i&gt;. Per punire Zoilo di avere dissacrato l’epica omerica, si tramanda che questo scrittore facesse una fine infame e vergognosa. &lt;b&gt;L’Iliade e l’Odissea infatti costituirono e costituiscono tutt’oggi uno dei fondamenti del sentimento ideologico che conglomera attorno alla grecità la ormai dispersa umanità “occidentale”. &lt;/b&gt;Già nel VI secolo a.C., però, c’era stato il tentativo di appropriazione ideologica a favore di una componente parziale di questa grecità: lo stato ateniese, per appoggiare quell’espansionismo che raggiungerà il suo culmine successivamente con Pericle. Un informato autore del II secolo d.C., il prenestino Claudio Eliano, ci ricorda che i poemi omerici (che in origine non avevano una struttura organica: « Pisistrato mise insieme il tutto e costituì l’Iliade e l’Odissea »), vennero fatti conoscere nella Grecia continentale dallo spartano Licurgo, al suo ritorno dal viaggio che fece nei luoghi dove quei canti erano nati; successivamente l’ateniese Ipparco, figlio di Pisistrato, ordinò di cantarli alle Panatenee (Storie Varie, VIII, 2 e XIII, 14). Siccome le Panatenee erano le massime festività di Atene che richiamavano gente da tutta l’Ellade, è evidente il tentativo di Ipparco di associare il fulgore della città e della sua potenza a quello mitico dei poemi. Ma Atene non fu l’unica, anche se l’edizione che noi conosciamo pare che derivi proprio dalla manipolazione eseguita in quella città. Come ha scritto l’archeologo Paul Faure: “Possiamo essere sicuri che il testo abbia subito alcune modifiche per compiacere i signori dei diversi Stati greci, i tiranni, i re o gli aristocratici. Ogni grande città ebbe la sua versione e perfino la sua edizione particolare del testo omerico, da Atene fino a Marsiglia” (Ulisse il Cretese, p.278). Ciò cosa significa? Che quella che noi oggi leggiamo come Iliade e Odissea è un rifacimento di un testo originario scomparso già all’epoca classica! &lt;b&gt;Pertanto appare in tutta la sua arbitrarietà tutta una serie di libri scritti da autori moderni che voglio dislocare la saga omerica in questo o quell’ambito “extra-greco” appoggiandosi alle evidenti incoerenze presenti nel testo che noi possiamo leggere!&lt;/b&gt; Ad avvalorare questo dato di fatto, vi è la conoscenza del personaggio che materialmente operò la manipolazione. Pisistrato infatti conferì l’incarico di assemblare i canti omerici ad uno strano personaggio, Onomacrito, il quale dovette certamente raccapezzarsi con precedenti manipolazioni avvenute dal tempo di Licurgo. Scrive sempre Paul Faure: « …si possono facilmente immaginare tutte le modifiche da una parte e tutti i commenti dall’altra che gli educatori, fin dall’epoca di Tirteo, maestro di scuola a Sparta verso il 675, potevano apportare a loro piacimento ai canti ». Onomacrito però, oltre che un bravo letterato,  era la persona giusta per “aggiustare” in senso filo-ateniese la saga omerica. Andò in esilio per avere inserito in una raccolta di oracoli veri, un oracolo falso, relativo alla distruzione di un’isola greca (Lemno) ostile ai Persiani. Era stato insomma colto in flagranza nel tentativo di mettere in cattiva luce Lemno ostile ai Persiani (e i Pisistratidi non lo erano, anzi, una volta perso il potere, andranno guidati proprio da Onomacrito alla corte del re di Persia!) manipolando del materiale sacro. Erodoto (VII, 6), scrive di lui, che una volta giunti alla corte persiana, i Pisistratidi misero in scena una truffa. Mentre parlavano con venerazione di Onomacrito, per presentarlo come una specie di profeta, quest’ultimo si metteva a recitare gli oracoli di cui era a conoscenza, omettendo studiatamente quelli sfavorevoli ai Persiani e rimarcando invece quelli che vedevano in Serse il conquistatore dell’Europa, per indurre il re persiano a muovere guerra e rimettere i Pisitratidi al potere in Atene come capi subalterni. Quindi non vi è nulla di stupefacente se analogo tentativo di manipolazione era stato fatto da Onomacrito per l’Iliade e l’Odissea. Basti pensare al ruolo poco conosciuto di Atene nella creazione di miti magnogreci in funzione antisiracusana. La leggenda troiana, ha scritto Lorenzo  Braccesi, “costituisce, nel V secolo, il più importante supporto propagandistico alla politica occidentale di Atene; la quale attribuisce una nobilitante origine troiana a più genti anelleniche d’Italia o di Sicilia con le quali ha interesse, o necessità, di intrattenere rapporti diplomatici.” Ma, ripetiamolo, i poemi omerici, così come noi li leggiamo, non sono soltanto il frutto di adattamenti agli interessi politici di questa o quella città greca, ma soprattutto il frutto di banali discordanze ed errori di trascrizione e omologazione compiuti da singoli letterati, &lt;b&gt;errori che hanno dato agio a molti scrittori moderni di accreditare per vere le loro ipotesi di un Omero un po qua e un po là nel mondo.&lt;/b&gt; Uno vera e propria manipolazione invece, fu opera di Aristarco di Samotracia, che nel III secolo a.C. espunse di suo arbitrio dal testo del IX libro dell’Iliade i versi 458-461, ritenendoli contrari all’etica del suo tempo! Ancora oggi tali versi sono assenti da moltissime edizioni dell’Iliade, e se non fosse stato per Plutarco che ne fece menzione tramandando i versi omessi, oggi non ne sapremmo niente. Lo studio e la collazione dei manoscritti omerici operata ad Atene non soddisfece però gli studiosi antichi, come Antimaco di Colofone, Alcidamante e Ippia di Elide e i loro successori, i quali, scettici del lavoro finora compiuto, organizzarono presso la Biblioteca di Alessandria, nel III secolo a.C., un centro di studi omerici. Tra i nomi più importanti sono da segnalare Aristofane di Bisanzio, Aristarco di Samotracia, Didimo di Alessandria, giungendo fino all’epoca bizantina, con i cristiani Giovanni Tzetzes ed Eustazio di Tessalonica. Nei tempi moderni la Questione Omerica non si è spenta, si è anzi vivacizzata grazie agli apporti di vari studiosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una tra le più recenti questioni omeriche è quella posta da Martin Bernal, autore di Atena Nera, circa la ipotetica partecipazione ad una guerra troiana di un faraone egizio, Sesostri, sulla base di alcuni versi di Apollonio Rodio: « Dall’Egitto si racconta che un uomo percorse tutta l’Europa e tutta l’Asia, fidando nella potenza e nella forza e nel coraggio del proprio esercito; e infinite città fondò nella marcia, alcune ancora abitate, altre no. Che moltissimo tempo è trascorso ». Solitamente, quando si parla di Troia, non si accenna alla presenza di truppe africane sotto le sue mura, anche se esiste una consolidata tradizione a riguardo. La questione, questa nuova questione omerica, è tuttavia complicata. Sono esistite infatti molte città di Troia, una sopra l’altra, dal 3000 a.C. fino all’epoca bizantina. Forse tutte sono sempre rimaste lì dove le hanno scavate gli archeologi, fin dai tempi settecenteschi dei viaggiatori Robert Wood e Jean-Baptiste Lechevalier, di Heinrich Schliemann e del suo collaboratore Dörpfeld, dei recenti scavi delle Università di Tubinga e Cincinnati. Per capirlo dobbiamo spostarci idealmente al confine meridionale dell’antico Egitto, vicino alla Nubia (Sudan), dai Greci chiamata Etiopia, la terra dei Faraoni « neri », oggi in parte sommersa dalle acque del lago Nasser. Qui, sorse la XII Dinastia, i cui principali Faraoni furono Senwosre I (1959-1914 a.C.) e il figlio Amenehme II (1917-1882 a.C.), che secondo gli studiosi possedevano caratteri somatici « neri » così come l’elemento umano grazie al quale potettero affermarsi e dominare anche l’intero Egitto. «A quale “razza”, dunque, appartenevano gli antichi Egizi? (…) io sono convinto che, almeno per gli ultimi 7.000 anni, la popolazione dell'Egitto è stata costituita da tipi africani, asiatici sud-occidentali e mediterranei. È an¬che chiaro che più a Sud si va, più si risale il Nilo, più nera e più negroide diviene la popolazione, e che così è stato per questi 7.000 anni. Ritengo che la civiltà egizia fosse in essenza una civiltà afri¬cana e che l'elemento africano vi fosse più forte durante l'Antico e Medio Regno, prima dell'invasione degli Hyksos, di quanto poi divenne in seguito. Sono inoltre convin¬to che molte delle più potenti dinastie egizie che risiedette¬ro nell'Alto Egitto — la I, l'XI, la XII e la XVIII — furo¬no costituite da faraoni che potremmo assai utilmente defi¬nire neri» (Martin Bernal).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma cosa ci dicono questi due nomi, Senwosre I e Amenehme II, difficili da leggere e pronunciare? Probabilmente nulla, a meno che non li « grecizziamo » in  Sesostris e Memnone. In tal caso le cose cambiano e si intravede da lontano la connessione con Troia. Ma rimaniamo ancora un attimo vicino alla Nubia. I due faraoni citati sono noti agli egittologi per la grande espansione militare che dettero all’Egitto, alle loro guerre di conquista fino oltre la Siria; si trattò di una hybris analoga a quella che colse Alessandro Magno molti secoli dopo, tanto da sovvertire lo stereotipo tradizionale che vuole gli Egizi un popolo sostanzialmente non imperialista, ma pacifico, conservatore e passivo. Grazie ad una iscrizione rinvenuta su una stele e pubblicata nel 1980 sulla Revue d’Egyptologie, la cosiddetta iscrizione di Mit Rahina, si è appreso che i due Faraoni fecero una spedizione per terra e per mare alla conquista di paesi oltre la Siria, i cui nomi non figurano però in nessun altro testo egizio (la terra di Stt, le città di Ỉwзỉ , Ỉзsy e Tmpзw) forse a testimonianza della loro lontananza. Questi paesi erano però indubitabilmente anatolici, poichè nell’elenco dei beni di bottino che l’iscrizione dice venissero portati in Egitto, ve ne erano che potevano provenire solo dall’Anatolia. Anche il cosiddetto Tesoro di Tod – cioè il ˝deposito di fondazione˝ del tempio del dio della guerra Mont, caro ai due sovrani egizi –, contiene materiali di prevalente origine anatolica e addirittura tracia. Insomma, per sintetizzare a beneficio del lettore i due capitoli che Martin Bernal consacra alla questione « Sesostris », questo Faraone intraprese una spedizione di aggressione e razzia a nord della Siria, in Anatolia, causando, come ha riconosciuto lo specialista di archeologia anatolica Mellaart, enormi devastazioni. Anche un famoso egittologo come Sergio Donadoni, ha parlato di politica di espansione verso Nord della XII Dinastia. Grazie a ciò, secoli dopo, la propaganda egizia ne avrebbe fatto il contraltare di Alessandro Magno e di Dario. La spedizione egiziana avrebbe addirittura costeggiato il Mar Nero settentrionale, assoggettando gli Sciti e i Traci, ma siccome ciò non riguarda direttamente l’argomento troiano, non ne accenniamo se non per quanto riguarda i riferimenti alla Georgia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se questa spedizione è avvenuta, essa appartenne al tempo della cosiddetta «Troia V», epoca in cui i Greci non erano ancora pronti per le imprese narrate da Omero, in quanto appena agli albori della loro storia e lo stesso dicasi per gli Ittiti. Un’epoca in cui Troia non si chiamava così ma con una parola in lingua luvia: Wilusa. Tro(j)a invece sarebbe il nome di Troia VII, derivato con ogni verosimiglianza da un eroe eponimo. In Egitto esistevano due cittadine chiamate Troia e Babilonia (Strabone XVII, 1, 30-34) per il fatto che erano costituite da deportati troiani e babilonesi. E’ un dato che potrebbe confermare la conquista di Troia V da parte di Sesostri e di suo figlio Memnone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ risaputo che Omero – qualsiasi identità si voglia apporre a questo nome – narrò eventi a lui precedenti di molti e pochi secoli, mescolandoli assieme nel racconto. Quindi la Guerra di Troia da lui immortalata accorperebbe l’assalto a Troia V da parte del Faraone « nero » Sesostris con quelli compiuti contro Troia VI e VII da parte di Achei e Popoli del Mare. Gli Egizi li chiamavano anche “Popoli del Nord”. A questo ultimo assalto potrebbero riferirsi i versi del più antico poema del Ciclo Troiano, i Canti Ciprii: “Vi era un tempo, quando innumerevoli popoli si muovevano sulla faccia della terra… la superficie della terra dall’ampio petto. Zeus se ne avvide e fu preso da pietà, e nel profondo del suo cuore decise di alleviare la terra, che tutti nutre, dall’umanità, suscitando il grande conflitto della guerra troiana” (fr.1). Da notare, che il racconto omerico « ribalta » i ruoli e mostra gli assalitori in veste di assaliti. E’ un fenomeno che si riscontra anche nella storia di altri miti derivati da fatti storici. Ma quale evidenza abbiamo di quell’attacco di parte egiziana? Leggendo l’Iliade. Scrive infatti Omero (V, 642) che in precedenza c’era stata un’altra guerra di Troia: la città era stata conquistata e depredata da Ercole. Si tratta di una figura estremamente composita, in cui confluiscono diverse tradizioni di diversi popoli. L’Ercole in questione potrebbe essere quello di cui parla Diodoro Siculo (III, 74,3): «...l’Ercole più antico, secondo i miti, era nato in Egitto, e aveva sottomesso con le armi buona parte del mondo abitato». Ma il dato più significativo è che una tradizione vuole trattasi di un Ercole dalla pelle «nera», come testimonia una hydria ceretana del VI° sec. a.C. Sono riferimenti che fanno pensare al Faraone della XII Dinastia, Sesostri/Senwosre I. Martin Bernal parla di “forte probabilità che i Faraoni conquistatori del Medio Regno abbiano giocato un ruolo importante nella costruzione della figura mitica di Eracle”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per ultima, teniamo la testimonianza di Erodoto, per il semplice fatto che alla luce di quanto già detto è assai più credibile che se fosse stata posta all’inizio di questo articolo. Infatti, nel passato, Erodoto è stato accettato dalla critica accademica soltanto per quei passi che non contraddicevano le « certezze » ideologiche e sentimentali degli accademici europei. Ecco cosa scrive nel Secondo Libro delle sue Storie : «...radunato un potente esercito, marciò attraverso il continente, sottomettendo ogni popolo che trovava sul suo cammino (...) passato dall’Asia in Europa, sottomise gli Sciti e i Traci. Questo è, secondo me, il punto più remoto a cui sia giunto l’esercito egiziano, poichè in questo paese ancora si trovano erette le famose colonne: oltre non più». A proposito di queste colonne monumentali, Erodoto aggiunge che Sesostri le erigeva per celebrare le conquiste delle città nemiche: se si erano arrese senza combattere, egli faceva scolpire in aggiunta l’ideogramma dei genitali femminili, in segno di spregio. Lo storico greco dice di avere visto di persona alcune di queste colonne superstiti, e aggiunge, in sovrappiù, che nella strada tra Efeso e Focea e in quella tra Sardi e Smirne vi erano ancora al suo tempo due bassorilievi celebrativi raffiguranti Sesostri, incisi in caratteri egiziani. Infatti la parola egizia per codardo (hm) contiene i simboli genitali maschili e femminili: «aveva chiare connotazioni di omosessualità maschile in senso spregiativo ed era connessa ad hmt (donna). Hm era impiegato a proposito di nemici e codardi nell’esercito egizio in documenti militari del Medio Regno» 8M. Bernal). Gli studiosi ritengono però tali riferimenti di epoca ittita, ma la cosa non è ammissibile, sia perchè Erodoto parla di colonne e di scrittura riferita a Sesostris sia perchè vi si descrivono chiaramente i geroglifici egizi, che lo storico greco conosceva per averli visti in Egitto. Gli Ittiti sono quindi fuori discussione, anche se lungo la strada fra Sardi e Smirne, al passo di Karabel, vi è un rilievo che ha tratto in inganno i divulgatori. In realtà questo rilievo simboleggiava il confine tra gli stati di Mira e di Seha e non ha nulla a che fare con quanto riferito da Erodoto. Ma anche fosse stato un errore di Erodoto, non ne viene intaccato il riferimento alle colonne, che lo storico dice fossero sparse dalla Tracia alla Palestina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche Diodoro Siculo (I, 53) parla di Sesostri, chiamando col nome forse più vicino alla pronuncia egizia « Sesoosi » e vantandone la hybris, le grandissime imprese militari e il bottino immenso di beni e di schiavi; hybris il cui fine era quello di instaurare un « dominio universale », fatto che non deve sorprendere solo perchè più antico di 1600 anni del tentativo di Alessandro. Lo storico siculo fornisce anche le cifre delle truppe impiegate per la spedizione, durata nove anni, esagerando forse i dati, poichè all’epoca gli Egizi non avrebbero dovuto disporre di carri da guerra, in quanto privi di cavalli. Resta il fatto che se Annibale varcò le Alpi con gli elefanti, non si vede quali difficoltà potrebbero aver impedito a Sesostri di invadere l’Anatolia con essi e altre salmerie. Mancavano anche di spade, cui supplivano però con non meno efficaci mazze da combattimento. Le truppe erano allenate per percorrere a piedi grandi distanze e si tramanda che l’allenamento preliminare degli ufficiali egizi fosse stato di circa 30 chilometri al giorno. Inoltre Sesostri fu il primo ad allestire una flotta da guerra, mentre in precedenza si usavano le normali navi mercantili. Si parla infatti di un assoggettamento delle isole Cicladi (e forse di Creta): secondo il celebre Marinatos, l’archeologo scopritore dell’Atlantide egea, in alcuni affreschi dell’isola di Santorini sono effigiati chiaramente individui di pelle nera. Parla ancora di Sesostri lo storico Manetone, col nome di Sesonchosis. Nel faraone egizio è evidente l’assimilazione con Osiride, e nelle conquiste di quest’ultimo si vogliono vedere le conquiste di Sesostri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martin Bernal scrive che esiste una tradizione « ionica » che ricorda la conquista di Sesostri ma sotto il nome di suo figlio, il Faraone Amenehme. Omero infatti non si è limitato a citare la presenza di Ercole/Sesostri nell’antica guerra di Troia, ma, invertendo le parti (a favore dei Troiani quindi), ha citato anche la presenza di Memnone/Amenehme II° come uno dei più agguerriti e valorosi combattenti. Di costui non dice molto, ma gli studiosi Clark e Coulson ritengono che egli abbia volutamente sostituito la storia di Memnone con quella identica di Sarpedonte. Ne parla anche Esiodo nella Teogonia definendolo « re degli Etiopi » (per i Greci “etiope” equivaleva a dire “negro”) e con lo stesso titolo definisce il Memnone giunto in aiuto dei Troiani un altro poema del ciclo troiano, l’Etiopide di Arctino di Mileto. Lo stesso titolo, Etiopide, dimostra quanto centrale fosse stato un tempo per la storia di Troia il mito « africano ».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se non vi è traccia di conquiste « asiatiche » fino in India – frutto di posteriore propaganda in funzione antipersiana e antiassira – vi sarebbero tracce di una conquista dell’attuale Georgia, in Caucaso, dove si tramanda fino ad epoca sovietica di popolazioni « nere » dalle misteriose origini. Il regime sovietico ha poi « disperso » fra altre etnie questi sopravviventi « neri » di Suhumi, in Georgia (ora Abkazia, dopo la recente guerra). Una popolazione « nera » vi è ricordata anche da San Gerolamo e da Sofronio, nel IV sec. a.C., il che mette da parte l’obiezione che potesse trattarsi di schiavi neri lì portati quando il Caucaso meridionale era sotto il dominio turco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La memoria di un’invasione egiziana dell’Anatolia verso il 1900 a.C. non è sopravvissuta solo nelle opere letterarie o nella glittica, ma anche nella geografia politica, cioè nei nomi di località dai corrispettivi egiziani; alla luce di questa invasione si potrebbero spiegare i nomi di località anatoliche come Sinope (Se-n H-py), Abydos (зbdw), Bisanzio, Ponto (Pwnt), Tinia (Tзnwt), Colchide (Kзš) ecc. – volendo tacere di toponimi della Grecia vera e propria.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-6092037940511823538?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/6092037940511823538/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=6092037940511823538&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/6092037940511823538'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/6092037940511823538'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/05/questione-omerica.html' title='QUESTIONE OMERICA'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-2194743485193858187</id><published>2010-03-21T06:52:00.001-07:00</published><updated>2010-03-26T08:56:51.699-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Achei'/><title type='text'>ACHEI</title><content type='html'>ACHEI (gr. *Achaivoi) Popolazione indoeuropea scesa in Grecia da Nord a colonizzare vaste aree di quel paese e dominanti a partire dal 1600 a.C. Da loro presero nome diverse regioni, tutte denominate Acaia (come Acaia Phtiothis in Tessaglia), la più famosa delle quali è l’Acaia del Peloponneso. Il nome Achei è connesso con Achille, Acheronte, Aci, Acca, tutti termini aventi attinenza con l’acqua e potrebbe denotarli quindi come Popolo dell’acqua, pur non avendo nulla a che fare con i successivi Popoli del Mare. Sono anche noti col nome erroneo di Micenei, termine tecnico dato dagli studiosi. Una tesi (Martin Bernal) vuole che gli Achei fossero un popolo grecizzatosi stanziato in Anatolia nord-occidentale. All’origine di questa vi è la tradizione mitologica, tramandata da Pindaro e da Tucidide, che vuole capostipite di questi Achei, Pelope figlio di Tantalo, padre di Atreo e nonno di Agamennone e Menelao, il quale, appunto, sarebbe stato originario di quella regione, come anche tramanda Strabone, e che poi si trasferì nel Peloponneso, terra che da lui prese il nome. In seguito l’ipotesi ha preso forza grazie al ritrovamento, nel 1924, di una iscrizione ittita che parlava di un popolo Ahhiyawa o Ahhiya e che il suo scopritore, il linguista Emil Forrer, associò subito con Achei, forte del fatto che alcune leggende ittite sono assai simili al mito di Pelope. Anche la decifrazione della lingua Lineare B (1952), che ha permesso di scoprire la parola achei nel linguaggio proto-greco, ha di fatto aggiunto valore alla tesi di Forrer. Il mito anatolico di Pelope però, può essere fuorviante. Pelope infatti non è il capostipite degli Achei, ma solo il nonno di alcuni personaggi achei dell'Iliade. Il capostipite degli Achei è invece Acheo (Achaios)che, secondo Dionisio di Alicarnasso, era figlio di Poseidone e di Larissa. Quest'ultima, indicante un toponimo della Tessaglia, testimonierebbe dell'origine greca degli Achei. Secondo i testi ittiti, gli Achei o Ahhiya erano un popolo d’occidente, nemico, che avevano sconfitto nel corso della guerra contro la confederazione di Assuwa, nel 1430 a.C. Secondo Robert Graves invece, autore non meno interessante di Martin Bernal, ci sono dei mitografi che sostengono l’origine indigena greca sia di Tantalo che di Pelope, e che questi due nomi fossero addirittura pre-achei, titoli dinastici importati in Anatolia dai primi coloni greci (lì ci sarebbe stata l’assimilazione con i miti di consimili divinità locali), poi reintrodotti in Grecia dopo la caduta degli Ittiti. Gli Achei comunque ebbero il loro maggiore centro di irradiazione nel Peloponneso, prima in Acaia e in Elide, poi oltre, con la città di Argo, Micene (da qui il termine micenei), Pilo e Tirinto. Furono loro ad imprimere i primi moti alla colonizzazione greca sia nel Mediterraneo orientale che in quello occidentale e a conquistare (1470 a.C.) la Creta minoica. Anzi, la conquista di quest’isola, agevolata da terribili eventi naturali, gli permise di sostituirsi ai Cretesi nel dominio di molti fondaci commerciali dell’Egeo anatolico. Merci micenee spaziano in un areale immenso, dal Veneto alla Georgia fino alla Nubia. Il crollo della loro potenza – un aggregato di piccoli stati “feudali” – è datato a circa il 1200-1050 a.C. e variamente attribuito alla discesa di un’altra popolazione indoeuropea, i Dori, così come a lotte intestine e ad eventi climatici. Sono passati alla storia quali protagonisti dell’attacco allo stato di Troia, che distrussero per tenere aperto lo sbocco commerciale sul Mar Nero. Furono anche un raro caso di popolo di pastori semi-nomadi divenuti esperti marinai. La scoperta della loro civiltà si deve all’archeologo dilettante Heinrich Schliemann (1874). Eredi immediati degli Achei furono gli Ioni, la tribù greca con al suo vertice Atene che forse discendeva da un nucleo miceneo non soggiogato dai Dori. Erodoto narra infatti che gli Ioni abitavano in origine la regione detta Acaia nel Peloponneso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-2194743485193858187?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/2194743485193858187/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=2194743485193858187&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2194743485193858187'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2194743485193858187'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/03/achei.html' title='ACHEI'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-4728336097405997951</id><published>2010-03-02T09:27:00.001-08:00</published><updated>2010-03-02T09:27:31.773-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pleiadi'/><title type='text'>PLEIADI</title><content type='html'>PLEIADI (gr. Plèiades lat. Vergiliae=che si ergono a Primavera) Sette sorelle figlie di Atlante e Pleione, compagne di caccia di Artemide e sorelle a loro volta delle Iadi. Inseguite dal cacciatore Orione furono mutate in colombe e poi in gruppo di stelle appartenenti alla Costellazione del Toro. In origine doveva trattarsi di un collegio di sacerdotesse preolimpiche (Colombe) eliminate dagli invasori dorico-achei. Come gruppo stellare sono citate da Omero al singolare, La Pleiade. Furono assai famose nel mondo greco poiché segnavano, con il loro apparire e tramontare sulla volta celeste, l’inizio e la fine della navigazione d’alto mare, nonché dei lavori agricoli. Erano note pure come Coda del Toro ed Eptasteri (sette stelle) anche se erano visibili ad occhio nudo solo sei di esse, e ciò costituisce una curiosità, poiché anche nelle tradizioni di altri popoli, compresi i pellirosse americani, si parla di sette stelle di cui una invisibile. Secondo Robert Graves questa settima stella si spense attorno al 2.000 a.C. e ciò spiegherebbe i diversi miti che parlano in modo specifico della settima Pleiade. Tuttavia le Pleiadi visibili al telescopio sono molte centinaia. Il loro nome deriverebbe da quello della loro madre, significando le molteplici, o colombe o ancora stelle della navigazione. Quest’ultimo significato è avvalorato dal fatto che nella tradizione greca sono associate all’inizio e alla fine della navigazione d’alto mare. Quest’ultima si apriva infatti con il loro sorgere eliaco, il10 Maggio secondo Plinio, e si chiudeva con il loro tramontare, ai primi di Novembre (6 Novembre secondo una tradizione ancora viva tra i pescatori di Creta o 11 secondo Plinio). Nota è infatti la sentenza di Arato: « celebri sono perché sorgono e tramontano al volere del padre Zeus che ordinò loro di segnalare l’inizio dell’estate e dell’inverno e l’appressarsi della stagione dell’aratura ». Le Pleiadi non sono delle stelle particolarmente luminose e l’importanza da loro assunta potrebbe risalire al 2500 a.C., allorchè la loro levata eliaca cominciò a coincidere con l’Equinozio di Primavera, quindi con l’inizio dell’anno vegetazionale. Oggi tuttavia, a causa della Precessione degli Equinozi, le Pleiadi si levano a metà Agosto e tramontano a Marzo. La cosa ha una sua tristezza per i cultori della mitologia greca anche se il moderno folklore non per questo le ha dimenticate: i contadini italiani le chiamavano Gallinelle e i loro nomi splendono comunque ancora nel cielo stellato: Alcione, Taigete, Atlante, Elettra, Maia, Merope, Celeno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-4728336097405997951?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/4728336097405997951/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=4728336097405997951&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/4728336097405997951'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/4728336097405997951'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/03/pleiadi.html' title='PLEIADI'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-2281462294349936919</id><published>2010-02-27T09:16:00.000-08:00</published><updated>2010-02-27T09:16:12.905-08:00</updated><title type='text'>La Grecia che noi intendiamo, la Grecia che noi vogliamo</title><content type='html'>Quando la visione dominante che tiene assieme un periodo della cultura&lt;br /&gt;si incrina, la coscienza regredisce in contenitori più antichi,&lt;br /&gt;cercando fonti di sopravvivenza che offrano anche fonti di rinascita.&lt;br /&gt;La 'Grecia' alla quale noi ci volgiamo non è letterale; essa comprende&lt;br /&gt;tutti i periodi dal minoico all'ellenistico, tutte le località&lt;br /&gt;dall'Asia Minore alla Sicilia. Questa 'Grecia' rimanda ad una regione&lt;br /&gt;psichica storica e geografica, ad una Grecia fantastica o mitica, ad&lt;br /&gt;una Grecia interiore della mente che è soltanto indirettamente&lt;br /&gt;connessa con la geografia e la storia effettive&lt;br /&gt; (James Hillman)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-2281462294349936919?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2281462294349936919'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2281462294349936919'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2010/02/la-grecia-che-noi-intendiamo-la-grecia.html' title='La Grecia che noi intendiamo, la Grecia che noi vogliamo'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-4371658579720873560</id><published>2009-11-18T13:03:00.000-08:00</published><updated>2009-11-18T13:04:21.791-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='imperatori romani'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Aureliano'/><title type='text'>AURELIANO</title><content type='html'>AURELIANO&lt;br /&gt;(Lucius Domitius Aurelianus) Figlio di una sacerdotessa del Sole legata alla gens Aurelia, nacque nella provincia della Mesia, attuale Bulgaria, nel 214. Militare di razza, soprannominato “mano sulla spada”, Aureliano raggiunse gli alti gradi dell’esercito partendo dal basso, finchè partecipò alla congiura che portò alla caduta dell’imperatore Gallieno e all’intronizzazione di Claudio il Gotico. Con questi collaborò strenuamente in numerose campagne militari contro i popoli barbarici che sconfinavano con crescente frequenza dentro i confini settentrionali dell’Impero. Morto di peste Claudio il Gotico, Aureliano venne riconosciuto imperatore nel 270 dalle legioni al posto di Quintillo, fratello di Claudio, che invece era stato investito della carica dal Senato. Il suo impero durò solo 5 anni ma furono intensi, poiché Aureliano dovette correre da una parte all’altra dell’Impero per difenderne l’integrità, già prima di lui intaccata, a Oriente e Occidente, da due ribellioni di vastissima portata: il dominio gallo-britannico di Tetrico e quello egizio-siriano di Zenobia, nonché le ricorrenti invasioni barbariche. Stabilito un provvisorio accordo con Zenobia, Aureliano si dedicò a fondo al contenimento dei popoli barbarici che sconfisse più volte, tanto da meritarsi l’appellativo di Gotico Massimo ma dovette, per motivi strategici, abbandonare al suo destino la provincia della Dacia (attuale Romania) per fortificare il confine danubiano. Tra il 272 e il 274 sconfisse prima Zenobia e poi Tetrico. Il Senato gli conferì meritatamente il titolo di Restitutor Orbis. Aureliano impose nell’Impero il culto ufficiale del Sole Invitto, la cui festa coincideva con quella antichissima dei Saturnali e la Domenica (dies Solis) come primo giorno della settimana. Entrambe le ricorrenze vennero poi usurpate dai Cristiani, facendo del 25 dicembre il giorno natale del Galileo e del giorno del Sole il giorno del Signore. Nel 383 infatti, il cristiano Teodosio ordinò il cambio di nome che però non fu accettato nelle province settentrionali dell’Impero, dove ancor’oggi porta l’antico nome (Sunday, Sontag). Paventando future invasioni barbariche fece circondare Roma di una cerchia di mura. Alla vigilia di una sua guerra contro i Parti, Aureliano venne assassinato in una congiura di Palazzo. A torto, la storia gli ha preferito Flavio Claudio Giuliano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-4371658579720873560?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/4371658579720873560/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=4371658579720873560&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/4371658579720873560'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/4371658579720873560'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/11/aureliano.html' title='AURELIANO'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-158345020765522541</id><published>2009-07-31T07:44:00.000-07:00</published><updated>2009-07-31T07:46:07.462-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='aruspici'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='divinazione'/><title type='text'>ARUSPICINA</title><content type='html'>(etr. hares = viscere; lat. extispicina; gr. ieroskopìa) minuziosa e laboriosa tecnica divinatoria etrusca basata sulla consultazione delle viscere degli animali sacrificali, di probabile origine mesopotamica; fatto, quest’ultimo, che proverebbe l’origine orientale degli Etruschi - Ulteriore comprova sarebbe il fatto, citato da Plinio, che nei Libri Augurali etruschi vi erano specie di uccelli non presenti sul territorio italiano. L’aruspicina era il fondamento della pratica religiosa etrusca, così come l’→ avispicina lo era di quella italica e latina, e si differenziava da altre pratiche sacrificali perché il sacrificio divinatorio poteva essere fine a se stesso (hostiae consultatoriae). L’extispicina romana invece consisteva nell’esaminare l’insieme delle viscere sacrificali all’interno dell’animale mentre gli Etruschi si soffermavano più particolarmente sul →fegato, che estraevano e rivoltavano con le mani (ma anche i polmoni e la milza - mentre il cuore era solitamente trascurato – che venivano estratti e lavati per essere meglio ispezionati). Ogni anomalia in essi riscontrata era un “messaggio” che il mondo divino dava all’uomo. Il fegato per gli Etruschi sembra riassumesse sinteticamente la globalità di tutte le possibili espressioni del mondo soprannaturale, tanto che era diviso in settori, ognuno dei quali riferibile ad una divinità. Tuttavia sulla vera e propria epatoscopia si possono fare solo congetture, essendo andati distrutti i Libri Aruspicini. Quest’ultimi erano stati “presi in custodia” da Augusto, che li aveva fatti archiviare nel tempio di Apollo; successivamente Claudio li fece epurare in parte. Sembra tuttavia che vi fosse una sicura relazione tra l’arte aruspicina con il templum o spazio sacro di cui è questione nell’→Avispicina. Sull’aruspicina sono sopravvissuti solo dei frammenti letterari, a parte il frammento del cosiddetto liber linteus di Zagabria, (il libro che Nigidio Figulo scrisse in latino a riguardo, il de Extis, fu anch’esso distrutto) e delle raffigurazioni da reperti archeologici. Gli studiosi, in base a questi dati, hanno approssimativamente ricostruito il modus operandi dell’aruspice, che denota un potere personale fuori del comune e che spiegherebbe il perché i Romani non appresero mai direttamente da se stessi tale disciplina: l’aruspice, prima di far tagliare la vittima, recitava particolari formule che dovevano invitare gli Dei preposti alle particolari zone del corpo animale a imprimervi quei segni (che poi sarebbero stati scoperti dal sacrificatore) che dovevano manifestare la volontà divina. Infatti le viscere andavano esaminate palpitanti prima che si raffreddassero. Ciò farebbe giustizia della pretesa moderna che i resoconti di animali con malformazioni degli organi interni siano soltanto delle fantasticherie letterarie. Curiosamente l’aruspicina sopravvisse alla civiltà etrusca attraversando tutto il mondo romano fino all’epoca cristiana, allorchè l’imperatore Onorio ordinò la requisizione e la distruzione dei Libri Haruspicini. Un’anno prima, nel 408, il Papa aveva consentito che gli Aruspici celebrassero i loro riti, purchè in segreto, nella speranza che questi potessero fornire l’indicazione per scongiurare l’imminente conquista della città da parte di Alarico. Zosimo, che riferisce l’accaduto, tramanda che siccome gli Aruspici avevano detto che i riti per essere efficaci dovevano essere pubblici, e la cittadinanza ormai cristiana non avendo voluto parteciparvi, non se ne fece nulla. La città venne messa a sacco due anni dopo. Già il cristiano Costantino aveva proibito la consultazione privata degli Aruspici ma ciò fu dovuto, più che ha un’intenzione antipagana, ad una preoccupazione di “ordine pubblico”, poiché già Tiberio aveva emesso un’analoga proibizione (Svetonio, 63). A Roma gli Aruspici costituivano un’importante Ordine, statuito sotto il principato di Claudio, e fu l’ultimo in ordine di tempo a sopravvivere nello sfacelo del mondo pagano. Ciò fu merito senz’altro dello Stato romano, che tributò sempre all’aruspicina un’importanza indiscutibile e si adoperò con grande sollecitudine affinchè questa tecnica non cadesse nell’oblio in cui era caduto il popolo etrusco sconfitto. Infatti un decreto del Senato volle che un congruo numero di giovani romani venisse inviato in Etruria per apprendervi l’arte dell’Aruspicina, anche se la cosa non sembra che abbia avuto degli esiti. Nel I° secolo d.C. era ancora attivo l’Ordine tarquiniese dei 60 Aruspici; l’imperatore Giuliano utilizzò gli Aruspici nel periodo del suo breve principato e nelle campagne militari. Città, Provincie e le Legioni avevano il loro Aruspice ufficiale. Come si è detto, ancora sotto i Papi gli Aruspici erano in circolazione (l’ultimo è citato da Procopio al tempo di Giustiniano) ed erano noti per avere salvato la città umbra di Narni da un’invasione di Visigoti. Gli aruspici si distinguevano per un particolare abbigliamento e per reggere in mano il lituo, un piccolo bastone ricurvo all’estremità. Nel mondo etrusco, in conformità con la libertà che vi godevano, vi erano Aruspici donne, così come vi erano Auguri donne.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-158345020765522541?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/158345020765522541/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=158345020765522541&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/158345020765522541'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/158345020765522541'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/07/aruspicina.html' title='ARUSPICINA'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-703591304915414590</id><published>2009-07-28T04:45:00.000-07:00</published><updated>2009-07-28T04:46:52.662-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='auguri'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='paganesimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politeismo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='divinazione'/><title type='text'>AVISPICINA (arte augurale)</title><content type='html'>AVISPICINA (Arte Augurale)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Voi credete che Romolo avrebbe tratto gli auspici a questo modo?”&lt;br /&gt;(Cicerone: Divin. II, 35)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. avispicium = osservazione degli uccelli gr. Oionoskòpia) Gli Áuguri pubblici latini - cioè coloro che gestivano in esclusiva l’interpretazione del comportamento degli uccelli per conto dello Stato – erano la secolarizzazione della facoltà che ogni individuo aveva di trarre presagi dal movimento, dal canto o dall’appetito degli uccelli . Giustamente sono stati definiti dei teologi più che dei sacerdoti, poiché la loro interpretazione, codificata nel tempo nei Libri Augurali, non era una forma di divinazione di eventi futuri ma la spiegazione tecnica della volontà divina manifestantesi nel comportamento degli uccelli, però razionalizzato, costringendo gli uccelli a dare gli auspici in un tempo-spazio ideale convenzionale, tracciato dall’augure con il lituo, in un posto di osservazione predeterminato (Auguracolo*). Fra gli Etruschi invece l’avispicina valeva anche come interrogazione del futuro. Sembra comunque che quasi subito – cioè al tempo di Numa Pompilio – gli etruschi abbiano influenzato l’avispicina romana, poiché il primo dato tramandato su questa tecnica (Dionigi di Alicarnasso III, 47) riguarda l’ingresso in Roma del futuro re Tarquinio, proveniente dall’Etruria, su cui la moglie etrusca Tanaquilla avrebbe tratto per prima un auspico. Di passata ciò dimostra che anche le donne etrusche potevano essere Augures. Questo collegio di tecnici del presagio, ha avuto una enorme influenza sulla vita politica dei Romani, poiché in base alla loro interpretazione era consigliabile o sconsigliabile agire nelle circostanze che ne avevano richiesto l’utilizzo da parte del Re o dei magistrati. Quest’ultimi erano gli unici infatti a poter richiedere l’auspicio che, per mezzo dell’interpretazione dell’augure, diventava augurio. In molti casi gli Auguri potevano infatti differire il compimento o la celebrazione di un evento. Tutte le investiture sacerdotali e la stessa regalità erano obbligatoriamente soggette all’Inaugurazione, cioè all’esame con esito favorevole degli auspici. L’Augurio pubblico è una forma di sciamanesimo depotenziato e secolarizzato – esistevano infatti prima di loro auguri privati, come Atto Navio - legato a doppio filo alla romanità poiché fu presente nell’atto stesso della fondazione dell’Urbe e si conserva ai nostri giorni in alcune espressioni della lingua italiana come buono o cattivo augurio, buono o cattivo auspicio, inaugurare. Si tratta di una una teoskopia assai limitata o, meglio, specializzata, che non era competente a valutare altre forme di messaggi divini, come i portenti e le anomalie dei fatti naturali, sui quali presiedeva l’altro importantissimo collegio degli Aruspici*. Il Collegio degli Auguri, in origine nominato dai Re, era formato da pochi elementi in numero dispari, gerarchicamente ordinati per anzianità ed eletti a vita. Potevano farne parte solo i nobili (patricii) fino a che la Legge Ogulnia nel 300 a.C. non li aprì anche alle famiglie plebee. Nel 104 a.C. la Legge Domizia abolì in parte il privilegio dell’elezione interna (cooptazione) di tutti i collegi sacerdotali che venivano d’ora in poi sottoposti all’approvazione di una limitata rappresentanza popolare (comitia sacerdotum). Tuttavia Silla, con la Legge Cornelia, ripristinò la vecchia normativa favorevole agli aristocratici, pur portando il numero degli Auguri da 9 a 15 membri. Giulio Cesare, con le Leggi Azia e Julia, li portò a 16 ma a sua volta cancellò le disposizioni di Silla, e addirittura rese l’elezione sacerdotale alla portata di tutta l’assemblea popolare e portando l’arbitrio del Dittatore al suo interno, arbitrio sancito poi da Augusto e dagli altri imperatori che potevano nominare Auguri “straordinari” cosicchè si arrivò ad un numero di 28. In tal modo gli Auguri persero la loro influenza nella vita politica romana. Se ciò gli conferì una ritrovata autonomia interna significò anche una loro sopravvivenza puramente formale, fino alla loro scomparsa poco dopo Teodosio. In precedenza, nel 357 e limitatamente all’augurio privato, l’imperatore cristiano aveva ordinato “alla scienza mendace degli auguri e degli indovini di tacere”. Gli Auguri si riunivano come collegio una volta al mese, alle None (Luna mancante), celebrando un sacrificio segreto, probabilmente in un edificio situato alle spalle dell’Auguracolo* del Campidoglio. Come tutte le corporazioni, disponevano di beni, servizi e privilegi, tra cui quello di non incorrere nella sorte che una delle loro figlie dovesse divenire Vestale. I loro Libri Augurali comprendevano i testi rituali e cerimoniali realtivi all’esercizio della loro disciplina; i testi relativi all’interpretazione di ogni augurio rilasciato ufficialmente nel corso dei tempi; manuali di arte augurale. La loro dsiciplina era stata trasmessa in illo tempore oralmente, ma già al tempo dei Gracchi almeno i manuali caddero in mani pubbliche che ne utilizzarono i contenuti in alcune pubblicazioni. Del resto l’esistenza di auguri privati non doveva consentire l’esistenza di un vero e proprio “libro dei segreti”, anche se qualche autore tardo ha parlato di libri reconditi. Numerosi membri di quel collegio e personalità eminenti della politica scrivessero dei trattati di arte augurale senza che la cosa potesse essere considerata scandalosa o profanatrice. Eccone un elenco:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marco Porcio Catone: De Auguribus&lt;br /&gt;Ennio:  De augurandi disciplina&lt;br /&gt;Caio Claudio Marcello: De auspiciis&lt;br /&gt;Appio Claudio Pulcher&lt;br /&gt;Lucio Giulio Cesare: Auspiciorum libri XVI&lt;br /&gt;Publio Servilio: De auspiciis &lt;br /&gt;Marco Valerio Messala, De Auspiciis &lt;br /&gt;Veranio: Auspiciorum libri &lt;br /&gt;Marco Tullio Cicerone: De Auguriis&lt;br /&gt;Marco Terenzio Varrone: De auguribus &lt;br /&gt;Antistio Labeone: De officia augurum&lt;br /&gt;Nigidio Figulo: De Augurio Privato&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Grazie a ciò che di questa letteratura è sopravvissuto frammentariamente, gli storici moderni hanno tentato anche di ricostituire una parvenza di Teoria e Pratica dell’Augurio: si prendeva in esame il movimento o il canto degli uccelli o certi fenomeni atmosferici all’interno di un tempo e di uno spazio ben determinati; questo spazio era chiamato templus e se materialmente era un recinto a cielo aperto (auguracolo) da cui si originò poi il tempio vero e proprio, idealmente il templus era uno spazio del cielo che l’augure determinava col movimento di un bastone ricurvo senza nodi, il lituo. Questo spazio aveva dei punti di riferimento materiali al suolo, in genere degli alberi. Il suo fulcro era comunque costituito da due assi perpendicolari, Cardo (Nord-Sud) e Decumano (Est-Ovest), che determinavano quattro regioni dello spazio al cui centro stava fisicamente l’augure. In base al fatto che il magistrato che aveva richiesto o ordinato l’auspicio si poneva faccia ad un  punto cardinale determinato, in genere il Sud, i movimenti di uccelli che si manifestavano alla sua sinistra (oriente) o alla sua destra (occidente) venivano giudicati favorevoli o sfavorevoli. La parola sinistro, attualmente di significato negativo aveva in quest’ottica un significato positivo mentre il destro era negativo, poiché l’occidente è il lato dove muore il sole. Vi erano delle eccezioni, dovute ad influenze greche, come il gracchiare del corvo o il lampeggiare, che era di buon augurio se emesso da destra, e viceversa. Erano considerati presagi negativi anche tutti quei fenomeni inusuali o straordinari, come l’irruzione di animali terrestri nel templum o l’incespicare di qualcuno che intervenivano durante l’esame degli Auguri. Tutta questa costruzione era svolta in modo rigorosamente cerimoniale e Varrone (L. L. 7,8) ci ha lasciato la formula rituale pronunciata dall’augure del Campidoglio mentre Tito Livio (I, 18) un ragguaglio sulla cerimonia dell’Inaugurazione regale. La presa degli auspici – che si svolgeva tra l’alba e il mezzodì -  era codificata in maniera estremamente formale: c’erano quattro tipi di auspici ritenuti favorevoli ed un quinto ritenuto sfavorevole. Inoltre l’augure decideva in anticipo quali dovessero essere gli auspici favorevoli che si dovevano manifestare ed anzi si voltava direttamente in direzione della parte da cui sarebbero giunti gli auspici favorevoli mentre il magistrato che aveva ordinato l’auspicio guardava a Sud; ciò spiega tutta la confusione in cui anche gli studiosi si dibattono circa le diverse orientazioni augurali che si trovano negli autori antichi. In buona sostanza, si può affermare che la direzione giusta in cui porsi è quella del Cardo con il viso rivolto a Sud, poiché verso il Mezzogiorno il Sole, datore di vita, rifulge in tutta la sua pienezza. I presagi che appaiono alla sinistra di questa direzione, cioè a Oriente, sono favorevoli perché è lì che il sole nasce. Quelli di destra (Occidente) sono negativi per la ragione opposta. Il fatto che invece gli Auguri si rivolgessero automaticamente a Oriente (più tardi si seguì l’uso greco sbagliato) in attesa dei presagi favorevoli, ha nel tempo creato la confusione delle orientazioni riferite dagli autori antichi, tra cui quella diagonale!  Si capisce con ciò che i responsi erano quasi sempre favorevoli e quanto questa forma di “divinazione” fosse artificiosa e legata ai bisogni della classe politica dominante, come testimoniò un augure stesso: Cicerone. Inoltre la presa degli auspici in ambito urbano, a causa della rarefazione dei volatili selvatici, verteva già al tempo di Cicerone sui fenomeni atmosferici. Bisogna aggiungere che l’avispicina era estremamente ricca di particolari e dettagli, quindi richiedeva l’azione di un augure esperto e non improvvisato come invece più frequentemente fu il caso dopo il 300 a.C. quando alla carica potettero accedere i Plebei. Col tempo infatti l’arte augurale si schematizzò sempre più in direzione degli interessi governativi e militari, talchè si fece ricorso anche a sistemi più spicci, come l’osservazione della voracità dei polli nel becchettare il pastone. Non è certo un caso se nel tempo ci si affidò sempre più all’osservazione dei polli (che si potevano tenere facilmente…a digiuno), tanto che i pullarii, un tempo attendenti dell’augure, divennero quasi più importanti dell’augure stesso. Nel caso dei polli, volatili incapaci di volare, si tracciava il templum al suolo. Quando il responso era comunque sfavorevole si interveniva “alla romana” ignorando il presagio, come nel caso di quel comandante navale che, avendo i polli rifiutato di mangiare, li fece gettare in mare esclamando “se non hanno fame che almeno bevano”!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-703591304915414590?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/703591304915414590/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=703591304915414590&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/703591304915414590'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/703591304915414590'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/07/avispicina-arte-augurale.html' title='AVISPICINA (arte augurale)'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-8725895932721479719</id><published>2009-07-10T12:29:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T12:30:04.653-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='paganesimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='BISSO'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politeismo'/><title type='text'>BISSO</title><content type='html'>BISSO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(ar. bus, ebr. בוץ Butz, lat. byxus, gr. byssos) – Pregiatissimo tessuto dal caratteristico colore ramato, noto anche come seta di mare o vento tessuto o ancora lana di pesce, ricavato dopo opportuna e laboriosa lavorazione dal peduncolo filiforme (circa 20 cm) di un mollusco che vive nei fondali sabbiosi o fangosi – da 3 a 30 metri - del suolo marino, propriamente la Pinna Nobilis o Nacchera, il più grosso mollusco bivalve del Mediterraneo che può infatti raggiungere il metro di lunghezza. Il mollusco, commestibile dal sapore piccante reputato afrodisiaco, veniva pescato a strappo, con una specie di nodo scorsoio o con un apposito strumento, inventato dai Tarantini, il pernilego. Taranto infatti fu il più importante centro di produzione del bisso, almeno nel Mediterraneo occidentale. Veniva usato per addobbi e vesti cerimoniali, per calze, guanti e cappucci. Procopio narra che i governatori dell’Armenia ricevevano da Roma una clamide di bisso quale insegna del loro potere. Infatti per ottenere 2/300 grammi di bisso finito occorreva raccogliere circa mille conchiglie! Il bisso poteva, come ogni tessuto, venire tinto ma, data la sua preziosità, lo si tingeva solo con le diverse varietà di porpora, colorante anch’esso ricavato da un mollusco marino. Fu scoperto dai più antichi popoli mediterranei, giungendo ai Fenici, agli Ebrei (il velo del Tempio di Salomone era di bisso), ai Greci e ai Romani. Cadde in disuso per la concorrenza della seta, verso il 500 d.C, rimanendo come tradizione locale dei singoli centri produttori. Attualmente in Sardegna, a Sant’Antioco, si sta tentando di recuperarne la tradizione. Il cristiano Tertulliano (de pallio, III 6) se la prese anche con il bisso: &lt;br /&gt;Come se non bastasse quasi piantare e coltivare le tuniche, capita perfino che gli indumenti si possano pescare. Infatti, pure dal mare vengono ricavati fiocchi di lanuggine abbastanza soffice, i quali formano la chioma di certe muscose conchiglie &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’antichità si designava come “bisso” anche una finissima varietà di tessuto di lino col quale si avvolgevano anche le mummie. In Grecia questo tipo di lino o bisso cresceva fiorente nell’Elide.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-8725895932721479719?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/8725895932721479719/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=8725895932721479719&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/8725895932721479719'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/8725895932721479719'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/07/bisso.html' title='BISSO'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-9087272541768348512</id><published>2009-07-10T12:23:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T12:24:12.185-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='paganesimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politeismo'/><title type='text'>LETTERE "Q-Z"</title><content type='html'>QUESTUANTI DELLA MADRE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Metragyrtai) sorta di confraternita ambulante di presunti sacerdoti indovini e questuanti, che predicevano la sorte radunando attorno a sé le persone, da cui il nome (agheirein, radunare). Cercavano di ottenere l’attenzione e le ricchezze di ricche famiglie ma talvolta anche di intere comunità, vantando una presunta capacità, mediante misteriosi riti sacrificali, danze, canti e giochi sacri, di stornare dai malcapitati la malattia, l’effetto di maledizioni e di azioni delittuose, anche se commesse da antenati. Il fenomeno aveva una certa proporzione, poiché ne parlarono con accenti critici Platone, Ippocrate, Luciano, Plutarco e Apuleio. L’origine di questi “iero-mendicanti” non è certa, ma potrebbe derivare dall’emulazione a scopo fraudolento di antichi iniziati itineranti orfici e proseguita con l’assumere la veste di alcune tra le religioni che andavano per la maggiore tra le masse, come il culto della Magna Mater. In Italia erano tenuti sotto controllo dalle autorità che ne regolamentavano addirittura le manifestazioni, ma ciò è una riprova dell’ampia considerazione che riuscivano a catturare tra le masse. Pare che organizzassero dei veri e propri fenomeni da baraccone, con tanto di animali feroci addomesticati, cui peraltro i cives romani si guardavano dal partecipare. Sfruttavano anche la fama degli oracoli, poiché organizzavano delle parodie di estrazioni oracolari, con tanto di fanciullo che estraeva da un’urna delle tavolette con scritta la sorte; oppure mediante il lancio dei dadi. Questi zingari ante literam sono stati effigiati in alcune immagini antiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RESO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Ρήσος) Nome di una tragedia attribuita senza fondamento ad Euripide ma redatta nel IV sec. a.C. La Tragedia – sulla falsariga di un episodio dell’Iliade – ha come protagonista la Dea Atena, impegnata in una azione bellica a danno dei Troiani e dei loro alleati Traci . Essa infatti aiuta i greci Ulisse e Diomede nel loro tentativo di penetrare nel campo avversario, dove riescono (la Dea stessa si associa nel rivendicare l’azione) ad uccidere il re dei Traci, Reso, e ad andarsene indisturbati. L’opera è comunque di assai modesto valore. Si notano comunque degli accenti antitroiani nel dipingere la figura di Ettore in modo poco luminoso e nel fare apparire Atena che inganna i Troiani assumendo l’aspetto di Afrodite. Dal punto di vista dei commenti, si può segnalare un accenno al dio Pan (v.36), dove si dice del terrore che coglie le sentinelle nei confronti della « sferza (màstix) tremenda di Pan », per cui si potrebbe inferire che il famoso timor panico sia associato all’impiego “psichico” da parte del dio di una sferza o frusta, strumento “fisico” adoperato per governare gli armenti. Ai v. 510-18 si apprende dell’antica usanza di impalare vivi, all’uscita delle porte cittadine, e preda degli avvoltoi, i ladri sacrileghi dei templi. Nel finale un oscuro accenno ai culti misterici orfici del monte Pangeo, forse riferibili alla figura di Zalmoxis. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROSMARINO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. ros marinus gr. libanòtis; makarites) L’origine della parola dal latino “rugiada di mare” o “rosa marina” è del tutto errata. Probabilmente il rosmarino trae il suo nome dall’accadico “sham-MA-RA”. Pianta considerata funebre perché da sempre associata a riti e cerimonie mortuarie; i Romani adornavano le immagini dei Lari con festoni di rosmarino e con questo si purificavano durante le feste Palilie; gli Egizi ne mettevano un rametto nel pugno dei morti; ovunque era bruciato a mò di incenso per il suo aroma e le virtù purificatrici e rinvigorenti. Lo pseudo Apuleio scrive che « prima di scoprire l’incenso gli uomini placavano con questo vegetale gli Dei » . Si tratta però, almeno per quel che concerne l’Oriente mediterraneo, di una specie vegetale che non possiamo identificare con il rosmarino dei nostri orti in base alle moderne classificazioni botaniche. Gli studiosi lo identificano con una delle seguenti specie: Cachrys Cretica Fr., Cachrys Libanotis Koch, Phrangos ferulea L.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;S&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SABAZIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Sabàzios o Sabòs) Antica divinità maschile dell’Anatolia raffigurata con corna taurine e assimilata a Zeus. Per via del suo aspetto orgiastico, connesso alla coltivazione dell’orzo, veniva anche riferito alla figura di Dioniso. Il suo culto era diffuso specialmente in Licia, Lidia e Frigia. Sabazio aveva dei riti segreti (Misteri) cui era connesso il serpente, simbolo di vitalità tellurica; i suoi devoti erano detti sabaziasti. Del suo culto ci è noto il grido rituale Sabài o Euoè Sabòi e quel caratteristico gesto di benedizione (mano di Sabazio o benedictio latina), fatto con la mano destra alzata, il pollice l’indice e il medio eretti, l’anulare e il mignolo ripiegati - che è stato usurpato dalla chiesa cristiana e dal profeta di sventura che alligna sulla riva sinistra del Tevere. Per via di alcune assonanze e somiglianze esteriori il Dio Sabazio venne assimilato, dagli Ebrei trapiantatisi in Frigia e dalla loro setta gnostica degli Ofiti, con Jahvè Sabaoth e, grazie a ciò, un culto ibrido di Sabazio riuscì a diffondersi oltre i confini naturali del suo areale d’origine, giungendo fino a Roma. Lo storico Valerio Massimo scrisse che intorno all’anno 139 a.C. il pretore incaricato della sorveglianza degli stranieri, Caio Cornelio Ispallo, espulse da Roma certi ebrei che “cercavano di corrompere la morale romana con un preteso culto di Giove Sabazio”. Il pretore, in altre parole, li espulse non perché adoravano questo Dio, ma perché avevano introdotto nel culto novità inaccettabili, probabilmente la circoncisione (R. Graves: La Dea Bianca, p.385). I cosiddetti Inni Orfici ci hanno tramandato un inno dedicato al dio anatolico:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ASCOLTA, PADRE SABAZIO, FIGLIO DI CRONO, INCLITO NUME,&lt;br /&gt;CHE CUCISTI NELLA TUA COSCIA IL FRAGOROSO DIONISO BACCO&lt;br /&gt;AFFINCHE’ GIUNGESSE COMPIUTO NELLA DIVINA TMOLO&lt;br /&gt;PRESSO HIPTA DALLE ROSEE GUANCE.&lt;br /&gt;OR TU, BEATO, CHE REGNI SULLA FRIGIA, SUPREMO SOVRANO,&lt;br /&gt;VIENI BENEVOLO E SOCCORRI GLI INIZIATI&lt;br /&gt;(trad. di G. Faggin)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SACRIFICI UMANI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antichissime azioni rituali, generalmente aborrite in epoca storica, che assolvevano a necessità sociali, religiose e magiche. Come semi-sacrifici umani (cioè sacrifici umani non più effettuati) si possono intendere invece quei riti in cui ci si auto-mutilava o flagellava. Per praticità di esposizione, parleremo dei primi esaminandoli all’interno dei singoli popoli. Anche i giochi gladiatorii arcaici erano una forma particolare di sacrifici umani rituali (Servio, Commento all’Eneide, III, 67) .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sanniti&lt;br /&gt;E’ di Livio (X, 38) la testimonianza di un antichissimo rito celebrato ex vetusta samnitium religione in occasione di una guerra contro Roma. Livio scrive che “fu delimitato, con tralicci e parapetti un recinto lungo circa duecento piedi e largo altrettanto che fu poi ricoperto da tela di lino. All’interno, &lt;br /&gt;leggendo le formule da un vecchio libro di tela, compì sacrifici un tale Ovio Paccio, sacerdote vecchissimo, il quale sosteneva che quel rito proveniva da una antica usanza religiosa sannita, praticata tanti anni prima dai loro antenati [quindi da tempo caduta in disuso al momento del suo recupero], quando avevano concepito in gran segreto di strappare Capua agli Etruschi”. Livio però, &lt;br /&gt;sfacciato propagandista partigiano, deforma il racconto facendo figurare il rito come una messinscena per plagiare gli stessi guerrieri sanniti. Solo più avanti (X, 39) lo scrittore romano si lascia scappare la verità, quando mette in bocca al console romano Lucio Papirio - che si rivolgeva ai legionari alla vigilia della battaglia invitandoli a non farsi spaventare dai riti dei Sanniti - che quest’ultimi “si erano macchiati con un rito sacrilego in cui avevano mescolato il sacrificio di uomini e il sacrificio di bestie”. Più oltre ancora Livio specifica essersi trattato di una “segreta liturgia, i sacerdoti armati, le vittime umane mescolate alle bestie, gli altari irrorati di sangue pio ed empio, la feroce maledizione, la formula evocatrice delle Furie”, anche se fa figurare ancora tutta la cerimonia come un tentativo di plagio dei soldati sanniti per indurli a combattere fino allo stremo. In realtà, si trattava del rito noto ai Romani come Devotio, ma una Devotio allargata ad un’intera legione di soldati, che i Sanniti chiamarono linteata, poiché il rito si era compiuto sotto una tela di lino o utilizzando un “messale” di tela di lino. Naturalmente troppo scarne sono le notizie per ricostruire il rito. Si può solo supporre che in casi di estrema necessità bellica, i Sanniti ricorressero al sacrificio di alcuni uomini e animali utilizzando formule arcaiche; dopodichè i soldati della costituenda “legione linteata” venivano fatti entrare uno ad uno in presenza della scena del massacro e fatti giurare di obbligarsi a combattere fino alla morte. Tra i Romani invece, la Devotio è nota solo per l’auto-sacrificio del comandante supremo nel corso di una battaglia. Il Salmon nel suo libro Il Sannio e i Sanniti (Einaudi, Torino 1985), riferisce come probabile l’usanza di sacrificare bambini in occasione delle “Primavere sacre” ed anche qui pare che ci fosse l’uso della tela di lino, ma questa volta direttamente sul corpo dei bambini anziché a mò di tenda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SALICE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Citando Demostene e Omero abbiamo visto i pioppi accomunati ai salici e al finocchio sul quale, peraltro, abbiamo già detto. Lo stesso radicale semantico della parola salice è presente nelle culture celtiche, germaniche, latine e greche e potrebbe significare ‘pianta da intrecci’ riferendosi all’uso profano di confezionare con i suoi rami di un anno ceste e cordami vari. Alcuni studiosi hanno connesso il greco helichè, salice, al monte Elicona, sacro alle Muse e all’ispirazione profetica e lo hanno abbinato al nome di uno sei sette colli di Roma, il Viminale, poiché Viminalis è il corrispettivo di helichè, tramite il verbo viere, intrecciare, da cui poi deriva vetrice, altro nome dell’agnocasto che è, appunto, un tipo di salice. Anche Zeus sarebbe connesso col salice. Pare infatti che sua prima nutrice sarebbe stata la ninfa del salice Itèa o Helichè. Certo, tutti sanno che il dio dell’Olimpo e dell’Ida cretese fu nutrito dalla capra Amaltea ma pochi sanno che in botanica esiste anche un… salice delle capre (Salix caprea o Salicone). In Pausania (10,30,3) Orfeo viene rappresentato pensoso appoggiato ad un salice mentre, con l’altra mano, ne sfiora i rami penduli. Ciò è da riferirsi ai culti dell’acqua ed in specie all’idromanzia. Come simbolo di rigenerazione era presente nelle Colchide, dove formava un bosco-cimitero sacro alla dea maga Circe. Infatti in questa regione del Mar Nero era usanza di esporre i cadaveri su dei salici. Graves lo classifica come un albero ricco di poteri di magia lunare, ed in inglese, infatti, la parola strega (witch) è connessa con quella che designa il salice (withe), cioè riferentesi all’elemento acqua. Nel campo dell’analogia sia può verificare l’equazione salice=acqua constatando che i principi attivi di questo albero sono degli antipiretici universalmente riconosciuti e molto in auge prima che si ricavasse il chinino dalla china, dei validi antireumatici e febbrifughi[1], degli antiafrodisiaci. Pare che per quest’ultimo scopo si adoperassero le frondi di agnocasto sui letti delle donne allo scopo di conservare la castità in quella speciale festività loro consacrata, detta delle Tesmoforie. L’autore inglese testè citato invece, riferendo Arriano (N.A. 9,26), che le citava perché terrebbero lontani i serpenti dai giacigli, scrive che servono "in realtà per attirare spiriti dei defunti in forma di serpenti”! L’effetto frigidificante dei salici agisce tanto sui maschi quanto sulle femmine; chi si trovasse nella necessità di temperare un eccesso di ardore venereo potrebbe far ricorso alla seguente prescrizione (NH 24,62): “folia contrita et pota intempereantiam libidinis coercent”. Tuttavia l’abuso pare che porti all’impotenza vera e propria. Come di solito accade, mentre da una parte frena la libidine dall’altra stimola i processi mestruali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SALUTE &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La dea Salus dei Latini originariamente era dello stesso genere della dea Fortuna. Solo in seguito assunse la caratterizzazione più limitata di dea della guarigione, divenendo simile alla greca Igea. Igea era infatti la continuazione ateniese della cretese Eyleithia, ben precedente al culto di Asclepio (lat. Aesculapius), e che in seguito a lui venne associata nel culto. L’arte della medicina venne insegnata agli sciamani nordici penetrati in Grecia, impersonati dalla figura eroica di Asclepio, dal centauro Chirone, saggio abitatore di boschi che impersonava la sapienza pre-greca. Questo fatto è confermato da un altro dato mitico, poiché Asclepio aveva ricevuto il sangue della Gorgone Medusa. Con il sangue del lato destro di questa Gorgone egli era in grado di far resuscitare le persone, mentre con quello del sinistro esse morivano. E’ qui chiara la capacità di manipolare i due fluidi magnetici universali ereditata da una divinità precedente. Non a caso Asclepio è uno degli dei più giovani che esistano, non tanto perché dio della medicina, ma perché il suo culto è attestato in epoca relativamente tarda. Al suo insegnamento si rifaceva il collegio di medici-iniziati degli Asclepiadi, attivo nei suoi templi, come a Epidauro, Atene, Cos, Pergamo e Roma. Ippocrate stesso, a Cos, ne fu il diciassettesimo indegno erede. Era venerato sotto forma di serpente e se ne percepiva l’aiuto nella pratica dell’incubazione notturna all’interno dei suoi templi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SAPONE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. sàpon) Nell’antichità classica l’uso del sapone o della saponetta era del tutto ignoto. Per la pulizia della pelle, oltre ad una naturale maggiore esposizione all’aria, si faceva ricorso ad abbondanti abluzioni d’acqua, talvolta aromatizzata. Per una maggiore detersione della pelle si ricorreva all’argilla e più spesso all’olio, che veniva poi raschiato via con un apposito strumento, detto strigile. La classica “pietra di sapone” era nota all’inizio solo per scopi medicinali e per schiarire i capelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SATIRI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Satyroi) - divinità silvestri raffigurate in sembianze semiferine, generalmente con la parte inferiore del corpo simile a capri e con quella superiore umana, per quanto con il volto di forma camusa, bicorni, le orecchie allungate e villose ed il mento caprino. I satiri sono sempre raffigurati itifallici e affaccendati nel tendere agguati a donne e ninfe ma il significato del loro nome (da cui anche l’italiano saturo, “pieno”) fa intravedere la possibilità di un significato misterico, connesso con oscuri riti sessuali. Il satiro generalmente folleggia per boschi e contrade montuose, accompagnandosi con il suono di strumenti musicali quali il flauto e la siringa, talvolta in compagnia delle ninfe o al seguito di cortei dionisiaci. Oggi è  più difficile potere scorgere questi spettacoli più di quanto non lo fosse già nell’antichità. E’ tuttavia possibile catturarne qualcuno, col sotterfugio di versare una buona quantità di vino in una fonte dove si supponga che questi venga ad abbeverarsi. L’episodio ci è stato tramandato da Filostrato. Noi riteniamo che però il vino sia un sostituto del sangue e che questo serviva per farne apparire sensibilmente le sembianze. Analoghi ai satiri erano i panischi, i sileni e, tra i latini, i fauni. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;SCIENZA SACRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. etrusca disciplina) La scienza sacra è quell’insieme di norme codificate da una tradizione orale e poi scritta che abbracciano molteplici ambiti dell’esistenza umana. In Occidente soltanto gli Etruschi hanno mantenuto una simile organicità e ne hanno lasciato ampie tracce, raccolte principalmente dagli autori romani che la chiamavano appunto etrusca disciplina (conoscenza, scienza etrusca). Il primo che la menziona è l’erudito Varrone anche se veniva talvolta confusa  con una o più delle sue branchie: l’aruspicina, i libri fatali, i libri di Tagete. Lucrezio (VI, 381), pur denigrandola, come farà anche Seneca dopo di lui, ricordava ancora che questa scienza era originariamente stata messa in versi e la citava come carmi tirreni. Molto più tardi, Censorino ricordava questo aspetto cantato. Se ne faceva risalire l’origine alla rivelazione del mitico Tagete, tuttavia, storicamente, pare che ogni importante città etrusca abbia avuto una sua particolare disciplina, formatasi, come ammette Cicerone, nel corso di un lungo periodo storico. Se Tarquinia aveva i Libri Tagetici, Chiusi aveva i Libri di Vegoia, tra cui quelli sull’arte di interpretare i fulmini e quelli dell’agrimensura, Veio a sua volta una raccolta di profezie, ecc. La loro messa per iscritto pare risalga ad un’epoca tarda (II sec. a.C.), allorchè i Romani, trascurando la consultazione dei Libri Sibillini di origine greca, si rivolsero sempre più spesso ai sacerdoti etruschi. Nel complesso, la scienza sacra etrusca “passata” in parte ai Romani in forma scritta, si può schematizzare, con Cicerone, nel modo seguente: LIBRI ARUSPICINI concernenti l’arte di ricavare pronostici dall’osservazione delle viscere degli animali sacrificati; LIBRI FOLGORALI concernenti tutte le pratiche rituali connesse con i fulmini, LIBRI RITUALI concernenti le pratiche rituali di attività urbane e domestiche, civili, religiose, militari e agricole. Una parte di questo terzo gruppo di libri erano detti LIBRI FATALI, perché si occupavano di quanto concerne la vita di uomini e comunità etrusche ed il loro destino. A loro volta i Libri Fatali contenevano dei “repertori” (Tuscae historiae e vari tipi di Ostentaria e di Auspicia) in cui venivano registrati tutti quei segni portentosi che permettevano di divinare il futuro, di comprendere il presente e di modificarlo a proprio favore; sempre nei Libri Fatali infine, i LIBRI ACHERONTICI, che permettevano di poter differire il destino di un certo numero di anni nonché di poter intervenire sul destino dell’uomo dopo la sua morte fisica. Tradotti in latino alcuni di questi libri, come i LIBRI VEGOICI, venivano conservati nel tempio di Apollo ma andarono distrutti con l’incendio di quest’ultimo assieme ai Libri Sibillini. Di essi non restano che frammenti. Nigidio Figulo ci ha tramandato completo un ostentarium o calendario brontoscopico ma c’è il fondato sospetto che esso sia stato ampiamente manipolato dal senatore romano per scopi politici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SCILLA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scilla è collegata con antichi rituali concernenti il supplizio di una vittima (Farmakos). Ad essa sono associate virtù purificatrici a catatiche (è uno dei più potenti diuretici vegetali), analoghe nel significato al simbolismo patibolare di Marsia o Attis. A Pitagora fu attribuito un libro, probabilmente spurio, “Sulla Scilla” e sulle sue molteplici proprietà, fra cui quella di stornare le fatture (introitum malorum medicamentorum), se appesa sulla porta di casa. Pare che Pitagora avesse appreso l’uso della scilla dallo sciamano cretese Epimenide chiamandola Epimenidium. Lo stesso Pitagora, al dire di Antonio Diogene – scrittore di età ellenistica riferito da Porfirio (De Vita Pit. L.10): “quando stava per calarsi giù all’interno di un tempio e trascorrere lì un certo periodo di tempo” chiaramente a scopo iniziatico e rituale, “si nutriva di cibi che calmassero la fame e la sete”. Ecco la composizione dei due cibi:&lt;br /&gt; papavero semi&lt;br /&gt;sesamo&lt;br /&gt;scilla scorze lavate con cura per eliminarne il succo&lt;br /&gt;asfodelo steli&lt;br /&gt;malva foglie&lt;br /&gt;orzo farina&lt;br /&gt;ceci farina&lt;br /&gt;il tutto tritato e impastato con miele del monte Imetto&lt;br /&gt;cocomero semi&lt;br /&gt;uva passa profumata senza acini&lt;br /&gt;coriandolo fiori&lt;br /&gt;malva semi&lt;br /&gt;portulaca erba&lt;br /&gt;formaggio grattugiato (cacio)&lt;br /&gt;farina bianca&lt;br /&gt;scrematura di latte&lt;br /&gt;il tutto impastato con miele delle isole egee&lt;br /&gt; “Queste ricette le aveva apprese Eracle da Demetra quando si dirigeva verso il deserto della Libia” Una bevanda rituale veniva attribuita a Epimenide: l’alimon, composto con un tipo di scilla, asfodelo e malva (La semenza della malva peraltro avrebbe virtù afrodisiaca). Purificazioni venivano effettuate con frizioni cutanee di scilla (Luciano Necyam.7). Gli egiziani, che avevano una &lt;br /&gt;vera e propria predilezione per ogni sorta di bulbi, l’avevano consacrata a Tifone mentre i greci la piantavano sulle tombe (HP 7,12,1) e ne vantavano la capacità di curare la follia. In Arcadia era usanza di fustigare il simulacro del dio Pan con della scilla se la caccia era risultata infruttuosa e veniva usata come purga e diuretico da chi si preparava a partecipare ad un atto rituale. A proposito della fustigazione, pena che spesso precedeva quella capitale, in Asia Minore il Farmakos veniva percosso sui genitali con scilla o altre liliacee, come i bulbi di giglio, al suono del flauto, strumento &lt;br /&gt;dionisiaco e ferale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SCIMMIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(etr. àrimos gr. kérkops) - rappresenta l’aspetto fecondatore e rigeneratore della Natura. Per tale motivo era venerata dai Cartaginesi ed effigiata nelle tombe etrusche (Tomba della scimmia di Chiusi). Animale lunare per eccellenza in quanto intermedio, per il suo aspetto, fra la natura animale e quella umana. Tra gli Egizi il babbuino era sacro a Toth. Cercope e i Cercopi erano esseri &lt;br /&gt;scimmieschi vinti da Ercole ma ci fu anche un antico filosofo pitagorico che si chiamava Cercope che, secondo Aristotele, avrebbe redatto gli scritti attribuiti poi ad Orfeo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SEDANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I medici Dionisio e Crisippo (NH 20,113) raccomandavano di non adoperare il sedano nella preparazione delle vivande, “sarebbe anzi un sacrilegio in assoluto, perché il sedano è riservato ai  banchetti funebri” e corone di questa pianta venivano deposte nei sepolcri: “l’appio (una varietà di sedano) agisce magicamente diffondendo il suo odore grasso e intenso di sedano selvatico”[2]. Il sedano degli antichi, selinon, non è il sedano coltivato che oggi adoperiamo solo per condire insulsi minestroni ma il suo progenitore che oggi si rinviene solo negli acquitrini salmastri, come d’altronde ci ricorda la radice celtica *Ap della parola in latino: apium. Il divieto di mangiare ci viene spiegato da Clemente Alessandrino (Eser 16): i sacerdoti dei misteri coribantici “proibiscono che il sedano selvatico sia messo sulla tavola, perché credono che esso nasca dal sangue di quel fratello che loro stessi avevano assassinato”. Il divieto arcaico di consumare certi cibi nascondeva sovente un uso rituale di questi stessi. Infatti il sedano è una pianta funebre più che altro perché, essendo un noto rinvigorente sessuale, si riteneva che potesse, per sympatheia, sostenere magneticamente l’anima dei defunti. Ancor oggi dei proverbi francesi recitano: “se l’uomo conoscesse l’effetto del sedano ne riempirebbe il suo cortile”, “ se le donne sapessero l’effetto che il sedano produce sugli uomini lo andrebbero a cercare anche da Parigi a Roma”. Ora, l’insegnamento che se ne può trarre è triplice: nel primo come nel secondo caso si tratterebbe di nutrire opinioni poco riguardose verso i nostri cugini d’oltralpe, nel terzo che sarebbe il caso di sperimentare questo sedano al fine di non nutrire le opinioni di cui sopra….&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SEPPIA e POLIPO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. sepìa - polypous) - Gli animali marini sono tra quelli il cui simbolismo è molto più vicino alle origini dell’antico mondo mediterraneo rispetto ad animali che denunciano una componente indoeuropea, come il cavallo ed il lupo; oppure orientale, quali la vacca e il toro. In antiche raffigurazioni vascolari cretesi in “stile marino”, si possono osservare numerose figure di polipi e seppie. La brocca che venne rinvenuta a Paleocastro e poi conservata al Museo di Iraklion, risalente al 1450 a.C., contiene il miglior disegno di polipo che possediamo: i tentacoli abbracciano tutta la superficie, descrivendo una serie di arabeschi, mentre fasci di alghe riempiono gli spazi vuoti. Si sa che il mare possiede due diversi ordini di simbolismo: uno di mascolinità generatrice – p.e. il delfino -, l’altro allusivo ai suoi spazi impenetrabili e profondi, al mondo pre-formale dove si elaborano e gestiscono le forme della Vita, passata e futura – ed è, appunto, il caso della seppia e del polipo, ma anche della foca e di qualche altro essere -. La seppia in special modo, raffigurando da sempre assieme alla civetta l’immagine stilizzata dell’utero materno, ricorda le funzioni divine della conservazione, dell’attrazione, della gestazione e della rielaborazione rinnovatrice, così come i tentacoli suoi e del polipo. Entrambi inoltre manifestano la loro capacità metamorfica – ovvero la facoltà della Madre Terra di assorbire, scomporre, uccidere, rielaborare, rigenerare e dare nuova vita – nel cambiare di colore a piacimento, scagliare l’inchiostro, simbolo di commistione, ove tutto si intorbida e si fa indistinto; qualità lunari che però contengono anche un germe di mascolinità, in quanto comprese all’interno del Mare salato. Il polipo è ritenuto anche dagli scienziati come uno degli animali più intelligenti che abitino le vastità marine, tanto che già Ulisse venne paragonato ad un polipo dal filosofo neoplatonico Eustazio. La divinità principale incarnata da questi cefalopodi – in particolare la seppia – è Tetis, peraltro madre di Achille il piè veloce. Questa nereide, dopo avere assunto molteplici trasformazioni per poter sfuggire all’amplesso “fissatore” di Peleo, viene da questi posseduta mentre si era trasformata in seppia, appunto. Erodoto ci ha tramandato il luogo in cui, in illo tempore, avvenne il connubio: il Capo Seppia, o Sepiade in greco, non lungi dall’odierna Volos in Tessaglia. Il promontorio prese tale nome per l’abbondanza delle seppie che popolavano la &lt;br /&gt;zona. La sacralità del luogo fu confermata anche dai Persiani invasori i quali, per blandire la divinità avversa che ne aveva distrutto la flotta, fecero sacrifici a Teti proprio in quel luogo. Esiste comunque anche una vera e propria Dea-polipo – segnalata da Marija Gimbutas - che è raffigurata su un sarcofago minoico cretese, forse sempre Tetis. La sua immagine tentacolare sembra volere avvolgere e prendere in sé il defunto in vista della futura rigenerazione. I polipi, le seppie, i calamari (gr. teuthìdes) e le foche furono considerati dai Greci come esseri anfibi, capaci di vivere in acqua ma anche sulla terra (i calamari erano addirittura ritenuti capaci di volare), a conferma della loro appartenenza simbolica al mondo della Materia in perenne stato di trasformazione, Materia che veniva “fissata” – cioè resa individua e specifica – mediante l’amplesso di una divinità maschile che la sottraeva in tal modo al mondo indifferenziato del senza forma. Scrivono anche Vernant e Detienne che “questa fusione colloca gli anfibi nel campo delle potenze primordiali, che rappresentano un potere di creazione anteriore all’emergere di un cosmo nettamente differenziato”[i]. I molluschi, inoltre, per via del loro biancore venivano omologati alla luna e al sesso femminile, tanto che in greco moderno la vagina è anche detta “seppia” (soupià) e molte prostitute dell’antica Grecia portavano questo soprannome. Robert Graves, nei Miti Greci,  parla invece di sacerdotesse-seppie: “la seppia è raffigurata spesso nell’arte cretese e anche nei monumenti megalitici di Carnac e di altre località brettoni. Essa ha otto tentacoli, così come il sacro anemone del Pelio ha otto petali: otto infatti è il simbolo numerico della fertilità nella mitologia mediterranea”. Graves ipotizza anche un uso rituale del nero di seppia nella consacrazione degli arcaici re-sacri, prendendo spunto dal nome del paredro di Tetis, Peleo, e dal fatto che questi fosse figlio di Endeide (”colei che avvolge”).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SERPENTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. ophis) - “Nell’antica Europa il serpente è chiaramente una creatura benevola. Nelle mitologie indoeuropee e del Vicino Oriente il serpente simboleggia i poteri del male” (Marija Gimbutas). Proprio perché fra tutti gli animali è quello che rimane sempre a stretto contatto con la terra, il serpente è stato rappresentato nelle antiche civiltà come il segnacolo dell’energia tellurica, della forza vitale animale. Non a caso, ci sembra, il termine latino anguis, serpente, è praticamente identico a sanguis, sangue. La stessa radice è presente in Angitia, dea dei serpenti di cui si celebra ancora il culto nella Marsica, a Cocullo, sotto le vesti della Madonna. Non deve essere stato estraneo al suo significato anche la somiglianza del serpente con gli intestini ed il cordone ombelicale. Ne rafforza il valore simbolico il fatto che quest’animale si riproduce attraverso le uova, esse stesse un segno della forza vitale tutta pronta a dispiegarsi. Serpi ed uova sono di frequente associati nelle rappresentazioni simboliche  come ben chiaramente scrive il Bachofen: “Dei due aspetti della vita l’uovo ce la rappresenta ancora chiusa nello stato fetale, i serpenti invece la mostrano nel movimento della vita che ha raggiunto la luce. L’uovo è l’immobile fondamento originario, i serpenti rappresentano lo sviluppo continuo di tutto il mondo tellurico; l’uno è la materia, gli altri sono la forza che muove, nella sua polarità. I serpenti portano a esteriore manifestazione ciò che l’uovo racchiude in se stesso”. Si spiega allora il perché in alcuni casi il serpente è visto essere il padre delle uova, come nel caso del dio egizio Kneph. Si può ben dire che non esista popolo antico, d’Oriente o d’Occidente, che non l’abbia celebrato ed onorato in qualche modo. Solo la Madre di Cristo schiaccia la testa della povera bestiola e il libro sacro dei monoteisti giudeo-cristiani ce lo rappresenta come il nemico del genere umano. Perché? Il serpente è, più particolarmente, la personificazione della forza fallica, della virilità fecondante, dell’elettromagnetismo, della vitalità che anima tutto l’essere umano persino nei suoi aspetti intellettuali. La sessuofobia maniacale di quei monoteisti, tutta tesa ad annullare l’uomo, ad estinguerne le capacità di conoscenza, si è scagliata contro il serpente proprio perché è ostile ai significati che questo compendia. Non è un caso se in greco la parola gheras designa sia la vecchiaia che la scaglia di serpente! La Genesi, nella vicenda della Tentazione, esprime goffamente questo tentativo ove, nel gustare la mela - leggi: l’approccio sessuale con Eva (= la vivente) - il serpente indica il modo per rendersi simili a dio, poiché nella primitiva redazione il dio del Giardino era proprio il serpente. Da ciò ne consegue, ma la Genesi su questo è mutila, che dio sosterrebbe la propria divinità tramite il congiungimento erotico con una dea, Eva. Non è questo il luogo per discutere di esegesi biblica anche perché è evidente che si tratta di un testo corrotto e manomesso all’origine della sua aggregazione nei Libri (= tà biblìa, in greco). Sarebbe comunque interessante ricostruire la struttura originaria politeista della Genesi. Non è neanche il luogo dove si possano analizzare tutti quei riferimenti che concorrono a delinerare la figura di Jahvè così come l’hanno artatamente raffazzonata gli ebrei e i loro continuatori cristiani, un dio “geloso”, una specie di sotto-demiurgo incapace, omosessuale e misogino. Robert Graves nel suo impareggiabile libro “La Dea Bianca” scrive che “in epoca proto-cristiana la setta giudaica degli Ofiti, in Frigia, venerava il serpente, sostenendo che lo Jahvè post-esilico non era altro che un demone, il quale aveva usurpato il regno del serpente saggio, l’Unto”. Anche nei miti politeisti un favoloso serpente è visto come il custode di giardini al cui interno si cela la possibilità di reintegrarsi nella originaria natura divina. In tal caso il serpente può assumere la figura più inquietante del drago (serpente alato) ma in realtà è un rafforzamento del significato trascendente che inerisce alla forza tellurica. Certo, non sarebbe ozioso domandarsi perché gli splendidi giardini del Rinascimento europeo, per lo più ideati da architetti italiani, fossero strutturati secondo la complicata trama del motivo labirintico che raffigura il movimento sinusoidale del procedere del serpente. Il custode del giardino, serpente, drago o mostro (Minotauro), pare che significhi sempre la stessa cosa. Nello schema ideologico evoluzionista di J.J. Bachofen troviamo che il serpente rappresenta, da una parte, il “cattivo” e, dall’altra, il “buono”, elementi che sono separati unicamente da uno iato di eventi storici. Noi, politeisticamente, vediamo queste due polarità moralisticamente quantificate dal Bachofen, compresenti in se stesse, a prescindere da fuorvianti qualificazioni temporali. “Da un lato troviamo l’impurità della materia tellurica, il serpente e la canna, che hanno origine nella melma delle oscure profondità, e sono testimonianze e simboli dell’accoppiamento caotico della terra e dell’acqua (...) Il serpente sembra così elevarsi al più alto livello di spiritualizzazione. Nel suo aspetto materiale inferiore il serpente rappresentava l’acqua tellurica e la sua forza generativa  operante nelle oscure profondità della terra (...) ora, invece, il serpente è rappresentato come animale della luce, e quindi è spesso provvisto di una cresta di gallo o anche, come la fenice, di un’aureola luminosa attorno al capo; esso diviene, infine, al più alto grado di spiritualizzazione, il simbolo del nous, che è causa originaria di tutte le cose, increato, eterno, non soggetto a vecchiaia. Per questo aspetto, il serpente diventa un’espressione delle più alte idee misteriche, e un simbolo della partecipazione alle speranze supreme dell’iniziazione (...) Il serpente diviene un segno evidente della fiducia nell’immortalità e nel passaggio a un più alto e divino stadio dell’esistenza, che gli antichi consideravano come il consolante significato della dottrina misterica”. Ecco spiegata la presenza dell’ animale (ureus) a mò di corona sulla fronte dei Faraoni egizi mentre come bracciale, al braccio &lt;br /&gt;sinistro, denota il favore e l’abbondanza della forza vitale. Anche l’abitudine che hanno i serpenti di cambiare la pelle (la muta), è servita a testimoniare la vittoria sulla morte, la rinascita e la metamorfosi. Marija Gimbutas: “Non il corpo del serpente era sacro ma l’energia emanata da questo animale che striscia o si raggomitola, energia che trascende i suoi limiti e influenza il mondo &lt;br /&gt;circostante (...) Il serpente era qualcosa di primordiale e di misterioso, emerso dagli abissi delle acque dove la vita comincia. Il suo rinnovarsi stagionalmente, col mutare pelle e cadere in letargo, ne ha fatto il simbolo della continuità della vita e il legame con gli inferi”: (Il Linguaggio della Dea. Cap. 14. Venexia, Roma 2008). Un simbolismo che probabilmente non è di origine indoeuropea, è quello dei due serpenti raffigurati nel larario della villa romana di Iulia Felix a Pompei. Questa pittura riferisce la diversa concezione politeista riguardo alla morte e ai defunti. Mentre il cristianesimo segrega i morti in quella specie di lazzaretto che è il campo santo, isolandoli dalla comunità dei viventi (e quindi dalla Natura) fino ad un improbabile “giorno del giudizio”, l’antica religione li vede ancora “vivi” e agenti a beneficio della comunità, purchè siano eseguiti i riti appropriati, in grado di risollevarli dal letargo della vita larvale. Nella parte superiore del dipinto si presenta la scena di un sacrificio ai Lari domestici, cioè agli antenati defunti, con lo scopo di tenerseli propizi. Nella parte inferiore si vedono due serpenti che da direzioni opposte lambiscono con la lingua delle uova poste sull’altare. Il significato di questa duplice scena è stato esaminato dal &lt;br /&gt;Bachofen ne “Il Simbolismo funerario degli Antichi” ma non ci pare che l’illustre studioso ne abbia saputo proporre una sintesi pregnante. A nostro giudizio, lo sconosciuto patrizio che commissionò ad un artista il dipinto, era un iniziato ai misteri che voleva offrire un soggetto di meditazione agli ospiti che entravano nella Domus - il larario veniva posto subito dietro l’ingresso delle abitazioni - oltre che adornare con grazia il suo tempietto. La meditazione forse era la seguente: col sacrificio del maialino si fornisce, tramite lo spargimento di sangue, nuova vitalità agli antenati (Lari), significato che è pure riproposto dalla scena dei due Lari che travasano il vino ai lati della scena sacrificale. Queste energie “infere” rianimate dal sacrificio soprastante stimolano lo schiudersi delle uova poste sull’altare - sono cioè fautori di nuova dynamis polarizzata, benevola e prospera, destinata ai membri della Familia sacrificante. Nella mitologia greca vi è un dio protomediterraneo associato al fallo e al serpente. Si tratta di Hermes, originario dell’Arcadia, regione che ha mantenute fino in epoca “classica” dei retaggi di epoche antichissime. Non a caso la sua immagine di culto era un cippo, con un volto da una parte ed un fallo raffigurato dall’altra. Simbolo di questo Hermes, come molti sapranno, è il caduceo, cioè un bastone attorno al quale si attorcigliano contrapposti due serpenti: le due polarità della forza tellurica. Esiste però anche un caduceo con un solo serpe arrotolato; questo è l’attributo di Asclepio, dio della medicina, a significare un uso specifico di questa forza. Oltre trecento anni fa, riferisce sempre la Gimbutas, nel 1604, un missionario gesuita riferiva con stupore del culto del serpente in Lituania: “qui sono tanto pazzi da credere che la divinità sia presente nei rettili. Perciò li proteggono perché nessuno faccia del male a quelli che tengono in casa. Sono così superstiziosi da credere che il male ricadrà su loro se si mancherà di rispetto a questi rettili. Capita di incontrare serpenti che succhiano il latte dalle mucche. Alcuni di noi (sacerdoti) a volte abbiamo cercato di cacciarne uno, ma invariabilmente il contadino cercava invano di dissuaderci. Quando le sue preghiere cadevano nel vuoto, afferrava il rettile con le mani e correva a nasconderlo”. Certamente in questo tipo di rituali si può parlare di nekrophilìa, alimentando così le preoccupazioni di coloro che vedono nei riti del paganesimo - così come in quelli della stregoneria medievale - un sistema operativo per entrare volontariamente in contatto con i demoni. Ma di che sorprendersi? Portare la luce del sole nel mondo sotterraneo dei trapassati è uno dei più bei gesti d’amore che il genere umano abbia potuto mai compiere verso se stesso, almeno fino al giorno in cui la visione del mondo dei viri lucifugi - come li chiamava Rutilio Namaziano - ha portato le tenebre anche qui sopra da noi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTIZODIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Imponente edificio fatto costruire a Roma, nel 203, alle falde del Palatino, dall’imperatore Settimio Severo. Si trattava di una specie di portico o ninfeo o meglio ancora simile al frontespizio del retroscena di un teatro, a tre piani e con tre esedre, volto a levante verso la via Appia. Una parte dell’edificio sopravvisse fino al 1586, allorchè Papa Sisto V lo fece demolire per utilizzarne le parti nobili a scopo edilizio, come la cappella di Sisto V in Santa Maria Maggiore o il basamento della statua di Marco Aurelio o ancora le fontane di via 4 Fontane. In precedenza sul luogo era stato edificato un fortilizio, di cui sopravvive oggi la Torre dei Frangipane. Esso era lungo 95 metri e alto 30; recava le statue dei sette dei planetari. Era ornato da file di statue su tutti i piani, da nicchie e da giochi d’acqua. Il suo simbolismo era di carattere planetario e nel suo scenario l’imperatore e la moglie erano rappresentati come il Sole e la Luna. Ma questo scenario imaginifico serviva soprattutto a mascherare i grezzi contrafforti murari che l’imperatore aveva fatto edificare a sostegno della sua nuova dimora palatina, appoggiata al vecchio palazzo di Domiziano.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;SFINGE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Sphigx = la strangolatrice) Entità mitologica benefica di origine egiziana, dove rappresentava il custode della potenza e dell’autorità del Faraone e il suo principio spirituale solare, raffigurata in Egitto come leone con testa umana ma in Medio Oriente in aspetto femminile e in Grecia originariamente maschile e poi femminile alata e sempre di carattere malefico (della stessa famiglia delle Kere, Arpie, Furie e Sirene e talvolta associate alle…etère) legata al mondo dei morti, ma la sua derivazione egiziana è evidente dal fatto che è connessa col mito dell’itifallico Edipo tebano . Anche in questo caso la Sfinge è una guardiana della via resurrettiva ma anche colei che conduce negli inferi tutti coloro che non riescono a risolvere il suo famoso indovinello. Quest’ultimo è una deformazione di un’originaria dottrina egiziana che identificava l’oggetto dell’indovinello, cioè l’uomo, con il sole, l’unico a poter sfuggire al potere degli inferi. In tal senso è errata la spiegazione che il Bachofen dà della sfinge, identificandola esclusivamente col potere annichilatore e spersonalizzatore della Terra: « Quale immagine della maternità tellurica si configura la tifonica Sfinge, che rappresenta il diritto femminile della Terra nell’oscuro significato della legge della morte nella sua inesorabilità » .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SILFIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il silfio che i Romani chiamavano anche laserpicium o laser era il prodotto di una ferulacea, che in epoca antica fu una delle basi dell'economia di Cirene - nell'attuale Libia - tanto che venne riprodotta anche sulle sue monete. Si usava il succo della pianta che a contatto con l'aria si solidificava prendendo un aspetto ceroso. Il laser era più o meno pregiato a seconda della parte della &lt;br /&gt;pianta dalla quale era stato tratto: quello del gambo era considerato di qualità inferiore, rispetto al succo ricavato dalla radice. Finché durò, il laser cirenaico fa una spezia importantissima per tutto il mondo antico. Sotto il consolato di Caio Valerio e Marco Erennio (93 a.c.) lo stato romano ne fece &lt;br /&gt;importare 30 libbre e l'acquisto fa ritenuto talmente importante da Plinio che questi ne riportò la notizia nella sua famosa opera Naturalis Historia. Sempre in Plinio leggiamo che all'inizio della guerra civile Cesare, oltre all'oro e all'argento, prelevò dall'erario pubblico anche 1500 libbre di laserpizio, pari a 490 Kg. Il fatto che questa spezia venisse conservata addirittura nell'erario pubblico fa capire il suo valore. Non passò neanche un secolo che il laser cirenaico scomparve dalla scena: ai tempi di Augusto lo si vendeva a peso d'oro. Ai tempi di Plinio ne fu trovata un'unica pianta che venne inviata in dono a Nerone: un vero colpo di fortuna e, comunque, una curiosità che tale doveva restare, perché una delle caratteristiche del laserpicium era quella di crescere soltanto allo stato selvatico e non poteva mai essere coltivato. Dalla metà del I secolo d.C. in poi a Roma non si importò altro che il laser partico, ricavato da una ferulacea (Ferula asa foetida L.), che ancor oggi cresce abbondantissima in Iran e Belucistan. Sembra che si trattasse di un prodotto assai inferiore a quello cirenaico ma, essendo quest'ultimo ormai scomparso, nessuno poteva far paragoni e comunque, dato il largo consumo che se ne fece, sembra che anche quello partico riuscisse gradito. L'assafetida, che non viene più usata a scopi culinari nel mondo occidentale, è però tuttora usata nel mondo orientale ed in particolare in alcune regioni dell'India meridionale dove è considerata addirittura indispensabile per certe preparazioni: bisogna poi dire che, in dosi minime, il suo sapore agliaceo è molto gradevole. Non vi è dubbio che anche a Roma in tali dosi la si consumasse. Il ricettario di Apicio consigliava di acquistarne circa 30 gr., e di metterli in un barattolo pieno di pinoli, proprio come oggi facciamo conservando i tartufi nel riso. Si consigliava poi di prendere una trentina di questi pinoli tutte le volte che si aveva bisogno di dare ad una pietanza l'aroma del silfio, e di pestarli con gli altri ingredienti, raccomandando di integrare il barattolo con lo stesso numero di pinoli che si era prelevato. Pare che a questo modo la spezia preziosa durasse indefinitamente. Oggi il laser (ovviamente quello ricavato dalla ferula persiana o assafetida) si può trovare in alcuni negozi specializzati in prodotti esotici. La forza aromatica di questo prodotto è attenuata, a sua volta, dall'aggiunta di farina e resina, ma all'inizio è meglio andarci piano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SINCRETISMO&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;( gr. sugkretismòs) - Sincretismo è parola di origine greca poco usata nel passato (Plutarco, Moralia 490) ma più diffusa nella moderna storia delle religioni, dove si tende a definire con questo termine una tendenza ad unificare e assommare in una veste nuova e più funzionale, ma spersonalizzante, i contenuti salienti delle religioni. In pratica questa tendenza o moda, facendo di tutta un’erba un fascio, permette di considerare le antiche civiltà come qualcosa di irrimediabilmente superato, i cui contenuti sono stati distillati per la futura umanità da coloro che ne hanno saputo sintetizzare le valenze. In effetti sarebbe stato meglio usare al posto di sincretismo la parola sintesi. Viene quindi completamente annullato quel corpus di valori che fa capo al sangue e al suolo (il “Blut und Boden” di Walter Darrè o anche il “fulgore mitico” di K. Kerényi) che conferiva ai simbolismi non un valore generale, quale una regola matematica può avere, ma una forza propulsiva unica e particolare. Il dio Pan dei selvaggi pastori arcadi, per esempio, non è il dio Pan dei devoti dionisiaci &lt;br /&gt;di epoca imperiale, anche se il simbolismo è lo stesso. Quindi il moderno sincretismo deve essere considerato, per la visione ideologica che questo Dizionario intende offrire a tutti gli estimatori del paganesimo, come una minaccia ed un attentato ai più profondi significati delle civiltà pagane politeiste. Solo in un’ottiva pagana monoteista, quindi deviata, ciò potrebbe avere un senso o in quella cristiana. Originariamente il verbo greco sugkretizo (sincretizzo) significava semplicemente “confederarsi alla cretese” e, più estesamente, l’unione di due gruppi o comunità in vista di una successiva azione bellica, anteponendo le rivalità e i contrasti, come sappiamo da un’opera di epoca bizantina che raccoglieva notizie specie filologiche dell’ormai perduto patrimonio: Etymologykòn mèga kat’alphàbeton, più noto come Etymologicum Magnum. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;SISTRO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. séistron eg. sekhem) Strumento sonoro, ma non musicale, tipico dell’Egitto e della religione di Hathor/Iside ma diffusosi poi con grande successo nel mondo greco-romano. E’ costituito da un elemento di bronzo, argento o anche oro, a ferro di cavallo allungato (talvolta quasi in forma rettangolare) i cui estremi si uniscono in  un manico. Le due parti metalliche supportano due-quattro barrette mobili sempre di metallo ognuna delle quali sostiene un numero variabile di sonagli a lamella mobili. Agitando lo strumento si produce un suono tintinnante caratteristico. Ecco come Apuleio lo descrive ne l’Asino d’Oro (XI, 4): « …nella destra aveva un tintinnabulo  di bronzo formato da una sottile lamina piegata a mò di cinturino con dei fori nel mezzo, trapassati da alcune verghette che al triplice movimento del braccio producevano un suono argentino ». Nella parte alta ricurva del sistro veniva generalmente raffigurata una gatta allattante dei cuccioli, e il gatto nilotico era considerato un abile cacciatore di serpenti. Si può supporre infatti che in origine fosse un mezzo per tenere lontani i serpenti e che, per analogia, sia poi passato nel culto isiaco, cui i serpenti erano invisi . Il gatto però era sacro specialmente a Bastet e quindi non è escluso che il sistro in origine pertinesse proprio a questa dea dal volto di gatto e corpo umano. Plutarco (Iside e Osiride, 63) fornisce per l’uso del sistro una spiegazione morale edificante, secondo la moda platonica. Sta di fatto che lo stesso ricorda come con esso si tenesse lontano l’infernale Tifone, cui erano sacri i serpenti. In un testo egizio di Denderah un suonatore di sistro afferma: “io scaccio via il nemico della Signora del Cielo”. Ad eccezione del Faraone e dei sacerdoti pare che il sistro fosse pertinenza esclusiva delle donne. Nel fiume Tevere vennero ritrovati recentemente quattro sistri di bronzo, dove vi vennero gettati duemila anni fa (32. d.C.), assieme ad altri simboli del culto di Iside, per ordine dell’imperatore Tiberio, a pretesto del noto scandalo sessuale che vide coinvolti i sacerdoti della Dea, un cavaliere romano ed una matrona . Il sistro è ancora in uso nella liturgia delle chiese cristiane copte dell’Etiopia…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SMILACE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Plinio, pur essendo una fonte inesauribile di notizie, non è studioso di simbolismo, per cui, di fronte a certe notizie, come quella riferita da Euripide (Baccanti 702): “si misero corone di edera e di quercia e di smilace fiorito” (Smilax aspera L. è il nome greco della salsapariglia mediterranea), fa passare per antitradizionale un’usanza che pure non lo era: lo smilace “è ritenuto di cattivo auspicio per tutti i riti sacri e per tutte le corone, dato che ha una fama sinistra, legata alle vicende di una fanciulla di tal nome che fu appunto mutata in pianta per amore del giovane Croco . La gente comune, che non sa tutto ciò, spesso nelle celebrazioni lo scambia con l’edera, profanando così le ricorrenze festive: ma, se si pensa ai poeti, al Padre Libero, o a Sileno, chi è che non sa di quale pianta sono le foglie con cui vengono incornati?” (NH 16,154).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SOLCHI DI CARRI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(ing. cart ruts) Misteriosi solchi (profondi da 8 a 50 cm e distanti circa 1,5 m) lasciati nella roccia di alcune località – Sicilia, Francia meridionale, Grecia e specialmente nell’isola di Malta – simili a quelli lasciati dai carri nel terreno. La loro origine pare risalire all’Età arcaica, epoca in cui vennero edificati i principali edifici megalitici maltesi, anzi pare che siano da collegare proprio con la costruzione delle antiche sedi templari, poiché, a Malta come altrove, molti sono posizionati in prossimità di antiche cave. Essi sarebbero la conseguenza dell’usura prodotta dalle particolari slitte adoperate per il trasporto dei blocchi. Tutte le ipotesi fantasiose fatte a loro riguardo da cacciatori di misteri inesistenti, sono dunque prive di ogni fondamento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SORTEGGI VIRGILIANI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. sortes vergilianae) “Già troviamo sotto gli Antonini il costume, pratticato anche da imperatori, di interrogare la sorte aprendo a caso il libro di Virgilio; le così dette sorti virgiliane che interrogò Adriano, delle quali molti esempi ci offrono gli scrittori della Storia augusta, e che seguitarono poi per tutto il medio evo. Questa prattica non solo attesta della immensa popolarità del testo di Virgilio, ma anche di un carattere sommamente venerando che gli si attribuiva. Infatti Virgilio ebbe ciò in comune con altri libri venerati per la grande santità loro o la straordinaria sapienza che in essi si credette contenuta, Omero cioè e i libri sibillini, e poi anche la Bibbia”.  Rabelais in Gargantua e Pantagruel riferisce infatti che la pratica divinatoria era comune anche alle opere di Omero. Si operava tre volte di seguito, dopo avere invocato Ercole e “le dee Teniti” – probabilmente un errore di Rabelais per indicare una nereide, la dea Teti o Tetide . Naturalmente il metodo indicato da Rabelais non è quello originale, dato che nell’Antichità non esistevano i libri nel formato in cui noi li conosciamo. L’autore francese racconta che si doveva scegliere a caso una pagina delle opere di Virgilio (quindi aveva in mente l’opera omnia del poeta in unico volume e non solo l’Eneide) sollevandola con l’unghia. Il limite di questa tecnica è che non è garantita la fortuità del posarsi dell’unghia, ma la cosa pare che dispiacesse solo a Cicerone, come vedremo fra poco. Poi si gettavano tre dadi; i tre valori numerici ottenuti andavano sommati tra loro ed il risultato costituiva il numero di riga della pagina trovata su cui andare a leggere il verso oracolare. Dopodichè si ripeteva la pratica della scelta con l’unghia e del getto di dadi per altre due volte. Ulteriore limite di questa procedura è che non si può andare oltre il verso 18 di ogni pagina e anche se non si facesse così e si leggessero i tre numeri come uno solo, si arriverebbe al massimo al verso 666! Per ovviare alle incongruità della tecnica descritta nel Medioevo da François Rabelais abbiamo cercato di costruire un metodo in cui tutta la procedura è in mano al “Caso” o “Fortuna” e quindi può ragionevolmente essere più vicina all’originaria tecnica per consultare anche i testi omerici. Proprio la fortuità della procedura era però disprezzata da Cicerone, il quale evidentemente era conscio del pericolo di un uso politico eversivo che si poteva fare delle sorti . Egli pertanto vedeva con favore solo la divinazione controllabile da un clero sacerdotale organizzato, quindi ligio alle direttive del potere dominante. Preliminarmente, si predispone l’ambiente bruciando su delle braci alcuni vegetali, possibilmente quelli citati nel poema: maggiorana, cedro, incenso. Ci si lavano mani e viso, facendo cioè una abluzione rituale e si invoca Giunone affinchè sia propizia. Inoltre si dovrà disporre di una copia dell’Eneide con testo latino e 14 sfere o rondelle (vanno bene quelle della tombola) numerate nel modo seguente: 0, 00, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12. Si scrive su un pezzo di carta la domanda, formulandola – ma non obligatoriamente – in latino. Deve essere concisa, chiara, breve. Per esempio: PROBATNE HUNC LIBRUM LECTORIBUS (sarà apprezzato questo libro dai lettori?). In un sacchetto si agiteranno tutte le sfere e poi si estrarrà finchè non esca un numero compreso tra 1 e 12, non tenendo in conto l’eventuale uscita di “0” o “00”. Il numero estratto indica uno dei 12 Libri dell’Eneide dove si dovrà condurre la ricerca. Rimessi i numeri nel sacchetto (ma non considerando 10, 11 e 12), si estrarrà di nuovo, alla ricerca di uno dei 9896 versi esametri che compongono il poema. Si estraggono uno dopo l’altro tre numeri; questi rappresentano il numero progressivo di posizione della riga del testo latino, cioè l’esametro oracolare. Poniamo per esempio che sia uscito il numero 915 del primo Libro. Poiché quest’ultimo è formato solo di 756 esametri, faremo la sottrazione 915 – 756 = 159. Quest’ultimo numero è l’esametro ricercato. Poniamo invece che escano in progressione i seguenti valori: 0, 6, 8, oppure 00, 10, 0, oppure 00, 0, 1 oppure ancora 2, 00, 9. Essi corrispondono a esametro 68; esametro 10; esametro 1; esametro 209. In pratica il simbolo 00 ha valore di 0. La domanda è così soddisfatta. Tuttavia, se non si ritiene che il senso sia intelligibile, si può reiterare fino a tre volte la procedura (compresa la ricerca di uno dei 12 libri) al fine di avere una risposta più chiara. Se questa non lo fosse comunque, significa che l’oracolo si rifiuta di rispondere. Ovviamente, la maggior parte dei responsi ha un valore simbolico che il richiedente dovrà saper interpretare andando a cercare nel senso simbolico dell’intero episodio, se necessario, cui l’esametro appartiene. Più sottile sarà la sua capacità di introspezione del simbolo, maggiore sarà la chiarezza del responso. Nel caso del verso o esametro 159 del primo Libro: «est in secessu longo locus, insula portum» [c’è un luogo, rifugio profondo e lo fa porto un’isola], il responso lo si può interpretare sottilmente, riferito alla domanda posta, nel senso che il lettore apprezzerà il libro solo se troverà un editore capace di prendersene cura…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;STRUZZO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le uova di struzzo erano simbolo di amore materno. Ne furono trovate anche in tombe etrusche, importate dall’Egitto o riprodotte in ceramica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;STUDIOSI DI PAGANESIMO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni Casadio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni Casadio (Faenza 1950) è Professore ordinario di storia delle religioni all'Università di Salerno (genn. 2005). Laurea in Storia delle religioni Università di Bologna (1981). Perfezionamento in Studi storico-religiosi Università di Roma La Sapienza(1985). Borsista Università di Losanna (1984-1985). Dottorando di ricerca e borsista Università di Bologna (1985-1987). Dottore di ricerca in Storia religiosa Università di Roma La Sapienza (1993).&lt;br /&gt;Professore a contratto Università di Messina (1992). Professore associato di Storia delle religioni all'Università di Salerno (nov. 1993-dic. 2004). Professore invitato Università Complutense di Madrid (1993) e Università di Bochum (1995). Membro della Società italiana di storia delle religioni (1981), della Associazione italiana di cultura classica (1981), della International Plutarch Society (1985), della Associazione antropologia e mondo antico (1988), collaboratore del Programma internazionale Mentor (1988), socio fondatore della International Association of Manichaen Studies (1989) e della International Plato Society (1989). Socio corrispondente della Società Torricelliana di Scienze e Lettere di Faenza (1993). Comandante al merito culturale Repubblica di Romania (2006). Già membro del bureau della Association Européenne d'Etude Scientifique des Religions (EurAssoc) nella funzione di tesoriere (1998-2000). Membro del comitato esecutivo della European Association for the Study of Religions (EASR), fondata a Cracovia il 2 maggio 2000 (delegato alle pubblicazioni). Già membro dell'International Board di "Religioni e società" (Firenze) e del Collège de rédaction di "Archaeus" (Bucarest). Associate Editor della nuova edizione di Encyclopedia of Religion, ed. M. Eliade, McMillan (2001-2005). Membro del Comitato Scientifico di: "International Journal on Humanistic Ideology"; "Religo. Moscow Journal of Religion"; "Vergilius"; "Bandue". Co-director degli annuali Symposia Cumana sponsored by the Vergilian Society/Brandeis University (2001-). Fondatore e direttore delle collane Biblioteca di Studi Religiosi (L. Giordano ed., 1997: quattro voll. apparsi, quattro in stampa, altri in programmazione); Biblioteca di Storia delle Religioni (Il Calamo ed., 1999: tre voll. apparsi, uno inpreparazione). Membro del comitato scientifico della serie Studien und Textezu Antike und Christentum (J. C. B. Mohr, Tübingen: 21 voll. apparsi). Dal 1997 al 2000 è stato direttore di ricerca per l'unità di Salerno del progetto coordinato CNR "Silloge delle iscrizioni magiche" (coordinatore prof. Mastrocinque, Verona), che è stato finanziato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche per gli anni 1997, 1998, 1999 e ha già prodotto un seminario e un convegno internazionale di cui sono apparsi gli atti nel 2002. Nel 1997 ha organizzato a Salerno il convegno (co-sponsored dalla IAHR) "Ugo Bianchi: una vita per la storia delle religioni", di cui ha curato gli atti apparsi nel 2002, con larga partecipazione internazionale. Ha tenuto lezioni, relazioni e conferenze a Roma, Savonlinna (Finlandia), Foggia, Oxford, Tubinga, Città del Vaticano, Lovanio, Bressanone, Ginevra, Palermo, Bonn, Comacchio, Ascona (Eranos), Trento, Montpellier, Bad Homburg,Burlington (USA), Bechyne (Cecoslovacchia), Bristol, Cosenza, Valladolid, Napoli, Brno, Macerata, Roma (Lincei), Ravello, Paderborn, Budapest, Magonza,Berlino, Verona (bis), Boston (inv. panel American Academy of Religion), Cracovia, Durban (inv. a un panel e a un symposium della IAHR), Roma (Accademia di Romania), Paris (ENS e Collège de France), Ravenna, Toronto (inv. panel AAR), Pisa, Venezia: in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e romeno. Campi di indagine: dionisismo, orfismo (Platone, Plutarco), mitologia vicino-orientale (iranica, ugaritica, mesopotamica), gnosticismo (cristianesimo antico), manicheismo, antropologia antica (donna, sessualità, famiglia), storia e metodo deglistudi storico-religiosi. Muove dalla comparazione e dalla tipologia storicaper giungere a un'interpretazione-comprensione che preservi le esigenze della critica storico-filologica. Pubblicazioni in volume: Storia del culto di Dioniso in Argolide (1994); Vie gnostiche all'immortalità (1997); Il vino dell'anima (1999); Ugo Bianchi: Una vita per la storia delle religioni (2002); Mystic Cults in Magna Graecia (2009: con P. A. Johnston).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A) Libri&lt;br /&gt;1)    Storia del culto di Dioniso in Argolide, Ateneo G.E.I., Roma 1994.&lt;br /&gt;2)    Vie gnostiche all’immortalità, Morcelliana, Brescia 1997.&lt;br /&gt;3)    Il vino dell’anima. Storia del culto di Dioniso a Corinto, Sicione, Trezene, Il Calamo, Roma 1999.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B) Libri curati&lt;br /&gt;1)    Ugo Bianchi. Una vita per la storia delle religioni, Il Calamo, Roma 2002.&lt;br /&gt;2)   The Encyclopedia of Religion, ed. in chief L. Jones (after M. Eliade), Detroit 2005, 15 vols. (Associate Editor).  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C) Articoli e recensioni&lt;br /&gt;1)    Per un’indagine storico-religiosa sui culti di Dioniso in relazione alla fenomenologia dei misteri, I, “Studi storico-religiosi”, VI, 1982, 209-234.&lt;br /&gt;2)    Per un’indagine storico-religiosa sui culti di Dioniso in relazione alla fenomenologia dei misteri, II, “Studi e materiali di storia delle religioni”, XLIX, 1983, 123-149.&lt;br /&gt;3)    Adversaria Dionysiaca, “Studi e materiali di storia delle religioni”, L, 1984, 131-137.&lt;br /&gt;4)    Rec. Di M. G. Ciani (ed.), Le regioni del silenzio, Padova 1983, “Studi e materiali di storia delle religioni”, L, 1984, 186-190.&lt;br /&gt;5)    Dioniso e il sangue di Penteo nel culto di Corinto, in F. Vattioni (ed.), Sangue e antropologia nella liturgia, Roma 1984, I, 87-117.&lt;br /&gt;6)    Adversaria Orphica et Orientalia, “Studi e materiali di storia delle religioni”, LII, 1986, 291-322.&lt;br /&gt;7)    Adversaria Orphica, “Orpheus”, VIII, 1987, 381-395.&lt;br /&gt;8)    Antropologia orfico-dionisiaca nel culto di Tebe, Corinto e Sicione, in F. Vattioni (ed.), Sangue e antropologia. Riti e culto, Roma 1987, 191-260.&lt;br /&gt;9)    El and Cosmic Order: is the Ugarit Supreme God a deus otiosus?, in Mythology and Cosmic Order (“Studia Fennica” 32), Helsinki 1987, 45-58.&lt;br /&gt;10)    La donna nel mondo antico, “Studia Patavina”, XXXIV, 1987, 73-90.&lt;br /&gt;11)    La visione in Marco il Mago e nella gnosi di tipo sethiano, “Augustinianum”, XXIX, 1989, 123-146.&lt;br /&gt;12)    Gnostic Womanhood. Preliminary Notes for a Typology of the Feminine in Second Century Gnosticism, in E. A. Livingstone (ed.), “Studia Patristica”, XIX, Leuven 1989, 307-312.&lt;br /&gt;13)    Antropologia gnostica e antropologia orfica nella notizia di Ippolito sui Sethiani, in F. Vattioni (ed.), Sangue e antropologia nella teologia, Roma 1989, 1295-1350.&lt;br /&gt;14)    Dionysos entre histoire et sociologie, “Dialogues d’histoire ancienne”, XV, 1989, 285-308.&lt;br /&gt;15)    Aspetti della tradizione orfica all’alba del cristianesimo, in La tradizione: Forme e modi (Studia Ephemeridis Augustinianum 31), Roma 1990, 185-204.&lt;br /&gt;16)    Sincretismo magico ellenistico o nuova religione? A proposito di un recente studio sui testi magici greci, “Orpheus”, XI, 1990, 118-125.&lt;br /&gt;17)    Dioniso e Apollo, prima e oltre Gutenberg, “Religioni e società”, IX, 1990, 130-138.&lt;br /&gt;18)    Strategia delle citazioni nel De Iside et Osiride: Un Platonico greco di fronte a una cultura religiosa “altra”, in G. D’Ippolito e I. Gallo (a cura di), Strutture formali dei Moralia di Plutarco, Napoli 1991, 257-271.&lt;br /&gt;19)    I Cretesi di Euripide e l’ascesi orfica, in V. F. Cicerone ( a cura di), Didattica del classico, Foggia 1990, II, 278-310.&lt;br /&gt;20)    A proposito di un recente volume su problemi di storia della religione greca, “Quaderni urbinati di cultura classica”, N. S. XXXIV, 1990, 163-174.&lt;br /&gt;21)    Manicheismo e storia delle religioni in Germania, “Studi e materiali di storia delle religioni”, LVI, 1990, 393-402.&lt;br /&gt;22)    Gender and Sexuality in Manichaean Mythmaking, in A. van Tongerloo-S. Giversen (eds.), Manichaica Selecta. Studies presented to Professor Julien Ries on the Occasion of his seventieth Birthday, Lovanii 1991, 43-47.&lt;br /&gt;23)    Dioniso e Semele: morte di un dio e resurrezione di una donna, in F. Berti ( a cura di), Dionysos. Mito e mistero,Comacchio 1991, 361-377.&lt;br /&gt;24)    La metempsicosi tra Orfeo e Pitagora, in P. Borgeaud (éd.), Orphisme et Orphée en l’honneur de Jean Rudhardt, Genève 1991, 119-155.&lt;br /&gt;25)    Donna e simboli femminili nella gnosi del II secolo, in U. Mattioli (a cura di), La donna nel pensiero cristiano antico, Genova 1992, 305-329.&lt;br /&gt;26)    Non desiderare la donna d’altri: la famiglia secondo natura dei barbari, in L. De Finis (a cura di), Civiltà classica e mondo dei barbari. Due modelli a confronto, Trento 1991, 103-135.&lt;br /&gt;27)    I misteri di Walter Burkert, “Quaderni urbinati di cultura classica”, N. S. XL, 1992, 155-160.&lt;br /&gt;28)    The Manichaean Metempsychosis: Typology and Historical Roots, in G. Wiessner-H. J. Klimkeit (Hgg.), Studia Manichaica, Wiesbaden 1992, 105-130.&lt;br /&gt;29)    Préhistoirie de l’initiation dionysiaque, in A. Moreau (éd.), L’initiation, T. I Les rites d’adolescence et les mystères, Montpellier 1992, 209-213. &lt;br /&gt;30)    Patterns of Vision in some Gnostic Tractates from Nag Hammadi, in M. Rassart-Debergh-J. Ries (édd.), Actes du IV Congrès copte, T. II De la linguistique au gnosticisme, Louvain-La-Neuve 1992, 395-401.&lt;br /&gt;31)    27 Notices in A. Motte et al. (édd.), Mentor. Guide bibliographique de la religion grecque, Liège 1992, 214. 215. 238. 242-243. 255. 262. 291-292. 304. 305. 369-370. 381-382. 385. 429. 430. 431. 509. 521-522. 523. 552. 562-563. 594-595. 653. 666. 688. 706. 738.&lt;br /&gt;32)    C. r. di J. A. Dabdab Trabulsi, Dionysisme, pouvoir et société en Grèce jusqu’à la fin de l’époque classique. Paris, Les Belles Lettres, 1990, “L’Antiquité classique”, LXI, 1992, 480-482.&lt;br /&gt;33)    A ciascuno il suo: otium e negotium del dio supremo dalla Siria alla Mesopotamia, “Studi e materiali di storia delle religioni”, N.S XVI, 1, 1992, 59-79.&lt;br /&gt;34)    Mani versus Mazdak: The Prophet and his King in pre-Islamic Iran, in L. Martin (ed.), Religious Transformations and Socio-Political Change. Eastern Europe and Latin America, Berlin-New York 1993, 41-60.&lt;br /&gt;35)    Ioan Peter Culianu (1950-1991), “The Manichean Studies Newsletter”, 1993, 4-15.&lt;br /&gt;36)    Gnostische Wege zur Unsterblichkeit, in E. Hornung-T. Schabert (Hgg.), Auferstehung und Unsterblichkeit (Eranos N.F. 1), München 1993, 203-254.&lt;br /&gt;37)    Rec. di A. F. H. Bierl, Dionysos und die griechische Tragödie (Tübingen 1991), “Quaderni di storia”, 38, 1993, 185-198.&lt;br /&gt;38)    Ricordo di Ioan Petru Culianu (1950-1991), Religioni e società, 16, 1993, 85-92.&lt;br /&gt;39)    “Das Ewig Weibliche zieht uns hinan”. Archetipi e storia nell’opera di Uberto Pestalozza: la formazione di uno storico delle religioni, “Torricelliana”, 44, 1993, 255-275.&lt;br /&gt;40)    Intervento nella “Tavola rotonda”, in D. M. Cosi ( a cura di ), Mircea Eliade e George Dumézil. Atti del simposio “Dalla fenomenologia delle religioni al pensiero religioso del mondo classico”, Padova 1994, 111-114.&lt;br /&gt;41)    La nozione di religione nel De Iside et Osiride di Plutarco e lo studio scientifico della religione, in U. Bianchi (ed.), The Notion of “Religion” in Comparative Research. Selected Proceedings of the XVI IAHR Congress, Roma 1994, 349-354.&lt;br /&gt;42)    Eduard Norden storico delle religioni e l’antichistica italiana, in B. Kytzler-K. Rudolph- J. Rüpke (Hgg.), Eduard Norden (1868-1941), Stuttgart 1994, 151-169.&lt;br /&gt;43)    Bachofen, o della rimozione, in G. Sfameni Gasparro (a cura di), Agathe Elpis. Studi storico-religiosi in onore di Ugo Bianchi, Roma 1994, 63-78.&lt;br /&gt;44)    The Politicus Myth (268D-274E) and the History of Religions, “Kernos”, 8, 1995, 85-95.&lt;br /&gt;45)    Dioniso italiota: un dio greco in Italia meridionale, “Annali dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli (Sezione filologico-letteraria)”, 16, 1994 = A. C. Cassio-P. Poccetti (a cura di), Forme di religiosità e tradizioni sapienziali in Magna Grecia. Atti del Convegno Napoli 14-15 dic. 1993, Pisa-Roma 1995 (ma 1996), 79-107.&lt;br /&gt;46)    Rec. di Pierre Chuvin, Mythologie et géographie dionysiaque. Recherches sur l’oeuvre de Nonnos de Panopolis, Clermont-Ferrand 1991, “Gnomon”, 68, 1996, 295-299.&lt;br /&gt;47)    Ugo Bianchi (1922-1995). L’histoire de la religion grecque comme histoire des religions, “Kernos”, 9, 1996, 11-16.&lt;br /&gt;48)    El mito del Político (268D-274E) y la historia de las religiones, “Emerita”, 64, 1996, 65-77.&lt;br /&gt;49)    Osiride in Grecia e Dioniso in Egitto, in I. Gallo (a cura di), Plutarco e la religione. Atti del VI Convegno plutarcheo (Ravello, 29-31 maggio 1995), Napoli 1996, 201-227.&lt;br /&gt;50)    Dionysos goes abroad: A Greek God among the Barbarians, in Religions in Contact. Selected Proceedings of the Special IAHR Conference held in Brno ( August 23-26, 1994), Brno 1996, 73-76.&lt;br /&gt;51)    Avventure del dualismo sulla Via della seta, in La Persia e l’Asia centrale da Alessandro al X secolo (Convegno Internazionale: Roma, 9-12 nov. 1994), Roma 1996, 663-684.&lt;br /&gt;52)    Nota di aggiornamento bibliografico, in R. Pettazzoni, I misteri, II ed., Lionello Giordano ed., Cosenza 1997, 243-245.&lt;br /&gt;53)    Rec. di A. Placanica, Storia dell’inquietudine. Metafore del destino dall’Odissea alla guerra del Golfo, Roma 1993, “Scienza e sapienza”, II, 1997, 216-220.&lt;br /&gt;54)    19 Notices, in A. Motte et al. (édd.), Mentor 2. 1986-1990. Guide bibliographique de la religion grecque, Liège 1998, 186 … 495. &lt;br /&gt;55)    Dall’Aion ellenistico agli eoni-angeli gnostici, “Avallon”, XLII, 2, 1997, 45-62.&lt;br /&gt;56)    From Hellenistic Aion to Gnostic Aiones, in D. Zeller (Hrsg.), Religion im Wandel der Kosmologien, Frankfurt / M 1999, 175-190 &lt;br /&gt;57)    I paradisi della Sibilla, in I. Chirassi Colombo e T. Seppilli (a cura di), Sibille e linguaggi oracolari. Mito, storia, tradizione (Atti del convegno Macerata-Norcia – Sett 1994), Macerata-Pisa-Roma 1998, 411-425.&lt;br /&gt;58)    Dualismus. II. Kirchengeschichtlich, in Religion in Geschichte und Gegenwart (4), B. 2,  Tübingen 1999, 1005-6.&lt;br /&gt;59)    Eudemo di Rodi: un pioniere della storia delle religioni tra Oriente e Occidente, “Wiener Studien”, 112, 1999, 39-54.&lt;br /&gt;60)    Abenteuer des Dualismus auf der Seidenstraße, in R. E. Emmerick, W. Sundermann, P. Zieme (Hrsgg.), Studia Manichaica. IV. Internationaler Kongreß zum Manichäismus, Berlin, 14.-18. Juli 1997, Berlin 2000, 55-82&lt;br /&gt;61)    Franz Cumont, historien des religions et citoyen du monde, in Imago Antiquitatis. Religions et iconographie du monde romain. Mélanges offerts à Robert Turcan, Paris 1999, 161-165.&lt;br /&gt;62)    Gemme gnostiche e cultura ellenistica, “Boletín de la sociedad española de ciencias de las religiones”, 13, 2000, 26-29.&lt;br /&gt;63)    Presentazione, in S. Lanzi, Theos anaitios. Storia della teodicea da Omero a Agostino, Roma 2000, 5.&lt;br /&gt;64)    Prefazione, in W. Burkert, Antichità classica e cristianesimo antico. Problemi di una scienza comprensiva delle religioni, Cosenza 2000, 11-12.&lt;br /&gt;65)    Eudemo di Rodi: un pioniere della storia delle religioni tra Oriente e Occidente, in S. Graziani (a cura di), Studi sul Vicino Oriente antico dedicati alla memoria di Luigi Cagni, Napoli 2000, 1355-1375.&lt;br /&gt;66)    Ioan Petru Couliano ou la contradiction, in S. Antohi (ed.), Religio, Fiction, and History. Essays in Memory of Ioan Petru Culianu, Bucuresti 2001, 153-167 = “Archaeus”, 5, 2001, 15-24  = in A. A. Shishmanian &amp; D. Shishmanian (eds.), Ascension et hypostases initiatiques de l’ âme. Mystique et eschatology à travers les traditions religieuses. T. I Actes du Colloque international d’histoire des religions « Psychanodia », Paris INALCO, 7-10 sept. 1993, Paris 2006, 31-38.  &lt;br /&gt;67)    Storia della religione greca e storia comparata delle religioni: Brelich (1975/1985); Vernant (19871990); Bremmer (1994/2001), Postfazione di J. Bremmer, La religione greca, Cosenza 2002, 157-175.&lt;br /&gt;68)    Per Ugo Bianchi: Introduzione, in G. Casadio (cur.), Ugo Bianchi. Una vita per la storia delle religioni, Il Calamo, Roma 2002, 9-27.&lt;br /&gt;69)    Ugo Bianchi a Bologna , in G. Casadio (cur.), Ugo Bianchi. Una vita per la storia delle religioni, Il Calamo, Roma 2002, 55-65.&lt;br /&gt;70)    Ugo Bianchi e la religione greca, in G. Casadio (cur.), Ugo Bianchi. Una vita per la storia delle religioni , Il Calamo, Roma 2002, 185-200.&lt;br /&gt;71)     Ioan Petru Culianu, ovvero la storia delle religioni come vita e come arte, “Archaeus”, 6, 3-4 , 2002, 313-324.&lt;br /&gt;72)    The Study of Ancient Mediterranean Religions in Eliade’s Encyclopedia of Religions (1987) , in G. Sfameni  Gasparro (ed.), Themes and Problems of the History of Religions in Contemporary Europe. Proceedings of the International Seminar Messina, March 30-31, 2001, Cosenza 2002, 79-110.&lt;br /&gt;73)    How to write a Survey of Greek Religion from the Point of View of the Comparative Study of Religion. Three Cases at Issue: Angelo Brelich (1975/1985); Jean Pierre Vernant (1987/1990); Jan Bremmer (1994/2001), in L. H. Martin &amp; P. Pachis (eds.), Theoretical Frameworks for the Study of Graeco-Roman Religions, Thessaloniki 2003, 53-66.&lt;br /&gt;74)    The Failing Male God: Emasculation, Death and Other Accidents in the Ancient Mediterranean World, “Numen”, 50, 2003, 231-268.&lt;br /&gt;75)    (Patricia A. Johnston and ) Symposium Cumanum 2003: The Etruscan Presence in Magna Graecia, June 19-20, “Vergilius”, 49, 2003, 193-196.&lt;br /&gt;76)    Studying Religious Traditions Between the Orient and the Occident: Modernism vs. Post-modernism, in Unterwegs. Neue Pfade in der Religionswissenschaft. Festschrift für Michael Pye zum 65. Geburtstag = New Paths in the Study of Religions. Festschrift in honour of Michael Pye on his 65th birthday, München 2004, 119-135.&lt;br /&gt;77)    (Patricia A. Johnston and ) Symposium Cumanum 2004: Interactions of Indigenous and Foreign Cults in Magna Graecia, June 9-12, “Vergilius”, 50, 2004, 223-229.&lt;br /&gt;78)    Hera a Samo, in E. Cavallini (cur.), Samo. Storia, letteratura, scienza. Atti delle giornate di studio, Ravenna, 14-16 nov. 2002, Pisa-Roma 2004, 135-155.&lt;br /&gt;79)    Prefaţa, in Mircea Eliade &amp; Stig Wikander, Intotdeauna Orientul. Corespondenţa Mircea Eliade – Stig Wikander, Iaşi 2005, 11-14.&lt;br /&gt;80)    Marcus the Magician, 2nd century, in W. J. Hanegraaff (ed.), Dictionary of Gnosis &amp; Western Esotericism, Leiden 2005, 769-770.&lt;br /&gt;81)    Aion, in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, 2nd ed., Detroit etc. 2005, vol. 1, 207-210.&lt;br /&gt;82)    Ugo Bianchi, in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, 2nd ed. Detroit etc. 2005, vol. 2, 862-865.&lt;br /&gt;83)    Historiography: Western Studies [Further Considerations], in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, 2nd ed. Detroit etc. 2005, vol. 6, 4042-4052.&lt;br /&gt;84)    Xenophanes, in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, 2nd ed. Detroit etc. 2005, vol. 14, 9854-9856.&lt;br /&gt;85)     History of Religions [Further Considerations], in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, 2nd ed. Detroit etc. 2005, vol. 15, 10041-10047.&lt;br /&gt;86)    Rec. di  Studi e materiali di storia delle religioni-SMSR, 64 (1998) &amp; 66 (2000), “Orientalische Literaturzeitung”, 100, 2005 , 223-228.&lt;br /&gt;87)    Locale versus globale nello studio della religione greca, Postfazione di D. Giacometti, Metaponto. Gli dei e gli eroi nella storia di una polis di Magna Grecia, Cosenza 2005, 239-271.&lt;br /&gt;88)    (Patricia A. Johnston, Charles Guittard  and) Symposium Cumanum 2005: Early Latin Comedy and Satire in Magna Graecia  and Rome, June 15-18, “Vergilius”, 51, 2005, 142-150.&lt;br /&gt;89)     (and Chiara O. Tommasi Moreschini), Obituary for Prof. Gilles Quispel, “Religioni e società”, 55, 2006, 115-116.&lt;br /&gt;90)    Ioan Petru Culianu ou la contradiction, in A. A. Shishmanian &amp; D. Shishmanian (éds.), Ascension et hypostases initiatiques de l’âme. Mystique et eschatologie à travers les traditions religieuses. Actes du Colloque international d’histoire des religions « Psychanodia », Paris, INALCO, 7-10 sept. 1993, Paris 2006, 31-38.&lt;br /&gt;91)    Presentazione, in N. D’Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell’antica Grecia, Roma 2006, 9-15.&lt;br /&gt;92)    Un volume per conoscere l’islam, “il dialogo/al hiwâr”, 8, 5, 2006, 16-18.&lt;br /&gt;93)    E’ possibile la storia delle religioni in un mondo multiculturale? , in A. Nesti (cur.), Multiculturalismo e pluralismo religioso fra illusione e realtà: un altro mondo è possibile?, Firenze 2006, 71-86.&lt;br /&gt;94)    (Patricia A. Johnston, Craig Kallendorf and) Symposium Cumanum June 21-24, 2006: The Vergilian Tradition: Manuscripts, Texts and Reception,  “Vergilius”, 52, 2006, 245-261.&lt;br /&gt;95)    Il culto di Dioniso in Campania: Cuma, in C. Santini, L. Zurli e L. Cardinali (cur.), Concentus ex dissonis: Scritti in onore di Aldo Setaioli, Napoli 2006, 151-164.&lt;br /&gt;96)    Necrologio. Jean-Pierre Vernant, “Religioni e Società”, 58, 2007, 117-118.&lt;br /&gt;97)    Franz Altheim: dalla storia di Roma alla storia universale,  Introduzione a F. Altheim, Deus Invictus. Le religioni e la fine del mondo antico, Roma 2007, 7-46.&lt;br /&gt;98)    Tutto su Mircea Eliade. Nomi autorevoli a confronto nel convegno di Perugia, “Corriere della Sera – Umbria”, 2 ott. 2007, 45.&lt;br /&gt; 99)    Comparative religion scholars in dialogue: new evidence from letters adressed by Mircea Eliade to Ugo Bianchi, "Euresis", 2007, no. 3-4, 121-135.&lt;br /&gt;100)    (si Chiara O. Tommasi Moreschini) In amintirea Prof. Gilles Quispel, "Axioma", 8, 6 (87),  2007, 28.&lt;br /&gt;101)  I Greci in Egitto e l’Egitto in Grecia, “Vie della tradizione”, 148, 2008, 41-46.&lt;br /&gt;102) Alcune riflessioni d'ordine storiografico sull'influenza del pensiero di Lucien Lévy-Bruhl, in A. Bixio e T. Marci (cur.), Società Moderna e Pensiero Primitivo, Soveria Mannelli (CS) 2008, 89-95.&lt;br /&gt;102) Prefazione ovvero Laus Asini, in E. Albrile, Le visioni dell'Unicorno Rosso. Momenti di una mitologia, Modica (RG) 2008, 5-10.&lt;br /&gt;103) Dualism, in H. D. Betz, D. S. Browning, B. Janowski, E. Jüngel (eds.), Religion Past &amp; Present, vol. 4, Dev. - Erz., Leiden - Boston 2008, 203-204.&lt;br /&gt;104) Ancient mystic religion: the emergence of a new paradigm from A. D. Nock to Ugo Bianchi. "Mediterraneo Antico", 9/2, 2006 [2008], 485-534.&lt;br /&gt;105) Rec. di Pietro Angelini, Ernesto De Martino, Roma, Carocci, 2008, "Archaeus", 11-12, 2007-2008,  378-380.&lt;br /&gt;106) I Greci in Egitto e l’Egitto in Grecia, in P. Pachis, P. Vasiliadis e D. Kaimakis (eds.), Philia kai koinonia. Timitikos tomos Grigorio D. Ziaka, Thessaloniki 2008, 79-83.&lt;br /&gt;107) Un articol indecent: Scrisoare deschisa despre Romania catre directorul cotidianului Il Riformista, "Revista 22", 17 mar. 2009 (Bucuresti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario Enzo Migliori&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nato a Prato nel 1953. Collabora alle seguenti riviste di studi storici e tradizionali: Arthos; La Cittadella; Vie della Tradizione; ha collaborato a Convivium ed a Mos Maiorum. Socio della Società Pratese di Storia Patria; dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Centro Camuno di Studi Preistorici. E' stato tra i Fondatori del Gruppo Archeologico Carmignanese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articoli &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Il calendario romano dalle origini al pontificato di Augusto, in Arthos, 22-24, lugl. 1980-dic. 81, 239-263, [anche in estratto].&lt;br /&gt;- Ganesha: il Signore della Conoscenza, in Arthos, 30, 1986, 246-253 [anche:  http://www.centrostudilaruna.it/ganesha-il-signore-della-conoscenza.html]. &lt;br /&gt;- Evola ed alcuni aspetti della religione di Roma, in Convivium, 17, apr.-giu. 1994, 2-15. &lt;br /&gt;- Minerva, in AA.VV., Il ritorno del fuoco sacro in occidente, [suppl. a Mos Maiorum, I, 4], 1995, 36-37. &lt;br /&gt;- Introduzione (e parte calendariale) di Mos Maiorum, Kalendarium Anno MMDCCXLIX a.U.c. 1996 e.v., Ed. Themi, s.l. [Roma] s.d. [1995].&lt;br /&gt;- Politica Romana o Politica Rumena?, in Orion, 140, magg. 1996, 15-16.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- A proposito delle fantasiose "morti" di Giuliano Imperatore, in La Cittadella, 53, lug.-set. 1997, 25-26 [anche: http://www.lacittadella-mtr.com/pdf/giuliano.pdf]. &lt;br /&gt;- Luci sul tricolore romano, in Arthos, 2 n.s., lug.-dic. 1997, 81-83 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/luci-sul-tricolore-romano.html].&lt;br /&gt;- "Archeologia del culto": il "Lago degli Idoli", in La Cittadella, 17 n.s., genn.-mar. 2005, 26-35. &lt;br /&gt;- Falterona, il “Lago degli Idoli”, pubblicata on line in: http://www.simbolisullaroccia.it/ (Dipartimento Valcamonica e Lombardia CCSP) = http://www.simbolisullaroccia.it/archivio/LagoDegliIdoli/LagoDegliIdoli.pdf &lt;br /&gt;- Haruspices e mos maiorum, in Vie della Tradizione, 145, gen.-apr. 2007, 22-29 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/haruspices-e-mos-maiorum.html].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Testi curati &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Properzio, Nostalgia di Roma prisca, in La Cittadella, 6 n.s., apr.-giu. 2002, 4-8. &lt;br /&gt;- Tacito, La ricostruzione del Campidoglio, in La Cittadella, 18 n.s., apr.-giu. 2005, 3-9.&lt;br /&gt;- Marco Tullio Cicerone: Divinazione, presagi ed aruspici, in La Cittadella, 33 n.s., gen.-apr. 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note e postille &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Congresso del bimillenario della città di Aosta, in Arthos, 10, set.-dic. 1975, 312-315. &lt;br /&gt;- Brevi considerazioni sul 21 aprile, in Arthos, 11, gen.-apr. 1976, 43-45. &lt;br /&gt;- Congresso storico Liguria - Corsica, in Arthos, 11, gen.-apr. 1976, 45-46.&lt;br /&gt;- Il IV Congresso del Byzantinos Politismos, in Arthos, 16, nov. 1977-mar. 78, 52-53. &lt;br /&gt;- L’incensiere in bucchero è al Museo di Artimino, in Archeologia viva, III, 9, sett. 1984, 2.&lt;br /&gt;- Quale fu la prima edizione de Il tramonto dell'Occidente?, in Arthos, 1 n.s., gen.-giu. 1997, 39.&lt;br /&gt;- A proposito di "Barbarossa junior", in Arthos, 6 n.s., lug.-dic. 1999, 237-238.&lt;br /&gt;- Errori storico-geografici, in Arthos, 17 n.s., 2009, 306-307 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/errori-storico-geografici.html].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Recensioni e segnalazioni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuliano Imperatore, Discorso contro i galilei, traduz. e note di A. Rostagni, Sebastiani, s.l. s.d., in Arthos, 9, mag.-ago. 1975, 259-261.&lt;br /&gt;M. Magnusson, Vichinghi, Guerrieri del Nord, De Agostini, Novara 1976, in Raido, 6, 1976,12.                                                                                                                          A. Rosaterza, Epoca di maturazione, All'insegna del Solstizio d'estate, Genova 1976, in Arthos, 13, set.-dic. 1976, 178-179.                                                                                     Giuliano Imperatore, Inno alla Madre degli dèi, Ed. del Basilisco, Genova 1983, in Arthos, 26, lug.-dic. 1982, 52-54.                                                                                                        J. Evola, La forza rivoluzionaria di Roma, Fondazione J. Evola, Roma 1984, in Arthos, 27-28, 1983-84, 140-142.&lt;br /&gt;Q. A. Simmaco, Relazione sull'altare della Vittoria, a cura di R. del Ponte, Ed. del Basilisco, Genova 1986, in Arthos, 30, 1986, 266-268.&lt;br /&gt;Mircea Eliade e l'Italia, a cura di M. Mincu e R. Scagno, Jaca Book, Milano 1987, in Arthos, 31-32, 1987-88, 120-121. &lt;br /&gt;Giuliano Imperatore, Atti del Convegno della S.I.S.A.C. (Messina, 3 aprile 1984), a cura di B. Gentili, QuattroVenti, Urbino 1986, in Arthos, 31-32, 1987-88, 121-123.&lt;br /&gt;P. Calzolari, Massoneria, Francescanesimo, Alchimia, SeaR edizioni, Scandiano 1988, in Arthos, 31-32, 1987-88, 123-124. &lt;br /&gt;C. Rutilio, "Pax Deorum". La religione prisca di Roma, SeaR edizioni, Scandiano 1989, in Arthos, 33-34, 1989-90, 189. &lt;br /&gt;M. Sordi, Il mito troiano e l'eredità etrusca di Roma, Edizioni universitarie Jaca, Milano 1989, in Arthos, 33-34, 1989-90, 191. &lt;br /&gt;G. Dumézil, Gli oggetti trifunzionali nei miti indoeuropei e nelle fiabe, Urbino 1987, in Arthos, 33-34, 1989-90, 192. &lt;br /&gt;R. del Ponte, La Religione dei Romani, la religione e il sacro in Roma antica, Rusconi, Milano 1992, in Convivium, 11, ott.-dic. 1992, 39-40. &lt;br /&gt;Janus Pater et Rex [rec. di N. D'Anna, Il dio Giano, SeaR, Scandiano 1992], in Convivium, 16, gen.-mar. 1994, 36-38. &lt;br /&gt;P. Athanassiadi, Giuliano, l'ultimo degli imperatori pagani, Egic, Genova 1994, in Mos Maiorum, I, 2, sett. 1994, 61-63. &lt;br /&gt;J. Evola, Il mito del sangue, con un saggio di A. De Filippi, SeaR, Borzano 1995, in Mos Maiorum, II, 1, giu. 1995, 59-60. &lt;br /&gt;A. Invernizzi, Il calendario, Vita e costumi dei Romani antichi, vol. 16, Quasar, Roma 1994, in Mos Maiorum, II, 2, sett. 1995, 62-63. &lt;br /&gt;Lettere di Julius Evola a Benedetto Croce (1925-1933), a cura di S. Arcella, Fondazione J. Evola, Roma1995, in Arthos, 1 n.s., genn.-giu. 1997, 42-44. &lt;br /&gt;E. Moscetti - M. Melis, La Triade Capitolina, archeologia e culto, Comune e Pro-Loco di Palestrina, Palestrina s.d., in Arthos, 1 n.s., genn.-giu. 1997, 44-47.&lt;br /&gt;J. Evola, Meditazione delle vette, IV ed., SeaR, Borzano 1997 ed E. Longo, Il fuoco e le vette, Il Ventaglio, Roma 1996, in Arthos, 2 n.s., lug.-dic. 1997, 93-94. &lt;br /&gt;I. Ruggiero, I luoghi di culto, Vita e costumi dei Romani antichi, vol. 20, Quasar, Roma 1997, in Arthos, 3-4 n.s., 1998, 141-142. &lt;br /&gt;AA. VV. (a cura di G. Poggesi), Artimino: Il Guerriero di Prato Rosello, Morgana Ed., Firenze 1999, in Arthos, 5 n.s., genn.-giu. 1999, 190-191. &lt;br /&gt;Salustio, Sugli dèi e il mondo, a cura di R. Di Giuseppe, Adelphi, Milano 2000 e Salustio, Gli Dei e il Mondo, a cura di V. Vacanti, Il leone verde, Torino 1998, in Arthos, 7-8 n.s., 2000, 289-291 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/dei-di-salustio.html]. &lt;br /&gt;L. F. Arriano, L'India, saggio intr. Di D. Ambaglio, a cura di A. Oliva, Bur, Milano 2000, in Arthos, 7-8 n.s., 2000, 291-293 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/india-di-arriano.html ].  &lt;br /&gt;J.-P. Vernant, L'universo, gli dèi, gli uomini. Il racconto del mito, Einaudi, Torino 2000, in Arthos, 7-8 n.s., 2000, 293-294 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/universodeiuomini.html]. &lt;br /&gt;J. Evola, Critica del costume. Scritti su sesso e donna nel mondo moderno, Catania 1998 e J. Evola, Sesso e libertà, Stampa Alternativa, Viterbo 1998, in Arthos, 7-8 n.s., 2000, 294-295. &lt;br /&gt;AA. VV. Principi etruschi, tra Mediterraneo ed Europa, Marsilio, Venezia 2000, in La Cittadella, 2 n.s., apr.-giu. 2001, 57.  &lt;br /&gt;E. Montanari, Categorie e forme nella storia delle religioni, Jaca Book, Milano 2001, in Arthos, 9 n.s., 2001, 53-56. &lt;br /&gt;G. M. 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Bonesio, Mediterranee, Roma 2003, in Arthos, 11 n.s., 2003, 186-187. &lt;br /&gt;L. Marcuccetti, Saltus Marcius. La sconfitta di Roma contro la Nazione Ligure-Apuana, Petrartedizioni, Lucca 2002, in Arthos, 11 n.s., 2003, 188-189 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/saltusmarcius.html]. &lt;br /&gt;RIVISTA ITALIANA DI ARCHEOASTRONOMIA, I 2003, Roma, Edizioni Quasar, in Arthos, 11 n.s., 2003, 189-190. &lt;br /&gt;Rassegna bibliografica [A. Romualdi, Gli Indoeuropei: origini e migrazioni, Ar, Padova 2004; A. Romualdi, Le ultime ore dell'Europa, a cura di A. Lombardo, Settimo Sigillo, Roma 2004; L. Tomaz, In Adriatico nell'Antichità e nell'Alto Medioevo, Ed. Think Adv, Venezia 2003; A. Fraschetti, Augusto, Laterza, Roma-Bari 2004; A. Pellizzari, Servio. Storia, cultura e istituzioni nell'opera di un grammatico tardoantico, Olschki, Firenze 2003; AA. VV., Gli stati territoriali del mondo antico, Vita e Pensiero, Milano 2003; L. Magini, Astronomia etrusco-romana, "L'Erma" di Bretschneider, Roma 2003] in Arthos, 12 n.s., 2004, 247-253, [anche: http://www.lacittadella-mtr.com/sacra.htm].&lt;br /&gt;A. Fraschetti, Giulio Cesare, Laterza, Roma-Bari 2005, in La Cittadella, 19 n.s., lug.-set. 2005, 65-69 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/fraschetti-giulio-cesare.html]. &lt;br /&gt;R. del Ponte - G. Chioma, Esoterismo e Letteratura, tre saggi, Ed. del Tridente, Treviso 2005, in Arthos, 13 n.s., 2005, 309-312 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/esoterismo-e-letteratura.html]. &lt;br /&gt;Rassegna bibliografica [G. Ossequente, Prodigi, a cura di P. Mastrandrea e M. Gusso, Oscar Mondadori, Milano 2005; C. Santi, Alle radici del sacro. Lessico e formule di Roma antica, Bulzoni ed., Roma 2004; M. Perfigli, Indigitamenta. Divinità funzionali e funzionalità divina nella Religione Romana, Ed. Ets, Pisa 2004; Hinc Italae gentes. Geopolitica ed etnografia dell'Italia nel Commento di Servio all'Eneide, a cura di C. Santini e F. Stok, Ed. Ets, Pisa 2004; Enrico di Lettonia, Chronicon Livoniae. La Crociata del Nord (1184-1227), Books &amp; Company, Livorno 2005] in Arthos, 13 n.s., 2005, 314-318. &lt;br /&gt;I. Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano, Edizioni dell'Orso, Alessandria 2005 (rist.), in La Cittadella, 21 n.s., gen.-mar. 2006, 64-67 [anche:&lt;br /&gt;http://www.centrostudilaruna.it/cultura-religione-etrusca.html].&lt;br /&gt;Julius Evola, arte come alchimia, mistica, biografia, a cura di V. Conte, Iiriti ed., Reggio Calabria 2005, in Arthos, 14 n.s., 2006, 55-57 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/evolaartecomealchimia.html].&lt;br /&gt;E. Roli, La caduta dell’Impero ittita e la Guerra di Troia. Omero nell’Egeo, Palombi, Roma 2005, in Arthos, 14 n.s., 2006, 57-58 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/omeronellegeo.html].&lt;br /&gt;Rassegna bibliografica [U. Sansoni, La sacralità della montagna, la Valsaviore, le Alpi, i Monti degli Dei, Ed. del Centro – Cleto e Faenna, Boario Terme 2006; G. C. Lensi Orlandi C., Gli Etruschi, l’età aurea della civiltà occidentale, Ed. Arktos, Carmagnola 2006; La Tradicion Romana, Heracles, Buenos Aires 2006; N. D’Anna, Julius Evola e l’Oriente, Settimo Sigillo, Roma 2006; Dario Sabbatucci e la storia delle religioni, a cura di I. Baglioni e A. Cocozza, Bulzoni, Roma 2006; L. Sacco, Kamikaze e Shahid. Linee guida per una comparazione storico-religiosa, Bulzoni, Roma 2005; AA. VV., Pier delle Vigne in catene, da Borgo San Donnino alla Lunigiana medievale, Grafiche Lunensi, Sarzana 2006; A. Martelletti, I ricettari di Federico II. Dal “Meridionale”al “Liber de coquina”, Olschki, Firenze 2005; AA. VV., Giovanni Preziosi e la questione della razza in Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005] in Arthos, 14 n.s., 2006, 59-64. &lt;br /&gt;Rassegna di alcune opere recenti sulla religione romana [G. Ossequente, Prodigi, a cura di P. Mastrandrea e M. Gusso, Oscar Mondadori, Milano 2005; C. Santi, Alle radici del sacro. Lessico e formule di Roma antica, Bulzoni ed., Roma 2004; M. Perfigli, Indigitamenta. Divinità funzionali e funzionalità divina nella Religione Romana, Ed. Ets, Pisa 2004; Hinc Italae gentes. Geopolitica ed etnografia dell'Italia nel Commento di Servio all'Eneide, a cura di C. Santini e F. Stok, Ed. Ets, Pisa 2004] pubblicata on line in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana 5 (novembre 2006) = http://www.dirittoestoria.it/5/Rassegne/Migliori-Rassegna-Religione-romana.htm.&lt;br /&gt;G. Casalino, Tradizione Classica ed era economicistica. Idee per la visione del mondo, Icaro, Lecce 2006, in La Cittadella, 26 n.s., apr.-giu. 2007, 103-104 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/tradizione-classica-era-economicistica.html].&lt;br /&gt;M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Libreria Editrice Dessì, Sassari 2005, in La Cittadella, 26 n.s., apr.-giu. 2007, 104-105 [anche: Alla scoperta della lingua etrusca = http://www.centrostudilaruna.it/lingua-etrusca.html]. &lt;br /&gt;A. Carandini, Sindrome occidentale. Conversazioni fra un archeologo e uno storico sull’origine a Roma del diritto, della politica e dello stato, Il Melangolo, Genova 2007, in Arthos, 15 n.s., 2007, 128 [anche: Sindrome occidentale = http://www.centrostudilaruna.it/sindrome-occidentale.html].&lt;br /&gt;La valigia del lettore [U. Grancelli, Il piano di fondazione di Verona romana, Vita Nova, Verona 2006; N. Donati e P. Stefanetti, Dies Natalis. I calendari romani e gli anniversari dei culti, Quasar, Roma 2006; N. D’Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell’antica Grecia, Mediterranee, Roma 2006; P. Bernardini Marzolla, La parola agli Etruschi, Ets, Pisa 2005; Senofonte, Sparta. Storie e protagonisti, Sallerio, Palermo 2007; G. A. Spadaro, In prurito carnis – l’equivoco cristiano, Croce, Roma 2005; A. Reghini, Tradizione Occidentale e Scuola Italica, Ignis, Crotone 2006; A. Lombardo, Evola, gli evoliani e gli antievoliani. Tra tradizione e radicalismo, politica e apolitìa, Nuove Idee, Roma 2006; A. Giuli, Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei postfascisti, Einaudi, Torino 2007; G. de Turris, Il drago in bottiglia. Mito, fantasia, esoterismo, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli 2007; E. Beccarini, Firenze, esoterismo e mistero, Editoriale Olimpia, Sesto Fiorentino 2006] in La Cittadella, 27 n.s., lug.-set. 2007, 68-71 [anche:  http://www.centrostudilaruna.it/la-valigia-del-lettore.html].&lt;br /&gt;M. Pittau, Toponimi Italiani di origine Etrusca, Magnum-Edizioni, Sassari 2006, in La Cittadella, 27 n.s., lug.-set. 2007, 72-73 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/toponimi-italiani-di-origine-etrusca.html].&lt;br /&gt;L. Magini, L’Etrusco, lingua dall’oriente indoeuropeo, “L’Erma” di Bretschneider, Roma 2007, in La Cittadella, 29 n.s., gen.-mar. 2008, 77-79 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/etrusco-indoeuropeo.html ]. &lt;br /&gt;Q. A. Simmaco, In difesa della Tradizione, a cura di R. del Ponte, Ed. Arya, Genova 2008, in Arthos, 16 n.s., 2008, 216-218 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/quinto-aurelio-simmaco-in-difesa-della-tradizione.html].&lt;br /&gt;J. Evola, Il mondo alla rovescia, a cura di R. del Ponte, Ed. Arya, Genova 2008, in Arthos, 16 n.s., 2008, 220-221 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/il-mondo-alla-rovescia.html].&lt;br /&gt;M. Kornmüller, Etrusca Disciplina. Manuale teorico-pratico di divinazione etrusca con il calendario per interpretare i tuoni di Nigidio Figulo per la prima volta tradotti in lingua moderna, Irradiazioni, Roma 2006, in La Cittadella, 31-32 n.s., lug.-dic. 2008, 113-114 [anche: http://www.centrostudilaruna.it/etrusca-disciplina.html].&lt;br /&gt;N. D’Anna, Publio Nigidio Figulo. Un pitagorico a Roma nel 1° secolo a. C., Archè –Edizioni PiZeta, Milano 2008, in Arthos, 17 n.s., 2009, 311-314.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SVASTICA &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; (gr. gammadion) Antichissimo simbolo preistorico, dalle fattezze ormai note a tutti, presente in un areale molto vasto che va dall’Amazzonia fino all’Estremo-Oriente passando addirittura per le sinagoghe del Medio-Oriente. Lo svastica veniva raffigurato in due modi: con andamento sinistrorso e destrorso; evidenti stilizzazioni del movimento spiraliforme centripeto e centrifugo. Tutto ciò ricollega lo svastica ai più generali simbolismi del lato sinistro e  di quello destro, sia nei suoi significati cosmici che morali. Bisogna precisare che lo svastica destrogiro non è quello con i segmenti (uncini) volti a destra - come comunemente si crede -, ma l’altro, quello con i segmenti volti a sinistra (e viceversa).  Infatti i segmenti tracciano la scia di movimento che effettua la croce centrale! Ecco perché Robert Graves potè scrivere: “La ruota di fuoco o svastica destrorsa era di buon augurio, quella sinistrorsa (adottata dai nazisti) perniciosa”. Tutti i popoli tradizionali nonché gli Ebrei, invece, avevano come proprio simbolo beneaugurante lo svastica destrorso. E’ erroneo considerare lo svastica un simbolo solare - dal momento che è la stilizzazione del movimento spiraliforme -, bensì un simbolo derivato dalla doppia spirale. Ciò è testimoniato non solo dalle fonti iconografiche che ci mostrano delle figure labirintiche che passano dalla forma di spirale a quella di svastica (lo si può considerare un passaggio dal mondo del senza forma a quello della forma) ma anche dal ritrovamento di materiali fittili in cui gli svastica sono presenti assieme al simbolo del sole. L’esempio più antico è un vaso del 3000 a.C. ritrovato in Turchia, a Kültepe. Un altro equivoco è quello di ritenere lo svastica necessariamente dotato di una croce equilatera; esso può avere anche tre soli bracci centrali. Da qui il simbolo celtico della “triscele”, noto anche nel mondo mediterraneo, tanto da essere tuttora l’emblema della Sicilia. Lo svastica è pertanto, come ha anche scritto Marija Gimbutas, “un simbolo di energia (vortice)”. Per tale motivo esso veniva istoriato sui gonnellini dei guerrieri in corrispondenza dei genitali o sulle giubbe in corrispondenza del cuore. In alcune antiche monete siceliote questo simbolo di propulsione vitale risulta nella sua massima evidenza: i tre bracci sono raffigurati come gambe in corsa. In monete cretesi lo svastica è invece associato con la luna, simbolo di rapido mutamento, e in una moneta rinvenuta nel continente greco, a Megara, è effigiata Ecate Triforme come svastica a tre lune rotanti. Lo svastica è &lt;br /&gt;associato ad un altro simbolo di energia lunare, il cavallo, e con teste di cavalli in alcune monete dell’Armorica (l’Aquitania dei Romani) terminavano i bracci dello svastica. Solo in un secondo tempo lo svastica ha assunto un significato solare per la similitudine tra il senso rotatorio della sua figura e il percorso celeste del sole, che sorge da destra; ma ciò è valso, appunto, solo per il simbolo con andamento destrorso. Una delle più antiche raffigurazioni di svastica, è stata rinvenuta in Italia, nell’isola di Ischia, risalente al 770 a.C. Un cratere conservato nel locale Antiquarium mostra una scena di naufragio dove, tra corpi umani inerti e pesci, sono effigiate delle svastica con un evidente significato apotropaico. In tal senso, l’affermazione di Miranda Green (Le divinità solari dell’antica Europa), che le antiche civiltà mediterranee concepissero lo svastica solo in senso estetico, è una manifestazione di incomprensione del simbolismo, ben degno dei moderni “restauratori” celtici del &lt;br /&gt;paganesimo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;T&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARTARUGA e TESTUGGINE&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;(lat. testudo) - La tartaruga e il suo omologo terrestre, la testuggine, rappresentano l’aspetto materno della Natura, forse per la generica analogia con l’uovo e l’utero, oltre ad essere simbolo di saggezza e stabilità. Era sacra ad Afrodite, Hermes e Pan. In Arcadia era vietato ucciderle ma in Egitto era un &lt;br /&gt;animale infernale nemico del dio sole.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;TAUROBOLIO-CRIOBOLIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. taurobòlion-cryobòlion) rito notturno della durata di tre giorni nel corso del quale il devoto si sottoponeva a una doccia di sangue proveniente, in successione, da un toro e da un capro sgozzati anche se ai primordi pare che il sacrificio si facesse con il solo capro. Il rito, così come ci è stato tramandato, non sembra essere attestato anteriormente al I° secolo dopo Cristo, ma ciò può dipendere dal fatto che in precedenza era svolto in maniera semi-segreta, prima di divenire ufficiale con il culto romano della Magna Mater e che, secondo alcuni studiosi, sarebbe stato usato dall’intellighentsija pagana per contrastare alcuni aspetti tipici della misterica e rituaria cristiana. Il cristiano Prudenzio (Sulle Corone X 1006) è colui che ne ha data una descrizione abbastanza particolareggiata. La vittima animale veniva uccisa con il  venabulum che, come dice il nome, era un’arma da caccia (ricordo di un arcaico rituale di epoca non agricola) e poi subito sgozzato. Il sangue, attraverso una grata di legno, docciava in una fossa appositamente scavata (fossa sanguinis) dove il devoto lo riceveva avendo cura di farsi aspergere da esso in ogni parte, anche con la bocca aperta (se quest’ultima non è una esagerazione di Prudenzio). I documenti lapidei (133 iscrizioni nel corpus inscriptionum latinarum) ci danno ulteriori particolari come il termine natalizio, che si riferisce al fatto che il giorno del rito era considerato quello della vera nascita del devoto. Ciò non può non ricordare le allusioni fatte dal romano Cornelio Labeone a certi riti etruschi che permettevano di unire l’anima di un uomo con quella di un animale al fine di assicurarsi la sopravvivenza nell’al di là [vedi voce ACHERONTE]. Un’eco di questo mistero lo si potrebbe forse rintracciare nella credenza che chi si fosse sottoposto a questo battesimo di sangue avrebbe goduto per venti anni di un crisma particolare da parte della divinità. Il rito in questione viene comunemente associato al culto della Magna Mater e di Attis – poiché vi svolge un ruolo fondamentale –  ma in realtà è stato peculiare anche di altre divinità: Ma-Bellona, Anahita e la neo-cartaginese Venus Caelestis. Non sembra fosse invece in relazione con i Misteri di Mitra, poiché pare che in questa dottrina l’uccisione del toro fosse solo simbolica e di stretta pertinenza di Mithra stesso. A Roma il taurobolio-criobolio si celebrava in Vaticano; originariamente si compiva attorno all’equinozio di primavera ma successivamente, e cioè nel III-IV secolo, sembra si potesse svolgere in qualsiasi evenienza. Circa il nome, le iscrizioni più antiche che ci parlano di questo rito, riportano sempre la dizione TAUROPOLIO e non Taurobolio. Quest’ultimo è un termine scorretto di origine popolare e significava in origine “cattura del toro col laccio”. Il Tauropolio è quindi, propriamente, il “sacrificio del toro domato” che veniva compiuto in onore di Artemide Tauropola – una personificazione, in  realtà, di una precedente dea della Cappadocia, Ma, simile alla Bellona dei Romani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;THULE &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Thoule) Termine che tra i Greci designava un luogo favoloso posto all’estremità Nord del mondo allora conosciuto. Più particolarmente era ritenuta essere un’isola, che assommava in sé alcune delle caratteristiche geomorfologiche delle terre artiche ma anche alcune valenze mitiche riferite ai tempi dell’Età dell’Oro. Di essa parlano due tardi autori: il geografo Dionigi il Periegeta e il narratore Antonio Diogene, contemporaneo di Plutarco, che citò Thule nel suo romanzo Le incredibili avventure al di là di Thule. In precedenza però, nel 330 a.C., Pitea, un avventuroso navigatore greco della colonia di Massàlia (attuale Marsiglia in Francia), scrisse in due libri andati perduti (Sull’Oceano e Periplo della Terra ) di aver « riportato racconti circa Tule »  nel corso di uno o due viaggi nel Nord Europa. Tutto ciò non deve destare meraviglia, poiché già i Fenici si erano avventurati nel grande Oceano, raggiungendo la Cornovaglia a Nord e il Golfo di Guinea a Sud. Tuttavia non si tramanda una localizzazione precisa di questa isola Thule e già poco dopo il racconto di Pitea, questi venne aspramente criticato e deriso dagli scrittori Dicearco ed Eratostene, nonché, più tardi ancora, da Polibio e da Strabone. Se pensiamo che analoga damnatio memoriae toccò anche a Cristoforo Colombo, viene quasi spontaneo credere alla versione di Pitea. Sta di fatto che Pitea non dice di essere andato a Thule ma di avere riportato racconti su di essa. Nessun greco vi giunse mai, soltanto si raccolsero le voci delle popolazioni che Pitea aveva visitato. Tuttavia il racconto completo di Pitea doveva essere ancora leggibile al tempo di Plinio il Vecchio. Infatti costui, che era ammiraglio della flotta imperiale romana, quindi a conoscenza di tutti i trattati di navigazione disponibili all’epoca, nonché dei resoconti fatti dai militari che con Cesare avevano invaso la Britannia, ci fornisce dei particolari circa Thule che portano ad identificarla con l’Islanda. Plinio infatti, dopo aver ricordato il fatto che Pitea era stato in Britannia e ne aveva calcolato il perimetro, scrive che l’ultima di tutte le isole conosciute spingendosi verso Nord a partire dalla Britannia è Thule; che dalle isole Ebridi « parte la rotta per Thule »; che a una giornata di navigazione da Thule c’è la banchisa polare: « il mare solidificato che taluni chiamano Cronio » (Naturalis Historia, IV, 104). Contemporaneamente il geografo Strabone, pur denigrando Pitea per la presunta fantasia dei suoi racconti, scriveva che Thule « è la più settentrionale di tutte le contrade che portano un nome ». In Islanda i Romani comunque non giunsero mai e tale luogo divenne sempre più un luogo mitico ed anche ideologico, poiché Virgilio augurò ad Augusto, nelle Georgiche (I, 30): « Ti sia schiava la lontana Thule ».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TOPO, TALPA, ICNEUMONE, TOPORAGNO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. mus; gr. mys; cret. smynthos) - sacro ad Apollo ma in realtà ad una divinità preellenica di cui non è rimasta traccia. Il topo era considerato animale tellurico e psicopompo, analogo al serpente e alla talpa, sacra quest’ultima ad Esculapio. Nemico di topi e serpenti era l’icneumone, una specie di mangusta, che in Egitto godeva per questo di onori solari. Solare era pure il toporagno, considerato il simbolo del viaggio notturno del sole per la stazione eretta che spesso assume. In senso malefico, gli stregoni egizi però usavano questo roditore per le loro scorribande astrali.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;TORO, BUE e VACCA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. tauros) - Animale sacro ed emblematico che in un determinato periodo configurò un particolare ciclo di civiltà e, segnatamente, quella cretese, passato alla storia per il mito fantastico del Minotauro. Era il simbolo per eccellenza della forza maschia lunare, tant’è vero che come toro bianco era l’animale metamorfico di Poseidone e di Zeus fecondatori. Con questa forza si misuravano i giovani nelle taurokatapsìe, gare in cui si catturavano tori con l’ausilio di cavalli e di funi o a mani nude. Queste potevano mutarsi in tauromachie che, come dice il nome, erano dei combattimenti all’ultimo sangue contro l’animale. Sopravvivenza di tali agoni sono le moderne Corride. La civiltà cretese ha lasciato traccia figurata di questi eventi in bellissimi affreschi. Platone riferisce che il più importante ufficio divino degli Atlantidei (Cretesi) era infatti il sacrificio del toro, col cui sangue si aspergevano cose e persone. Non a caso, nella deformazione che venne fatta in seguito dei simboli ieratici di quella civiltà, il sangue di toro passò ad essere considerato come un veleno senza rimedio, mentre il culto indoeuropeo di Mithra vedeva nel toro la forza tellurica da sconfiggere e dissipare. Il primo fra tutti i generi di sacrifici offerti agli dei dagli uomini, con Prometeo, fu un toro e tale cerimonia è considerata come la più importante dei sacrifici pagani. Infatti, nelle religioni misteriche il sangue taurino ha una virtù catartica, purificatrice e costituisce una specie di battesimo tellurico. Il taurobolio, pratica comune ai culti di Cibele e Attis, consisteva nello scendere in una fossa coperta da una grata. Su quest’ultima veniva sgozzato un toro il cui sangue “docciava” sul miste che in tal modo veniva considerato consustanziale alla divinità adorata. Questo battesimo di forza tellurica è confermato, nel suo significato, dal fatto che spesso assieme al toro si giugulava anche un caprone (criobolio). Non è un caso se nel culto di Mithra invece, l’uomo-dio è assiso sopra e non sotto al toro, nell’atto di effonderne il sangue, volendo significare con ciò l’allontanarsi da ogni commistione col mondo ctonio della Vita. Nel tempio labirintico di Cnosso il sacerdozio taurino era affidato a delle donne così come ad Efeso si venerava una Artemide raffigurata adorna di genitali recisi di tori, erroneamente ritenuti dei seni. La mancanza di una separazione vera e propria tra mondo divino e mondo umano e tra quest’ultimo e i mondi minerale, vegetale e animale, la stessa possibilità di ‘passare’ attraverso queste modalità di coscienza, permette di comprendere le ‘stranezze’ e le ‘assurdità’ dei miti, dei riti e delle consuetudini di quelle remote epoche. Per quanto possa sembrare inverosimile, quegli antichi erano persone più pratiche e concrete di noialtri. Quando volevano esaltare e celebrare la Vita essi si indirizzavano a ciò che ne era l’essenza stessa: il toro, così come sul mare lo era il delfino. Nel mondo vegetale lo stesso concetto era rappresentato dall’edera e dalla vite; in quello minerale dai terremoti e dalle eruzioni vulcaniche. Il toro è l’animale più rappresentato del mondo antico. Basti dire che è presente nelle più antiche raffigurazioni dell’uomo dei primordi, così come nei suoi manufatti e nei suoi simboli. Quando parliamo del toro ci riferiamo non solo alle fasi dell’umanità in cui predominavano le culture stanziali o sedentarie ma anche a quelle che pare siano le più antiche, le culture dei popoli cacciatori e raccoglitori; in tal caso il toro è stato rappresentato anche dal bisonte, dal bufalo, dal capro e dal cervo. La mitologia greca ci narra di numerosi episodi che vedono coinvolti tori divini, in specie nell’atto di possedere e fecondare più o meno fragili creature umane, come la fenicia Europa. L’animale è generalmente visto come la maschia forza fecondante che tramite la violenza ha ragione dell’elemento femminile. Questa concezione deriva da una storicizzazione del tessuto mitologico in seguito all’invasione della regione mediterranea da parte di stirpi portatrici di una mentalità patriarcale, tendenzialmente monoteista, astratta e piuttosto bellicosa. In realtà, sussistono degli elementi mitici che permettono di guardare oltre la deformazione apportata dall’ideologia religiosa di quei popoli conquistatori. In primo luogo, si parla quasi sempre di un toro bianco; l’analogia con la luna è evidente ed è riconosciuta già in un testo iranico (indoeuropeo: Bundahisn, 1-49) in cui il toro è detto “bianco e lucente come la luna”. Inoltre, il disco bianco o il triangolo sulla fronte, assieme alle corna, sono un’esplicita riproposizione della falce lunare. Nelle figurazioni della religione mitraica, il toro è rappresentato come la stilizzazione di una falce di luna posta in orizzontale mentre in astrologia, infine, il segno zodiacale del toro è quello della massima esaltazione lunare. Riferimenti che vanno dai celti agli egizi e dagli ebrei ai sumeri, portano a stabilire che il vigore e la fertilità del toro sono incentrati sulle corna lunari fecondatrici. In molte culture c’era l’usanza di seppellire corna di toro nei pressi delle tombe quale segno di rinascita e vittoria sulla morte. Il toro violentatore sarebbe dunque una forzatura del simbolismo, confortando così la tesi di coloro che vogliono omologare toro e vacca, toro e bue, quali simboli di fecondità. Dorothy Cameron si è domandata perchè il simbolo taurino e in specie il bucranio - cioè il teschio con le corna - è così preminente fra quelli che indicano il fluire della Vita. Marija Gimbutas ha così sintetizzato la risposta: “Sembra che la risposta a questa domanda si trovi nella straordinaria somiglianza dell’utero femminile e delle trombe di Falloppio con la testa e le corna del toro. Questa somiglianza probabilmente era stata scoperta con lo sviluppo del processo di scarnificazione nella sepoltura. Nella figura 411 si può notare che le trombe di Falloppio sono spinte in avanti nel corpo femminile e possono essere volte verso l’alto o verso il basso; normalmente sono rivolte verso il basso ma quando il corpo giace sul dorso si volgono verso l’alto, come probabilmente è stato osservato durante il processo di scarnificazione. Se notiamo che nell’arte neolitica alcune rappresentazioni della testa del toro mostrano le corna sormontate da rosette o stelle, allora la somiglianza risulta ancora maggiore”. A riprova c’è la figura 412 del libro della Gimbutas, ‘Il Linguaggio della Dea’ e che raffigura un vaso antropomorfo: la testa taurina è posta proprio sull’addome. E’ il caso di fare un’altra citazione da quest’ottimo testo dichiaratamente politeista: “Appare dunque chiaro che la preminenza del toro in questo sistema simbolico deriva non dalla forza e mascolinità dell’animale, come nel simbolismo indoeuropeo, ma piuttosto dall’accidentale somiglianza della sua testa con gli organi riproduttori femminili (...) il geroglifico egizio per l’utero riproduce il teschio a due corna della mucca. Tutto ciò è più che verosimile, per il dato di fatto che assai spesso le culture conquistatrici fanno propri, modificandoli, i simbolismi dei conquistati, come ci ricorda la famosa espressione latina “Graecia capta ferum victorem cepit”. Così i temi dominanti della figura mitologica del toro risentono di questo problema, a partire dalle storie che concernono l’isola di Creta, centro ideologico e sacrale della civiltà politeista mediterranea. I conquistatori achei di Creta dettero pertanto una caratterizzazione eminentemente belluina ai miti del toro e, quando vollero screditare l’antica cultura soggiogata, crearono di sana pianta la mostruosa figura del minotauro, oppure la storia della Settima Fatica di Ercole, in cui il dio trasporta a forza il toro cretese in Grecia e lì lo sacrifica. Il tutto fu possibile perchè il toro era l’animale sacro per eccellenza fra i cretesi. A Creta i vasi cerimoniali per le offerte sono spesso foggiati a mo di testa di toro, per non parlare dei dipinti che lo raffigurano in contesa con giovani acrobati. Dall’isola potrebbe essere derivata la famosa ‘ corrida’ spagnola e così pure quella provenzale e portoghese — ove non si uccide il toro — in ricordo di antichi riti e cerimonie, anche se completamente desacralizzate e sfogo ormai di una sanguigna animosità. Fino al secolo scorso non era infrequente la partecipazione alla ‘corrida’ di donne-torero; non si può vedere in ciò il retaggio di un  antico sacerdozio femminile del toro? Il bue, essendo un toro castrato, ha sempre rappresentato la forza taurina resa docile e mansueta al servizio dell’uomo e delle forze cosmiche ordinatrici, come si vede nel simbolismo evangelico della mangiatoia, accanto all’asino domestico. Correlativamente al toro, la vacca è un simbolo tradizionale di fertilità e forza materna, ma anche eterico e afroditico, con caratteristiche sia lunari che telluriche. Molte divinità potevano venire raffigurate in sembianti di vacca e spose o madri di divinità solari, come le egizie Hathor, Nut, Mehurt e Iside o la greca Hera e Iò o la fenicia Europa e le mediorientali Astarte e Ishtar. Per tale motivo la vacca era generalmente rispettata anche nei sacrifici, dove si evitava di immolarla, con l’eccezione dei Greci che la sacrificavano a Hera ed Ercole. Nel suo simbolismo fecondatore e accrescitivo era presente anche il suo latte e il suo sterco (buina).&lt;br /&gt;V&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VASELLAME&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ noto l’impiego in tutta l’antichità di un grandissimo numero di vasi ceramici e ce n’era una grande varietà per poter soddisfare ogni bisogno. I reperti dei nostri Musei contengono tutti una grandissima percentuale di questi manufatti. Per il loro enorme uso, a Roma si creò addirittura una collina, detta il Testaccio, formata dal deposito di vasi rotti. Furono però i Greci coloro che ci hanno lasciato la più straordinaria varietà di forme. Eccone una rassegna esemplificativa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANFORA – vaso di dimensioni medio-grande e grandissimo per la conservazione e il trasporto di olio o vino, spesso con la base a punta. Una varietà di anfore, le peliche, erano destinate al contenimento di olii profumati e balsami.&lt;br /&gt;IDRIA – vaso sferico per il contenimento e trasporto dell’acqua&lt;br /&gt;CRATERE – bacile per miscelare il vino, era caratterizzato da due alte manici.&lt;br /&gt;SCHIFO – come sopra ma più simile a una coppa, dotato di coperchio e di un supporto.&lt;br /&gt;LEBETE – cratere dal profilo convesso e con alto supporto.&lt;br /&gt;STAMNO – vaso dal corpo alto e con anse verticali.&lt;br /&gt;PSYCHTERE – vaso a forma di pera che si poggiava sui crateri pieni di neve per raffreddare il vino&lt;br /&gt;CHILICE – tazza a forma di bassa coppa con due manici orizzontali.&lt;br /&gt;PISSIDE – scatola di piccole dimensioni con coperchio.&lt;br /&gt;LECHITO – fiasco da olio molto allungato con manico verticale&lt;br /&gt;ARIBALLO – come sopra ma con base panciuta e orlo superiore a disco.&lt;br /&gt;ALABASTRO – come il lechito ma di stile egiziano&lt;br /&gt;LIDIO – come sopra ma di stile lidio&lt;br /&gt;OINOCHOE – brocca per versare con manico alto e apertura larga e svasata.&lt;br /&gt;OLPE – come sopra ma con profilo simile ad una lettera esse allungata&lt;br /&gt;FIALE – bacile basso usato per le libazioni&lt;br /&gt;CHANTHARO – vaso per bere a una o due anse verticali&lt;br /&gt;CIATO – attingitoio ad anse allungate e di forma rigida&lt;br /&gt;LECANE – grosso e pesante bacino&lt;br /&gt;COTHON – piccolo contenitore dall’orlo ripiegato all’indietro e pendente&lt;br /&gt;LOUTERIO – bacino munito di un becco laterale e di un supporto tronco-conico, per uso funebre.&lt;br /&gt;LOUTHROPHORO – anfora o idria a collo allungato&lt;br /&gt;PINAX – contenitore di forma rettangolare ad uso funebre&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VATICANO&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;(lat. Vaticanus) Località che al tempo di Aulo Gellio non faceva ancora parte dell’antica Roma, sebbene inclusa da Augusto nella XIV Regio transtiberim, prospiciente la riva destra del fiume Tevere e formata da una catena di colli (montes Vaticani) che da monte Mario vanno fino al Gianicolo e da una campagna (ager Vaticanus) di circa 13 km che arrivava fino a Fidene, sacri al dio Vaticanus, un’antichissima divinità oracolare. Secondo Varrone questo dio era anche il protettore dei neonati, poiché la prima sillaba che essi pronunciano è identica a quella del dio, da cui il termine “vagito”. Il territorio vaticano più lontano dal Tevere era adibito alla produzione orticola e vinicola, sede di casali e di poderi, ma il vino che se ne traeva non era particolarmente rinomato, poiché Marziale lo paragonava all’aceto! La zona invece vicina al fiume era paludosa, periodicamente allagata dal fiume e ancora al tempo dell’imperatore Vespasiano era definito un “posto infame” dove si moriva facilmente di malaria. Tuttavia già in precedenza alcune facoltose famiglie romane avevano provveduto a bonificare dei terreni e Vipsania Agrippina, moglie di Germanico, vi aveva creato una villa con splendidi giardini. Il figlio di Agrippina, l’imperatore Caligola, realizzò poi sui terreni della madre un Circo con tanto di obelisco proveniente dall’Egitto, lo stesso che poi i Papi nel 1585 sposteranno più a valle, nell’attuale sede di Piazza San Pietro. Nella zona vaticana venne poi costruito un Phrygianum ed un Gaianum, cioè i santuari cultuali delle dee Cibele e Gaia. In seguito Traiano costruì una monumentale naumachya per la celebrazione di spettacoli acquatici e Adriano il mausoleo personale che diverrà in seguito il Castel Sant’Angelo. Nel 64 d.C. nei già citati giardini e nel Circo di Caligola l’imperatore Nerone fece giustiziare i cristiani responsabili dell’incendio di Roma – con una crudeltà, bisogna dirlo, adeguata all’efferatezza del crimine commesso da quegli sciagurati. Tra i terroristi vi fu anche uno dei capi, l’ebreo Pietro, che proprio nel circo venne crocefisso. Il suo cadavere venne poi inumato a monte del Circo, dove già esistevano dei luoghi di sepoltura, poiché era usanza di allogare i defunti lungo le strade che lì, da Veio e da Caere, conducevano in città. C’è da deprecare che la prefettura dell’Urbe abbia permesso ai sacrileghi di seppellire accanto a sepolcreti pagani, ma quel che è stato è stato… L’abitudine di inumare defunti aveva però preso così tanto piede da invadere l’area dello stesso Circo, nel frattempo caduto in desuetudine, tanto che più tardi l’imperatore Elagabalo, per far &lt;br /&gt;correre una gara tra elefanti, dovette demolire delle tombe costruite sulla pista! Infine l’imperatore Costantino, per rendersi benevoli i cristiani, ristrutturò tutta la zona, erigendo la prima loro Basilica. Quando gli archeologi aprirono la lapide tombale del muro dov’era scritto in greco “Pietro è sepolto qui” non si trovò nulla. Il fatto è che nel 258 l’imperatore Valeriano aveva deciso di dare una bella ripulita all’impero e i cristiani pensarono bene di traslare le spoglie di Pietro in un posto più sicuro. Secondo alcuni esse vennero poi ricollocate al loro posto cessato il pericolo, secondo altre vennero trafugare da correligionari e non fecero più ritorno. E’ probabile che dal momento della traslazione, le ossa vennero spartite in reliquie (come generalmente era usanza comune) e si sparsero per mille rivoli. Solo alcune decine d’anni dopo, nel 1962, l’archeologa Margherita Guarducci raccontò una storia favolosa e cioè che un operaio della Fabbrica di San Pietro che aveva lavorato agli scavi, le avrebbe ricordato di una cassetta con delle ossa e frammenti di intonaco rosso del muro famoso, che era stata messa in un magazzino. Si erano volute riparare quelle ossa dall’umidità e dalle infiltrazioni! La Guarducci, forse ispirata dallo Spirito Santo ma prontamente avvallata da un comunicato di Papa Paolo VI, asserì trattarsi dei resti del principe degli Apostoli… La costruzione costantiniana della prima basilica comportò il quasi totale sbancamento dell’antico colle Vaticano, con la scomparsa di antiche vestigia e memorie (i templi di Cibele e di Gaia) nonché il definitivo tramonto di Vaticanus, dio di antichi oracoli, presente ormai solo ai primi vagiti dei nostri bambini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VENERE e POMBA GIRA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;(lat. Venus) I Romani, che avevano introdotto in Roma il culto di questa antichissima Dea italica solo tardivamente (nel 295 a.C.), la veneravano soprattutto come Venere Genitrice, una divinità confezionata da loro stessi per se stessi, che nulla aveva a che fare con l’autentica Venere, e che divenne il nume tutelare dello stato Romano, giungendo all’apice sotto Traiano. La vera Venus era una dea assolutamente diversa, molto simile a Circe ed altre figlie del Sole. Per farsene un’idea basta riferirsi alla sua festa ufficiale che coincideva con le due feste del vino, in primavera ed estate. Del resto è molto curiosa la correlazione tra le parole venus – vinum – venenum – vena – venatus che fanno pensare possa trattarsi di una antica divinità della magia amatoria e della seduzione, analoga appunto al mondo marsico degli incantatori di serpenti e quindi di Angizia, Angerona e Circe, come suggerisce anche la radice della contermine città sannita di Venafro. Rimanendo sempre nell’ambito delle analogie fonetiche vediamo che l’azione del venerare, lungi dall’avere il significato superstizioso e devozionale che ha assunto, non era altro che la particolare rituaria nei confronti di Venus la quale poteva elargire al seguace la venia, cioè il suo favore e i suoi doni (solo successivamente “chiedere venia” ha preso il significato rovesciato di chiedere perdono). Il compito principale di Venus, come quello della sua analoga siciliana Venere Ericina, era quello di dispensare il piacere sessuale e la fecondità che ne poteva conseguire. Con la solita impudica abitudine di stravolgere i significati delle cose a loro favore, i Romani, antesignani in ciò dei Gesuiti, avevano anche una Venere Verticordia (volgitrice di cuori), introdotta nel culto su suggerimento dei Libri Sibillini allo scopo di indurre le donne di Roma a contrarre matrimonio, dal momento che preferivano trascorrere la vita nei piaceri anziché nella servitù della stirpe patrilineare. L’autentica Venere era nota invece a Pompei col nome di Venere Salvatrice o Pompeiana ma, anche, con il trasparente epiteto di VENUS PHYSICA. Questo appellativo denota il culto tra i Pompeiani (e forse tra i Napoletani italo-greci) degli aspetti più terreni di Venere, riferiti ai temi del piacere sessuale e dell’accoppiamento. Pompei fu città sacra a Venere quale antica divinità italica dei giardini e della fecondità della natura prima ancora che essa venisse occupata dai Romani nell’80 a.C., allorchè il dittatore Silla vi dedusse la Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum. Naturalmente nella letteratura questo epiteto non compare (anche se per i Greci si può parlare di una Afrodite Pandemia, tuttavia meno calata nel corporeo di quella “fisica” dei Pompeiani) e lo si rinviene solo nelle iscrizioni murali trovate a Pompei e salvaguardate dall’eruzione vesuviana del 79. Queste iscrizioni sono collazionate nella Raccolta delle Iscrizioni Latine, e sono quindi inconfutabili. Ma ecco un esempio di una di esse (trad. di A. Varone): &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Salute a te, o… nostra. Ininterrottamente ti prego, o mia signora;&lt;br /&gt; per Venere Fisica t’imploro di non respingermi…”&lt;br /&gt; (C.I.L. IV, 6865)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un’altra (IV, 1520), si fa apporre alla stessa Dea la propria firma in calce a dei versi in cui si sottolineano i pericoli di amare ragazze dalla carnagione scura (perché ritenute passionali): “scripsit Venus physica Pompeiana”. Come si vede, l’archeologia può fare giustizia delle omissioni ideologiche! Nella moderna religione afro-brasiliana nota come Macumba - un misto di religiosità pagana e cristiana -, esiste l’esatto corrispettivo di Venere Fisica o Pompeiana, si tratta di Pomba Gira, il cui culto raccoglie seguaci anche in Europa, al punto che possiamo ben dire che i riti pagani celebrati sotto al Vesuvio si continuano tuttora… anche se nel dialetto della provincia di Lusitania. Pomba Gira (il cui nome deriva dall’angolano Bongbogirà) nell’attuale formulazione brasiliana risulta essere il contraltare femminile di Exù, quest’ultimo analogo al Pan dei Greci e al Diavolo dei Cristiani, e molto “vicina” agli esseri umani. Per tale motivo lo studioso brasiliano Reginaldo Prandi ha scritto che “Pomba Gira fa parte del Pantheon delle entità che lavorano con il lato sinistro”. Ciò è perfettamente vero anche per l’antica Venus Physica e per tutte quelle divinità che avevano a che fare con i bisogni più immediati delle popolazioni antiche. Anche nella Macumba abbiamo l’antico fenomeno del “catasterismo”, cioè la divinizzazione di una persona in carne e ossa. Infatti nella corrente umbandista della tradizione macumbeira, Pomba Gira è, come ricorda Reginaldo Prandi, “lo spirito di una donna che in vita fu una prostituta o cortigiana, donna priva di valori morali, capace di dominare gli uomini grazie alle sue capacità amatorie, amante del lusso, del denaro e di ogni tipo di piaceri”. Talvolta essa è vista come uno spirito dei morti. Nella corrente quimbandista invece, quella più vicina alle pratiche pagane tramandateci dai papiri magici ellenistico-egiziani, Pomba Gira è considerata una divinità pura e semplice, ma in entrambe le correnti essa è visualizzata come una donna di selvaggia bellezza e di altrettanto selvaggio “carattere”, dai lunghi capelli neri ravvivati da una splendida rosa rossa, dai vestiti sgargianti, protettrice di puttane e di bordelli anche i più miserabili. Così come il Pan greco e il Silvano latino avevano tutto un corteggio di panischi e di silvani anche Pomba Gira ha delle personificazioni “minori” e più specializzate. Essa assume allora i nomi di Maria Padilha, Pombagira Sete Saias, Maria Molambo, Pombagira da Calunga, Pombagira Cigana, Pombagira do Cruzeiro, Pombagira Cigana dos Sete Cruzeiros, Pombagira das Almas, Pombagira Maria Quiteria, Pombagira Dama da Noite, Pombagira Menina, Pombagira Mirongueira e Pombagira Menina da Praia. Non esistono dei templi veri e propri assegnati a Pombagira o ad altre divinità brasiliane (il terreiro essendo più che altro un luogo di riunione), poiché essi sono presenti in mezzo alla gente ed il posto d’elezione dove li si può “chiamare” sono gli incroci o crocicchi stradali – quegli stessi che nel nostro paganesimo erano dominio dei Lari Compitali – ma, per quanto riguarda Pomba Gira, tutti quelli a forma di T. Inoltre, “l’Incrocio Maggiore, scrive il Prandi, un crocicchio a T in cui ognuna delle strade che lo formano nasce da analoghi incroci a T, è di pertinenza di Pomba Gira Regina, per rispetto della quale ogni offerta tributata ad una Pomba Gira minore è vietata, sotto pena di sciagura”. I rituali per evocarla non differiscono troppo da quelli del nostro più antico passato e se vi possiamo riscontrare qualche omissione è solo perché le discipline antiquarie non ci hanno tramandato tutto quello che nel culto brasiliano è invece completo. Essa gradisce offerte fatte a mezzanotte di canti e sigilli, profumi, gioielli o solo bigiotteria, drappi rossi e neri, champagne e altri liquori, sigari, sigaretti, rose rosse sbocciate, candele rosse, bianche e nere e, naturalmente, animali sacrificali, la gallina nera e la capra nera, anche se ufficialmente si tende a nascondere quest’ultimo aspetto, sostituendolo con offerte alimentari e carne cruda o cotta di macelleria. In pratica l’allestimento di tutte queste offerte costituisce di per sè un rituale evocatorio, se si aggiunge lo scopo per il quale viene fatta l’offerta. Le richieste possono essere di qualsiasi genere ma quelle che le vengono rivolte tradizionalmente sono per soddisfare esigenze di amore, affetto e sesso. Pomba Gira può essere chiamata anche attraverso un medium da Lei posseduto, ed in tal caso la cerimonia si svolge all’interno del terreiro. Naturalmente la Dea viene anche “osannata” cerimonialmente dai suoi seguaci in occasione di momenti conviviali. Un brano di un canto a Lei dedicato sintetizza mirabilmente ad un tempo la sua essenza e quella dei suoi seguaci:&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;este è o meu destino&lt;br /&gt;o meu destino è este&lt;br /&gt;è me divertir&lt;br /&gt;bebo, fumo, pulo e danço&lt;br /&gt;pra subsistir&lt;br /&gt;assim cumpro o meu destino&lt;br /&gt;que è me divertir&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;e che Reginaldo Prandi esplicita più prosaicamente: “Dobbiamo considerare che le religioni afro-brasiliane accettano il mondo così come è. Questo mondo è considerato il luogo dove tutte le realizzazioni sono considerate moralmente possibili e fattibili. Il bravo seguace della religione degli Orixas deve fare tutto il possibile perché i suoi desideri si realizzino. Il suo impegno ad esser felice non si può infrangere contro nessuna barriera, anche se la sua felicità dovesse essere di danno per il prossimo suo (…) per Pomba Gira non esiste un desiderio illegittimo o un’aspirazione inconcepibile o una fantasia riprovevole, come se esistesse un mondo di felicità il cui accesso è da lei controllato e governato, l’esatto contrario di questo nostro frustrante mondo quotidiano” . &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VENTI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. Venti gr. Anemoi) – demoni benefici o malefici dell’aria, ma ritenuti dimorare nel sottosuolo, psicopompi, sottoposti al controllo di Eolo, figlio di Poseidone e loro re, ma obbedienti anche a singole divinità o esseri sovrumani. A differenza di Eolo, i Venti erano oggetto di larga devozione popolare. Una importante “Sacerdotessa dei Venti” è ricordata già in una iscrizione cretese mentre nella Grecia classica sono noti i sacerdozi che si occupavano del culto dei Venti tramite le pratiche dell’anemoscopìa e della fillomanzia. Ai Venti si sacrificavano vittime umane (Ifigenia, persiani uccisi da Temistocle, vergine sacrificata da Epaminonda) e più tardi, agnelli bianchi o neri, a seconda che essi fossero benefici o meno, come le famose Arpie, e comunque vari animali che però non venivano mai mangiati ma totalmente combusti. Il culto dei Venti infatti sembra era prevalentemente a carattere espiatorio e chthonico. « Scendendo dal poggio sul quale è costruito questo santuario [di Atena a Titane] si trova un altare dei Venti su cui il sacerdote, una notte all’anno, sacrifica ai Venti. Compie anche altri riti segreti su quattro fosse, intendendo con ciò lenire la loro furia, e inoltre recita delle formule magiche che dicono risalgano a Medea »  (pare che sul santuario di Atena sorgano ora le rovine della chiesetta ortodossa di Aghios Tryphon). La città magnogreca di Turii, dopo che il vento Borea aveva distrutto una flotta assalitrice, nominò quel vento « cittadino » assegnandogli una casa ed un lotto di terreno… . Ai Venti era attribuita da numerosi autori classici, la causa dei Terremoti. Plinio (II, 81,2) scrisse infatti: « non ho alcun dubbio che la causa siano i Venti». Si organizzavano anche feste e si componevano inni in loro onore. Erano rappresentati come uomini alati e dai lunghi capelli, spesso con poteri fecondatori e stupratori di donne. Accanto ai Venti i Greci o perlomeno i loro poeti onoravano anche le più miti Aure, cioè le brezze. Il culto dei Venti è attestato da un tempio che l’imperatore Vespasiano fece erigere ad Antiochia, stando a quanto scrisse il bizantino Giovanni Malalas, mentre a Roma, dal 259 a.C., sorgeva un tempio alle Tempeste presso Porta Capena, eretto da L. Cornelio Scipione per celebrare una vittoria sui Cartaginesi. Più tardi Giulio Cesare eresse un tempio al Vento Circius (Mistral) in Gallia. Ad Anzio, nel Lazio, fu trovata ai bordi del mare una ara ventorum. Nei Misteri di Mithra il culto dei Venti è ugualmente presente anche se si spersonalizza in quello per l’elemento Aria. I cristiani soppiantarono il culto per i Venti con quello dell’arcangelo Michele. In Grecia numerosi erano i luoghi consacrati ai Venti, come altari e recinti. Tuttavia l’edificio più famoso che li ricorda è il cosiddetto Orologio di Andronico o Torre dei Venti, situato nella piazza del mercato di Atene: « Gli osservatori più precisi stabilirono che i Venti sono otto, e tra essi in primo luogo Andronico Chirreste, che – a documento di questo fatto – innalzò a Atene una torre marmorea ottagona, e nei singoli lati dell’ottagono scolpì le immagini dei singoli Venti, ciascuno al suo posto; sulla torre pose una colonnina di marmo e vi collocò sopra un Tritone di bronzo con una verghetta di bronzo in mano, disponendo le cose in modo che, secondo il vento, il Tritone girasse e si fermasse sempre contro quel dato vento, indicandone la figura con la verghetta ».  E’ una torre, non molto alta, di forma ottagonale e su ognuna delle sue otto facciate è scolpita l’immagine di un Vento:&lt;br /&gt;Tramontana (lat. Septentrio gr. Boreas) Freddo Vento di Nord, raffigurato mentre soffia in una grossa conchiglia;&lt;br /&gt;Grecale (lat. Meses gr. Kaikìas) vento di Nord-Est raffigurato mentre rovescia un canestro di chicchi di grandine&lt;br /&gt;Maestrale, (lat. Corus gr. Skyron o Argestes) Vento di Nord-Ovest, raffigurato spargere ceneri incandescenti da un vaso di bronzo.&lt;br /&gt;Ostro (lat. Auster gr. Notos) Vento del Sud apportatore di pioggia, raffigurato rovesciare un vaso colmo d’acqua.&lt;br /&gt;Libeccio (lat. Africus gr. Lips), Vento di Sud-Ovest, piovoso ma propizio alla navigazione, raffigurato reggere la poppa di una nave.&lt;br /&gt;Levante (lat. Subsolanus gr. Apeliotis) Vento dell’Est raffigurato come un giovane uomo che reca con se una cesta con frutta e semi.&lt;br /&gt;Scirocco (lat. Vulturnus gr. Euros) Vento di Sud-Est, raffigurato come un vecchio barbuto avvolto da un mantello&lt;br /&gt;Ponente (lat. Favonius gr. Zephyros) Vento dell’Ovest piovoso e violento ma benefico, personificato anche al plurale, raffigurato come un giovane seminudo che getta fiori da un drappo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia la Rosa dei Venti annovera 12 Venti, mentre la moderna meteorologia ne conta ben trenta. Altri Venti minori, come gli Etesii (odierno Meltemi greco) o quelli che assumevano nome dalla regione più prossima a dove spiravano (come il Circius della Francia meridionale oggi noto come Mistral), erano ben noti all’Antichità. Venivano inoltre suddivisi per temperamenti (caldi, umidi, secchi, freddi). La trattazione più completa sui Venti che ci è giunta dall’Antichità è quella di Plinio, che ne parla nel secondo libro della Naturalis Historia, per quanto si tratti di una spiegazione non perfettamente chiara. In origine ci sarebbero stati solo i quattro venti cardinali: Euro, Noto, Zefiro e Borea. Successivamente se ne aggiunsero altri fino a dividere lo spazio in dodici settori e più precisamente in base alle albe e tramonti equinoziali e solstiziali, poiché si pensava che i Venti si alzassero in relazione col sorgere e tramontare del Sole e delle stelle nelle diverse stagioni. Infatti Plinio stabilisce delle date precise per l’alzarsi dei Venti ma in realtà la sua elencazione è troppo astratta e la loro levata e le leggi che ne governano i movimenti sono in stretta relazione con le singole condizioni geografiche dei diversi luoghi, come dimostrano il folklore e le tradizioni locali. Ecco alcuni nomi di questi Venti intermedi: Aquilo, Thraskìas, Caecias, Phoenix, Euronotus, Libonotus, Altanus, Subvesperus.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VIOLA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Tra gli antichi greci la viola era detta ion melas o ion porphyreos ma era anche denominata pianta di Priapo (priapeion) e pianta di Cibele (cibeleion). Veniva pure attribuita a Pan e Saturno. Una pianta quindi connessa con la sessualità e la generazione ma nel senso inverso a quello comune. La viola riconcilia Attis con Cybele, sintetizza l’amore celeste divenendo anche uno dei simboli di Afrodite. Dai suoi petali si ottiene un’essenza dolcissima, detta parfait amour. Essa cresce volentieri nei boschi freschi ma esposti al sole ai piedi dei pini e degli abeti, quasi fosse le gocce di sangue di Attis, un sangue carico di frenesia orgiastica, per la quale il dio si venne mutilando. Avendo raggiunto il terreno, il punto più basso, questo sangue-viola si trasformò e terapeuticamente andò a confermare la teoria che il simile respinge il simile. Infatti la viola si oppone alla frenesia e alla susseguente melancolia (Ippocrate), all’estasi orgiastica, come si deduce dal fatto che gli antichi erano soliti incoronarsi il capo con ghirlande di questi fiori per disperdere i fumi dell’ubriachezza e la pesantezza di testa (NH 21,130), così come con quelle di zafferano. Per uno strano “caso” fiorisce proprio nel periodo delle feste di Attis, quasi a ricordare quel sanguinoso episodio. A dimostrare che il simbolo coincide con la realtà ricorderemo che il fragrante odore del fiore svanisce appena si annusa a causa di una sostanza della ionina che ha la proprietà di smorzare la capacità olfattiva. Ebbene, come la passione amorosa del dio si estingue e placa con la mutilazione, così l’odore venereo del fiore cessa poco dopo averlo appreso. Dioscoride a riguardo afferma, tradotto dal Mattioli, che ha la viola virtù d’infrigidire ed è ancora quest’autore a supporre che il nome viola deriva da quella della ninfa Io, uno dei nomi della luna.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;VITE&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Poiché già in tempi antichi Dioniso è stato connesso col vino, non resta che trasferirci in Palestina ove la Bibbia (Genesi 9,20-28) vuole che Noè sia stato lo scopritore del vino. Ciò è falso perché sembra che il vino e il suo potere inebriante sia originario di tutt’altre regioni. Forse la Genesi vuole solo coprire il fatto che Noè – il cui nome significa “colui che consola”, secondo J. Brosse – fu il primo ebreo a prendersi una bella sbornia. Come infatti ne bevve, cadde a terra ubriaco fradicio. Nel cadere un lembo della veste gli rimase sopra il ventre, lasciandone scoperte le parti virili. Il caso volle che mentre dormiva in siffatta posizione entrasse nella tenda suo figlio Cam, capostipite dei Cananei che, vistolo in quello stato, corse ad avvertire gli altri suoi fratelli: Sem e Jafet. Costoro, preoccupati più per il fatto che Noè aveva l’organo di fuori, che di esser rimasto vittima della prima ubriacatura della storia rivelata, entrarono nella tenda all’indietro, come i gamberi, e lo ricoprirono con una coperta. Risvegliatosi, Noè benedisse Sem e Jafet per la loro verecondia ma maledisse il povero Cam per il fatto che lo aveva visto nudo. In verità alcuni testi rabbinici commentano la storia asserendo che quando Noè si ubriacò sentì proprio l’esigenza di denudarsi, prima di cadere addormentato. Sarebbe poi stato il nipotino Canaan e non suo padre Cam a scoprirlo nudo. Il piccino, in base a chissà quale impulso, pensò subito di annodare un cordino attorno ai genitali del nonno e di esercitare una forte pressione. Quindi Noè, al pari di Saturno, sarebbe stato evirato. Gli intenti moralistici della Bibbia dei 70 non sono riusciti del tutto a modificare la prima redazione della Genesi, permettendo agli studiosi di rinvenire patenti analogie con i miti di evirazione mesopotamici. Peculiare al racconto biblico è la relazione stabilita fra l’assunzione del vino, la sessualità orgiastica e i riti iniziatici. I commentatori rabbinici, fino al medioevo, hanno invece provveduto a far apparire i Cananei come un popolo di depravati, dediti alla sodomia ma, nel fare questo, hanno dato risalto proprio a ciò che volevano nascondere: orge a base di vino erano comuni in Palestina, e la stessa festa dei Tabernacoli era in origine un baccanale cananeo. Il vino, per il suo potere inebriante, è sempre stato associato a rituali orgiastici, anche nel cristianesimo delle origini, dove non si immaginava che potesse essercene traccia, almeno prima degli studi recenti di studiosi senza preconcetti. In effetti esso è anche la prova più sicura del fatto che il cristianesimo, alle sue origini, era una società iniziatica a carattere orfico-dionisiaco, per quanto di ispirazione giudaica. Una legge di Carlo Magno tentò di proibire l’usanza di entrare completamente nudi, fino alle ascelle, dentro ai tini per pigiare l’uva. Sembra quasi che gli antichi intuissero l’esistenza di un sottile rapporto erotico fra l’uomo e la terra e che la nudità rituale, così come il coito, erano in grado di metterli in contatto reciproco. E’ di Virgilio (Geor. 1,299) il precetto: “Ara nudo, semina nudo”. Il primo miracolo di Gesù ebbe per oggetto proprio il vino, nell'episodio delle nozze di Cana e, all'ultima cena, fu vino quello che offerse ai suoi discepoli, avvertendoli che l'aveva trasformato nel suo stesso sangue. L’equiparazione fra vino e sangue è antichissima. Eudosso di Cnido (IV° sec. a.c.) riferisce che gli egiziani avevano in obbrobrio l’ubriachezza perché ciò equivaleva a impregnarsi del sangue dei loro antenati. In pratica, l’ebrietà avrebbe avuto lo stesso effetto di un rituale necromantico con effusione di sangue, come quello che celebrò Odisseo per poter parlare con Tiresia. Il mitografo Nonno di Panopoli è esplicito: “… un tempo alla terra dal cielo scorrendo il fecondo sangue degli Olimpi generò la bacchica bevanda del grappolo”(Dionisiache: XX, 293). Esso è dunque al principio ed alla fine della vicenda miracolistica di Gesù. L'attuale rigoglio delle coltivazioni viti-vinicole europee, deriva dalla necessità dei monasteri alto medioevali di approvvigionarsi dell'elemento indispensabile alla celebrazione della Messa. Non suoni irriverente, ma l'ultima promessa di Gesù ai discepoli, nell'ultima cena, fu che avrebbe continuato a bere vino con loro anche nell'al di là! Se ancor oggi il vino è l'elemento essenziale del sacrificio eucaristico nondimeno esso si è sempre accompagnato ad una concezione profana come testimoniano queste strofe latine: bibite, fratres, bibite, ne diabolus vos otiosus inveniat (Bevete, fratelli, bevete, acciocchè il diavolo non vi colga mentre non state facendo nulla). Se prescindiamo dalla favola di Noè, che al dire di R. Graves "tende a giustificare l'asservimento dei Cananei ad opera dei loro conquistatori Cassiti e Semiti", è grazie al mondo greco-romano che la vite e il vino sono assurti a fama imperitura. Con la coltivazione della vite si ebbe a disposizione, in forma quasi industriale, una droga quale il vino, in grado di modificare la comune conoscenza di veglia e di orientarla verso esperienze conoscitive di più vasta portata. Esso fungeva da tramite fra queste diverse condizioni esperienziali - era un ingrediente tradizionale nelle offerte ai defunti - e per questo venne associato al dio del trasporto estatico, il nostro Dioniso appunto, che già con l'appellativo di "Bacco", come abbiamo detto trattando dell’edera, era preposto all'utilizzo psicoattivo di alcuni frutti selvatici dei boschi. L'uso sconsiderato di questa bevanda avvicina però l'uomo alla condizione di un animale, come lo stato porcino dei compagni di Odisseo, allorché caddero preda dei fumi dell'alcool donato loro dalla maga Circe. A conferma ricordiamo che lo stesso Odisseo ingannò il mostruoso ciclope Polifemo con del vino e Filostrato (Vita Apoll. 6,27) riferisce di un analogo sistema, adoperato in Egitto per catturare un satiro. Che Dioniso in origine non fosse un dio del Vino è argomento ormai assodato fra studiosi come G. Samorini: "... nella sua forma originaria, non era un dio del vino, allo stesso modo in cui una differente divinità del pantheon greco, Apollo, non era originariamente associato ad un'altra pianta misterica: l'alloro delfico (...) V'è chi vede in Dioniso una pura divinità dell'estasi, un dio delle diversificate modificazioni della coscienza indotte dai differenti inebrianti allora noti". Si dibatte ancora, invece, sull'origine geografica della vite vinifera che, per alcuni, deriverebbe dall'Asia centrale e, per altri, dalla regione subsahariana occidentale. Da quest'ultima regione sarebbe derivata la coltivazione egiziana della vite, già con la prima dinastia. Forse dalla Cirenaica questa si sarebbe diffusa a Creta e, da qui, all'intera Grecia. Oggi non esistono quasi più piante di vite selvatica - La vite secondo gli studiosi è un superstite vegetale del periodo terziario - il che, tra l'altro, è una prova, secondo i botanici, dell'estrema antichità di tutte quelle specie vegetali che non si riproducono più allo stato spontaneo - mentre nell'antichità ne esistevano addirittura esemplari dalle dimensioni arboree e da cui tronchi si riuscivano perfino ad ottenere delle statue intere. La ricerca della verità è a volte più semplice delle complicazioni che frappongono gli studiosi accademici con la loro mentalità "specialistica". Non vediamo per quale motivo non si debba supporre che la coltivazione della vite - quand'anche la si ritenga necessaria alla produzione di vino! - non possa essersi verificata autonomamente in tutti quei paesi dove vegetava allo stato selvatico, così come è avvenuto per tante altre piante. Se un determinato paese ha poi voluto significare tal fatto con un mito, ciò non deve far pensare che lì è da ricercare l'origine del vino. Anzi, le ultime ricerche archeologiche, quelle, per intenderci, che prestano più attenzione ai particolari meno appariscenti, permettono ormai di dimostrare che il vino era ottenuto autonomamente, un po' dappertutto, già in epoche preistoriche. Lo stesso dicasi per Dioniso. Certamente il suo nome è attestato nelle tavolette d'argilla in lineare B trovate a Creta - per cui si può sostenere a buon diritto l'origine cretese di un dio chiamato "Dioniso" - ma ciò non significa che le identiche divinità di altri paesi derivino da quel culto. Eppure, quanto inchiostro è stato versato per queste sterili diatribe... Il vino dell'antichità era certamente molto più forte di quello bevuto oggidì sulle nostre tavole, e ciò per diversi fattori. Non si spiega diversamente lo stato alterato di coscienza che questo sapeva indurre in chi lo beveva. In latino il più antico nome per vino era temetum, ovvero "bevanda inebriante". Nella Roma misogina dei re e anche repubblicana, le donne  che ne bevevano potevano essere punite con la morte dato che, giuridicamente, esse erano in manum viri. Molto spesso, però, il vino era un ottimo vettore per ingredienti psicoattivi molto più potenti, come il famoso "vino di Cleopatra" degli egiziani. Come abbiamo visto, il vino puro era sufficiente, invece, a smuovere la morigeratezza degli Ebrei al punto che il famoso Lot - quello la cui moglie divenne una statua di sale - ne combinò una ben più grossa della solitaria ubriacatura di Noe: giacque addirittura con le proprie figlie. Bisogna dire, a sua discolpa, che furono quest'ultime a propinargli il vino al fine di scioglierne i freni inibitori. Esse infatti credevano che dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra (Genesi 19,30-36) non fosse rimasto sulla terra nessun maschio; il casato quindi rischiava di estinguersi per mancanza di progenie maschia. Così, dopo averlo ubriacato col vino, in due notti, le due sorelle rimasero incinte del padre senza che questi, peraltro, si fosse accorto di nulla. Parola della Bibbia! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VIRBIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il bosco ospitava, infine, un genio maschile, Virbio,&lt;br /&gt; assolutamente enigmatico, in cui la favola ellenizzante&lt;br /&gt; riconobbe Ippolito trasformato.&lt;br /&gt;(G. Dumézil)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Demone aborigeno della vegetazione onorato nel bosco sacro di Egeria, presso Nemi. Il suo mito è stato inquinato da quello greco di Ippolito. E’ pertanto erronea l’interpretazione del suo nome dal greco hieròs bios (vita santa), datogli da Robert Graves, poiché il fatto che nel suo mito fosse vietato introdurre cavalli nel sacro bosco, testimonia di un’epoca antichissima precedente alla venuta delle stirpi indoeuropee portatrici del cavallo . La leggenda di Ippolito narra invece che venne ucciso dai cavalli della biga che guidava. Al culto di Virbio era preposto un Rex che non aveva il significato che noi oggi diamo di “sovrano” ma di Reggente del Culto, quindi di sacerdote, come ci ha ricordato Servio nel suo Commento all’Eneide (III, 80). La divinità principale del luogo era comunque la ninfa Egeria, divenuta poi Diana Aricina o Nemorense (nonchè Iside) e Virbio era il suo Paredros (chiamato anche Manio Egerio), come in Grecia lo era Atteone. E’ certamente strano infatti che una divinità come Diana avesse a capo del suo sacerdozio un maschio, come verrebbe da credere. Insufficienti notizie ci danno le fonti letterarie che vi si riferiscono; Virgilio ne parla nel VII Libro dell’Eneide facendolo però apparire come sposo di Diana. Dalla coppia nacque un giovane con lo stesso nome che Ippolito aveva assunto in Italia, Virbio appunto. Questo Virbio Junior combattè contro i Troiani sbarcati nel Lazio. Infatti il santuario di Diana aricina presso Nemi era anche, fino al 338 a.C., il santuario federale dei Popoli Latini avversari dei Romani. Pochi anni dopo Virgilio, Ovidio nel XV° delle Metamorfosi, pur ricalcando la leggenda greca ci fa capire che questa Egeria era proprio la ninfa moglie di Numa ed è significativo per ciò che si dirà qui appresso, che Numa aveva pacificato genti abituate a guerre feroci (gentem feroci adsueta bello). Curiosamente Ovidio inverte i ruoli: fa apparire il culto di Egeria successivo a quello di Diana! Il santuario di Egeria sorgeva sulle sponde del Lago di Ariccia (impropriamente detto Lago di Nemi) nel versante del Monte Albano ed il suo “sacerdote”  era detto rex Nemorensis (= custode del bosco sacro). Vi si accedeva da una via nemorense, diramazione della via Appia: « Dall’altra parte, sulla sinistra della via per chi sale da Ariccia, c’è il santuario di Artemide, che chiamano Nemus. Dicono che il tempio di Artemide Aricina sia una copia di quello di Artemide Tauropolos e, infatti, nei riti predomina un elemento barbarico e scitico. Come sacerdote del tempio viene infatti preposto uno schiavo fuggitivo, che abbia ucciso di sua mano il sacerdote precedentemente in carica. Perciò è sempre armato di una spada, e si guarda intorno dagli attacchi, sempre pronto a difendersi. Il tempio è situato in un bosco sacro, davanti al quale c’è un lago profondo come il mare. Tuttintorno le montagne formano un cerchio ininterrotto ed assai elevato che abbraccia anche il tempio e l’acqua in un luogo incavato e profondo. Si possono dunque vedere le fonti da cui è alimentato il lago, fra le quali ce n’è una chiamata Egeria, eponimo di una qualche divinità; non si vedono gli emissari del lago che sono visibili invece lontano rispetto al luogo in cui vengono in superficie » . I combattimenti che si verificavano per la successione alla carica sacerdotale – in realtà una pura mascheratura per dei sacrifici di uomini ad Egeria – sono confermati dal proverbio tramandato da Festo: MULTI MANI ARICIAE (molti Mani ad Ariccia), cioè vi erano molti morti in onore di Egeria aricina ed il fatto che Virbio si chiamasse anche Manio Egerio (= il Morto di Egeria) lo testimonia. Questi combattimenti erano in auge ancora al tempo di Pausania (150 d.C. circa): « Fino ai tempi miei, come premio per il vincitore di un duello, c’era anche quello di essere consacrato sacerdote della Dea. Tale gara non era aperta alle persone libere, ma solo agli schiavi fuggiti ai loro padroni » . Lo Sfidante doveva strappare un ramo da un albero e portarlo al Tempio ma prima il sacerdote in carica doveva venire ucciso. Il duello si effettuava probabilmente in concomitanza con la festa della Dea, alle Idi di Agosto (13 Agosto), che era anche il dies servorum.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VOLTURNO&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;(etr. Velthumna; lat. Vertumnus) La prima divinità etrusca onorata nell’antica Roma pare fosse stata, ancora all’epoca di Romolo, Velthumena o Veltha o ancora Velthumna. A Roma esisteva infatti un “quartiere” etrusco, il vicus tuscus. Il nome più arcaico forse fu Voltha, il sommovitore, lo sconvolgitore, ricordato da Plinio come un potente mostro ucciso con un fulmine dal lucumone Porsenna, anche se gli studiosi non sono d’accordo nell’attribuzione del “sesso” di questa divinità. Questo mostro forse era la rappresentazione della tellurica e magmatica potenza vulcanica che ancora oggi affiora dal sottosuolo del viterbese con manifestazioni simili a quelle della zona flegrea di Napoli, ed occhieggia il cielo attraverso gli specchi lacustri vulcanici di Bolsena, Bracciano, Vico, Martignano e Vadimone. C’è però chi considera Voltumna come un aspetto di Tinia, il Giove etrusco, dimenticando che il carattere tellurico del primo poco si addice con quello celeste del secondo. Secondo l’ipotesi di Gérard Capdeville che ha studiato il dio etrusco Velchans (Vulcano) la radice *Vel- ha attinenza con l’idea del fuoco e lo studioso francese ricorda il nome del console romano Lucius Volumnius Flamma Violens, i cui due ultimi termini tradurrebbero appunto l’etrusco Volumnius, fiamma violenta! I Romani, con Varrone, raccolsero la tradizione che ne faceva il capo di tutti gli dèi etruschi e lo ricordarono con il nome di Voltumna e poi Vertumno, festeggiato il 13 Agosto. Non a caso nel suo fano in Etruria, cioè nell’area sacra dov’era venerato, si teneva annualmente il Consiglio Federale della Dodecapoli, le dodici più importanti città dell’Etruria. Nessuno ha lasciato detto dove fosse con precisione questo fanum Voltumnæ, sulla sua localizzazione si è versato inchiostro e nessuno ha potuto fornire la prova decisiva del suo ritrovamento, anche se convincenti ragionamenti lo posizionano in prossimità dell’odierna città di Orvieto, in località Campo della Fiera, dove recentemente una missione dell’Università di Macerata ha ritenuto di averne localizzato alcune strutture. A Voltumna era associata una divinità femminile, Nortia, molto simile alla latina Fortuna, è questo abbinamento è davvero significativo, poiché spiega il carattere oracolare e benefattore della Dea. Essa aveva un importante tempio sulla rupe di Orvieto, proprio al di sopra del presunto sito di Voltumna. I Romani, forse per una somiglianza fonetica, lo associarono al latino Vortumnus/Vertumnus, il dio dei cambi si stagione, compagno di Pomona, dea dei frutti. Vertumno era considerato originario di Orvieto (in etrusco Velzna e in latino Volsinii veteres), come ci ricorda Properzio (IV, 2), e ciò è un buon elemento per localizzare in quelle adiacenze il famoso fano: “Io sono etrusco e da etruschi discendo” afferma il dio, anche se il poeta romano camuffa gli scomodi fatti storici che causarono il trasferimento del nume da Orvieto a Roma: “e non mi pento di aver abbandonato durante le battaglie i focolari di Orvieto. Questa gente mi piace e non cerco templi di avorio: mi è sufficiente poter vedere il foro romano” (sic!). I versi di Properzio ricordavano l’abitudine rituale romana di “deportare” anche gli Dei degli avversari. In tal modo Voltumna giunse a Roma come Vertumno, con un tempio sull’Aventino, dove il console deportatore si fece effigiare con una toga purpurea. Infatti nel 264 a.C., al termine di molti decenni di guerre, il console Marco Fulvio Flacco assediò e distrusse la città umbra, depredandola di ben duemila statue di bronzo e deportando l’intera popolazione in una nuova città, l’odierna Bolsena. Fu in quell’occasione che venne distrutto anche il fanum Voltumnæ, il cui ricordo si protrasse nel tempo soltanto attraverso la continuazione della festa annuale, anche se dopo un intervallo di tre secoli nella città di Bolsena (Volsinii novi), allorchè Augusto volle restaurare antiche costumanze e ricordata ancora al tempo dell’imperatore Costantino  attraverso un documento (rescritto di Spello) che ne confermava l’ufficialità. Esisteva anche un dio Volturno, festeggiato il 23 Agosto, di cui si conosce ancor meno di Vertumno, ammesso che non si tratti dello stesso dio, come qualcuno ha ritenuto. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; VOLPE&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;(gr. bassàra) - la volpe è nota nei misteri dionisiaci, poiché le baccanti si adornavano di una pelle di volpe ed assumevano proprio per questo il nome di Bassàridi. Inoltre, assieme alla lepre, era solitamente cacciata dagli adepti del culto dionisiaco, fors’anche perché l’animale era solito predare i grappoli d’uva, che in molte località del Mediterraneo, per resistere ai venti, crescono a livello del terreno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VULCANO&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;(lat. Volcanus - gr. Hephaistos) - Dio del fuoco tellurico, distruttivo, e dell’ardore sessuale. Figlio di Hera, che l’avrebbe generato, secondo Esiodo, senza il concorso del maschio. Un riferimento all’assenza del partner ne fa anche il Dio della masturbazione. Quando tentò infatti di violentare Atena (nata anch’essa....) questa si oppose a tal punto che il dio eiaculò su una sua coscia. Il seme, caduto dall’Olimpo sulla Terra, dette vita a Erittonio. Tradizionalmente era fatto risiedere nell’isola egea di Lemno, nei pressi della quale fu precipitato perché nato deforme (vedi voce ZOPPIA) dalla propria madre Hera o da Zeus. Caduto in mare fu accudito e svezzato dalle dee pelasgiche Teti ed Eurinome. In realtà era il preistorico dio dei vulcani, il sole che si ingrotta (come attesta la sua caduta per un giorno intero dall’Olimpo) venerato come tale nei principali centri vulcanici del mediterraneo. Abilissimo forgiatore, di aspetto sgradevole, era però legittimo marito di Venere, da cui veniva regolarmente tradito. Aveva al suo servizio gli dei-fabbri Cabiri. Fu anche colui che creò la prima donna, Pandora, dopo averla tratta dall’argilla. Era festeggiato dai Romani il 23 Agosto con le Volcanali. Nel rito privato romano si gettavano nel suo fuoco piccoli pesci vivi. Secondo R. Graves il Vulcano dei Romani deriverebbe da un Velcanos cretese cui sarebbe ricondotta anche la figura del Vulcano greco, Ephaistos, per via dei suoi ricollegamenti mitici con Talo. Questa tradizione è stata definita da Pierre Grimal, chissà perché, “aberrante”. Graves fa di Efesto e Vulcano degli dei solari, volendo ricondurre l’antica usanza di uccidere il Re divino gettandolo da una rupe, al mito della zoppia e della caduta dei primi. Il fatto di venire gettato giù dall’Olimpo e di venire salvato da due dee protomediterranee può invece significare che il culto di Vulcano era in origine tipico delle culture politeiste preindoeuropee, soffocate da Dori ed Achei, e sotteraneamente protrattosi (custodia in una grotta del mare, per nove anni, da parte delle dee. Nove è un numero lunare). Il legittimo matrimonio di Vulcano con Venere, dea dell’eros, rafforza il significato misterico sessuale del culto del dio, legato, secondo Graves, alle orge sessuali connesse con i misteri della metallurgia e la danza della pernice. Vulcano, noto per le sue scappatelle amorose con deità bellissime, non è il prototipo della bellezza maschile ma del suo potere di seduzione. &lt;br /&gt;Z&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ZAGREO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Zagrèus = Grande Selvatico) Il Dio Zagreo è il risultato nonché il valido esempio di quello che è stato il rimescolamento di diversi dati mitici, a loro volta derivazione di un antichissimo rito. Un tempo, in un luogo, si celebrava un rito. Quando, per motivi di carattere geo-politico, questo rito cessò nella sua forma ufficiale, esso cominciò a deformarsi e a continuarsi altrove. Potè accadere anche che il crollo della civilizzazione in cui tale rito nacque facesse traghettare quell’antico rito nella civilizzazione successiva o adiacente, ma in forma notevolmente diversa. L’incomprensione generale che allora si determinò o anche la successiva scomparsa della cultura che aveva ereditato il rito, fece sì che nascesse il mito. La mitologia greca è pressappoco tutta impostata su questo schema! Proviamo a ripercorrere quanto appena detto, ma a ritroso, partendo dal mito per arrivare al rito. La mitologia degli Orfici ci narra che Zeus si congiunse adulterinamente con la giovane Kore, figlia di Demetra, a dispetto della legittima consorte Hera. Il frutto di quel rapporto fu il piccolo Zagreo, che venne tenuto nascosto in una montagna di Creta, custodito dalla confraternita dei Cureti, per sfuggire all’ira della moglie di Zeus. Tuttavia i Titani riuscirono ad eludere la sorveglianza e a rapire il fanciullo, dopo averlo allettato con dei doni. Zagreo subì una sorte orrenda: venne sbranato e divorato vivo oppure bollito e poi arrostito. Una Dea riuscì però a sottrarre all’empio pasto cannibalico un membro del corpo di Zagreo, e da questo riuscì a ridare forma e vita al fanciullo. Molte discrepanze del mito sono dovute invece alla confluenza di svariate fonti mitologiche, tra cui, in primo luogo, la mitologia di Dioniso, la quale altro non è, del resto, che la storia di Zagreo nata in un diverso contesto geopolitico; così come lo è, pure, quella di Osiride, nata nel contesto egiziano. Questo è, a larghissime tracce, il mito di Zagreo. Accettandolo così come ci è giunto se ne può trarre una interpretazione ancora corretta rispetto al significato ideologico del rito della cultura cretese originaria. Si tratta dell’allegoria che celebra l’eterno ciclo stagionale di nascita e morte del principio vitale e la sua rigenerazione, rappresentato da Zagreo. Il rito originario, invece, essendo andato perduto, si può solo configurare mettendo assieme sparsi riferimenti, la cui sostanza ci è data principalmente dal mito stesso e dai ritrovamenti archeologici. Robert Graves ha scritto che si trattava “del sacrificio annuale di un fanciullo che si compiva nell’antica Creta”. La mitologia cretese è ricca di riferimenti in tal senso - basti solo pensare all’offerta di 14 giovanetti al Minotauro - ma anche la moderna archeologia ha confermato questi sospetti mitologici: “A molti di noi riesce difficile accettare l’idea che i Minoici, amanti dei fiori, belli ed eleganti, fossero capaci di atti così crudeli, tuttavia le testimonianze archeologiche non sono suscettibili di altre interpretazioni. La costernazione suscitata dalla scoperta di Sakellarakis è in parte dovuta al successo dell’immagine propagandata da Evans, secondo cui i Minoici erano amanti dei fiori e della pace, oltre che alla tendenza ad associare l’amore per i fiori a persone passive, amabili, accomodanti, innocue ed inoffensive, mentre non vi è una connessione intrinseca tra queste cose. Per quanto innocui possano essere i nostri contemporanei che amano i fiori, non possiamo traslare questa associazione, ammesso che sia valida, a tremila anni fa, in una cultura che ci è estranea. Non è detto che l’amore per la natura impedisca di avere un’inclinazione verso la violenza o gli spargimenti di sangue (…) Subito dopo il ritrovamento di Sakellarakis, Peter Warren scoprì a Cnosso le prove di un sacrificio di bambini e di atti di cannibalismo rituale” (R. Castleden: I giorni di Creta, p.241. ECIG, Genova 1994). In antiche civiltà o civilizzazioni azioni di tal genere costituivano un rito analogico-imitativo, un atto la cui semplice esecuzione si riteneva servisse ad interagire con la Natura e a sostenerla nel suo procedere. Non è escluso, però, che intervenissero anche fattori di ordine diverso che sfuggono all’indagine scientifica moderna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ZODIACO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. signifer orbis gr. zodiakòs) rappresentazione figurata di una fascia di spazio celeste convenzionalmente divisa in dodici settori di trenta gradi ciascuno, fatti corrispondere ad altrettante constellazioni di stelle ed utilizzata per marcare le orbite dei sette pianeti allora conosciuti. Lo zodiaco e tutto ciò che ne deriva, almeno storicamente parlando, è tipico del paganesimo semitico mentre risulta estraneo a quello più tipicamente indoeuropeo; tuttavia greci e romani ne assimilarono le concezioni ben presto, per esempio con Nigidio Figulo, raggiungendo l’apogeo nel III secolo, quando l’imperatore Settimio Severo fece istoriare il soffitto del suo pretorio sul Palatino con il proprio oroscopo personale. Lo Zodiaco assurse quindi ad un vero e proprio culto, al di là delle semplici superstizioni astrologiche, e si continuò oltre la fine del paganesimo nel mondo islamico, segnatamente nella citta siriana di Harran (ex Charrae). Svolgeva un ruolo particolarmente importante all’interno della religione msiterica di Mithra, ricchissima di simboli astro-zodiacali nei suoi monumenti. Ecco i nomi romani e greci dei 12 a cominciare dal primo con cui si fa cominciare l’anno solare:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aries - Ariete – Kriòs&lt;br /&gt;Taurus - Toro – Tauros&lt;br /&gt;Gemini - Gemelli – Didymoi&lt;br /&gt;Cancer - Cancro - Karkìnos&lt;br /&gt;Leo - Leone – Léon&lt;br /&gt;Virgo - Vergine – Parthénos&lt;br /&gt;Libra - Bilancia - Nelai o Zygòs&lt;br /&gt;Scorpio - Scorpione - Skorpios&lt;br /&gt;Sagittarius (Arcitenens) - Sagittario – Toxòtes&lt;br /&gt;Capricornus (Caper) - Capricorno – Aigòkeros&lt;br /&gt;Aquarius (Amphora) - Acquario – Ydrochòos&lt;br /&gt;Pisces - Pesci – Ichthùes&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’origine di questa figura è con ogni probabilità mesopotamica e significa “elenco di astri” anche se una falsa etimologia di origine stoica – e ripresa nel Corpus Hermeticum (Stobeo, VI) - fa ritenere tuttora che la parola zodiaco derivi da zoè, vita o da zoos, animale. L’attribuzione di simboli animali a queste figure andrebbe invece correttamente riferita ad una dodecaeteride oraria, analoga a quella zodiacale, stabilita dall’astronomo mesopotamico Teucro nel I° secolo della nostra era. Le dodici constellazioni hanno anche un simbolo grafico caratteristico che le distingue; quelli che noi conosciamo attualmente si sono formati forse già in epoca babilonese e certamente ellenistica:            . Alcune dinastie ellenistiche fregiavano con particolari simboli zodiacali le insegne della loro sovranità, come il regno di Commagene, e numerose città coniavano monete con il segno zodiacale della propria epoca di fondazione. Tuttavia dovettero esistere precedentemente degli zodiaci lunari di 27 o 28 case. I mesopotamici inoltre consideravano dei cicli zodiacali multipli o Grandi Anni, ciascuno dei quali era influenzato da un segno e ciò dimostra che non fossero in rapporto col sole, come invece attualmente lo zodiaco è considerato . Inoltre lo zodiaco era associato con un più vasto insieme di constellazioni (teoria dei Paranatellonti) che, a seconda del popolo di riferimento, assumeva il nome di sphaera greca, barbara, egiziana, caldea. Famosi erano gli scritti sull’argomento del senatore romano Nigidio Figulo, amico di Cicerone. Il culto zodiacale era sconosciuto agli Egizi (che invece erano ben ferrati in fatto di astronomia) e venne fatto loro conoscere sotto la dominazione persiana finchè, sotto i Tolomei ellenistici addivenne ad un ruolo di primo piano, tanto che si diffuse la credenza che fossero stati proprio gli Egizi i primi ad averlo scoperto. I più famosi dipinti raffiguranti lo Zodiaco, come quello del tempio di Dendera, sono infatti tutti di epoca romana. Furono gli Egizi infatti che aggiunsero la dottrina dei Decani, ovvero la ripartizione della fascia zodiacale in 36 settori di 10 gradi ciascuno. Questi Decani avevano una loro propria figura e ricevevano un culto, grazie al quale elargivano ai fedeli i propri benefici. In origine, però, i Decani erano gruppi di stelle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ZOOFILIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel Mondo Antico era pratica non inusuale il commercio sessuale con gli animali, sia da parte delle donne che degli uomini. Entrambe le azioni sono documentate in numerose raffigurazioni archeologiche e nei racconti mitici. Anzi, è proprio la teologia politeista che ha dignificato questa consuetudine, nelle storie degli dei che si trasformano in animali per avere ragione della ritrosia di Dee, ninfe e donne. Del pari è notissima la vicenda della cretese Pasifae che ebbe commercio carnale col toro poseidonico. Un non diverso significato doveva avere la storia dei sette giovani e delle sette vergini che gli Ateniesi dovevano inviare a Creta per essere sacrificati al Minotauro (=uomo-toro). Se si dovesse credere alle spiegazioni dell’antropologia, - che illustra il rapporto sessuale degli uomini con gli animali come una perversione causata, da una parte, dalla impossibilità di contatti umani e dall’altra, con lo stimolo dato dalla visione degli accoppiamenti naturali delle bestie - non si riuscirebbe a spiegare perchè nel l’Antichità veniva dato un rilievo così importante a questo tipo di rapporti, fino ad immischiarvi gli stessi Dei. Da un punto di vista politeista, - cioè la comprensione sintetica del mondo antico pre-cristiano -, la bestialità ovvero il rapporto sessuale con animali, può essere spiegato in modi complementari. Innanzitutto l’isolamento in cui nei tempi antichi vivevano moltissimi individui, spingeva naturalmente molti a compiere questi atti - considerati i limiti che ha la masturbazione in termini di gratificazione psichica - con una frequenza tale da rasentare la normalità e da non riscuotere un eccessivo biasimo da parte della società. Solo col cristianesimo si ebbe una generale condanna del sesso con gli animali, che associò la bestialità con la lussuria, cioè la ricerca del piacere ad ogni costo. Quella che oggi è considerata una perversione, a causa della sua rarità, una volta era considerata solo un comportamento estremo e selvatico. Il fatto però che vede coinvolti gli Dei in questo genere di sessualità deve spingerci a considerare se non esistevano degli elementi oggettivi che facevano di questa pratica un atto quasi religioso. Già il primo ...storico della Storia, il greco Erodoto, riferiva degli accoppiamenti donna-capro che avvenivano in Egitto durante una solenne festività religiosa. “Ai miei tempi, in quella circoscrizione è avvenuta questa mostruosità: un montone si univa con una donna apertamente e tale fatto era divenuto di pubblico dominio (Storie 11,46). Per quanto già Erodoto la consideri una mostruosità, è lo stesso storico che ce ne offre da lungi la spiegazione: “Pur essendo a confine con la Libia, l’Egitto non è molto ricco di animali; ma tutti quelli che vi si trovano sono da loro considerati sacri, tanto quelli che vivono con l’uomo, quanto gli altri. Se volessi spiegare per quali motivi sono stati consacrati, dovrei scendere a parlare delle cose divine, e rifuggo più che mai dal diffondermi su tale argomento...” (11,65). Dunque si vede bene che Erodoto era al corrente del motivo oggettivo che motivava la bestialità, un motivo sacro, divino e religioso, del quale si rifiuta di parlare, vincolandosi a quel segreto che è sempre stato rispettato dagli Antichi circa i loro Misteri. Essendo mutati i tempi ed i costumi, noi possiamo tentare di invstigarne il motivo senza lo scrupolo religioso di Erodoto. Un indizio ci viene dalla curiosa predilezione che gli Egizi avevano di raffigurare i propri Dei in maniera teriomorfica, cioè in forma animale o semi-animale. “Donde provenivano queste divinità dalle teste leonine, di falco, d’ibis, di sciacallo, di tartaruga di scorpione, di scimmia, di serpente, di coccodrillo, di scarabeo, d’ippopotamo? Si avverte che un grande enigma si celava - e si cela - dietro queste maschere d’animali; tutt’altro enigma, in verità, di quello “totemico” elaborato dall’immaginazione sbrigliata e “scientifica” di sir James Frazer. La “maschera animale” possiede un’espressione fissa e determinata, eternamente attuale. Questa fissità pietrificata accomuna l’espressione della testa animale a certe regioni dello spirito, caratterizzate dalla perennità. Notiamo pure che, l’antico abitatore del Nilo, viveva in una epoca in cui i legami dell’uomo con la natura non erano ancor stati sciolti. Il mondo non era, per lui, così diviso come lo è ora per noi; non esistevano frontiere invalicabili tra la pietra e l’uomo, tra la pianta e l’uomo; quanto all’animale, esso partecipava con piena naturalezza alla grande famiglia umana” (Commento di G. Kolpaktchy a “Il Libro dei Morti degli Antichi Egiziani”. Ceschina, Milano. 1956. p. 42-3). Terminiamo qui questa citazione, che meriterebbe di essere riportata per intero, a causa della sua potenza di concisione espressiva. Dunque gli Egizi paragonavano la fissità del volto animale “a certe regioni dello spirito caratterizzate dalla perennità”. Dobbiamo ritenere pertanto che il mondo animale - così come, per altri versi, quello vegetale - costituiva una VIA DI ACCESSO al mondo divino, via che poteva essere percorsa anche grazie a quella particolare forma di magia sessuale che era la bestialità. Ecco che ci si mostrano nella loro vera luce tutti quei miti e quei racconti che vedono uomini, donne e Dei congiungersi sessualmente attraverso la forma animale, e con gli stessi animali! Indubbiamente alcuni racconti sono certamente simbolici ed esagerati, come i rapporti donna-toro, anche se qualcosa di vero, in forma ridotta, può essserci veramente stato. Non è questo il luogo, ma sarebbe interessante studiare il mito di Pasifae, del toro e del Labirinto visto come il luogo delle Sacre Nozze Umanimali. Il mondo giudaico-cristiano ha invece sempre visto la bestialità come un crimine “mostruoso”, per dirla con Erodoto. Nell’Esodo (22,19), molto caritatevolmente, sta scritto: “Chiunque giace con una bestia sarà messo a morte”. Il versetto precedente non è meno caritatevole: “Non lasciare vivere la fattucchiera”. Il seguente, poi, vota all’anatema “chi sacrifica agli Dei’. Il Levitico (20,15) è ancora più becero: “Chi pecca con un animale sia messo a morte e sia ucciso anche l’animale. La donna che peccherà con un animale sarà &lt;br /&gt;messa a morte con esso, e il loro sangue sia sopra di essi”. Parola del Signore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ZOPPÌA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ molto diffusa nella mitologia la raffigurazione di divinità zoppe o che vengono rese tali. Il caso più celebre è quello del dio Vulcano che divenne tale per essere stato precipitato giù dall’Olimpo da Giove. In realtà tutte le divinità zoppe sono strettamente connesse con i culti tellurici e lasciano intravedere il fatto che colui che è stato reso zoppo, lo è stato per essersi avvicinato troppo a determinate energie, dalle quali è stato sì menomato ma da cui ha peraltro ricevuto un potere. Nel mondo palestinese è nota la vicenda di Giacobbe che, dopo essere stato colpito ad una coscia, in seguito alla lotta con l’Angelo del Signore, ne riceve la veggenza dei mondi superiori ma anche di Saulo di Tarso, accecato da Dio e poi divenuto suo mentore. Così, pure Anchise, amato da Afrodite. Con il fenomeno della zoppìa devono essere connesse certe danze rituali, che riecheggiano i movimenti amorosi di certi animali durante il corteggiamento, come la danza della Pernice.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-9087272541768348512?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/9087272541768348512/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=9087272541768348512&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/9087272541768348512'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/9087272541768348512'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/07/lettere-q-z.html' title='LETTERE &quot;Q-Z&quot;'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-3753227139757364628</id><published>2009-07-10T05:24:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T05:25:03.322-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='paganesimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politeismo'/><title type='text'>LETTERA "P"</title><content type='html'>PAESAGGIO&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; “Non è ancora trascorso molto tempo da quando erano soltanto i grandi uomini - i grandi solitari - a stringere, per così dire, un patto con il paesaggio; è il caso di Nietzsche con l’alta Engadina e con Portofino. Il fatto che le persone colte tendano a circondarsi di un paesaggio non indifferente non può essere casuale. Lo spirito cerca il paesaggio. Si può addirittura parlare di un’estasi silenziosa e muta dalla quale proprio la persona creativa può sentirsi catturata e trascinata. E’ di Goethe l’asserzione: ‘è come se lo spirito di Dio investisse gli uomini in quel luogo, e una forza divina vi esercitasse il proprio influsso. Chi abbia trascorso la propria vita circondato da alte querce austere, dovrebbe diventare un uomo diverso da chi ogni giorno passeggia sotto le ariose betulle’. Il paesaggio antico è inevitabilmente una parte, una sopravvivenza, del mondo antico. Mentre d’abitudine separano dall’antichità rivoluzionarie svolte epocali, dal paesaggio antico non separa nessuna rivoluzione geologica; in questo senso noi apparteniamo ancora alla stessa epoca geologica alla quale aveva appartenuto il mondo antico. E d’altra parte va notato il modo in cui l’antica opera architettonica - sia essa un campo romano o un tempio greco - viene completata dal paesaggio: diventa in qualche modo la chiave di quel mondo che grazie a lui si fa intellegibile. Dai santuari di Demetra e di Kore, che di solito sono collocati sui pendii, a pochi metri dal livello del mare, quando &lt;br /&gt;possibile all'imbocco di una caverna, il paesaggio non può che assumere un aspetto demetrico. Esso si apre già a tal punto, grazie alla posizione del tempio che definisce il suo raggio d'azione, da non esigere altro che la figura spirituale, la figura divina, per esprimere pienamente il proprio senso. Come si erge, grazie alla presenza di Apollo, il misterioso paesaggio di Delfi, con le sue gole e la splendida parete di roccia delle Fedriadi, imponendosi ai nostri occhi in un paesaggio unico e indimenticabile! In nessun'altra opera dell'uomo l'elemento profetico, nel quale si manifestano al contempo abissi e vette dell'umano sentire, viene immortalato con altrettanta forza. Per riassumere ancora una volta in breve: il tempio greco è un'emanazione del paesaggio, ed essendo opera dello spirito organizza il paesaggio in una totalità pregna di senso, senso che si manifesta alla luce della figura divina. Lo spirito trova nel paesaggio un senso, che non è lui ad avervi arbitrariamente collocato, che lui, per così dire, ricava da esso. Questo senso ha le sue radici nella conformazione naturale del paesaggio. La sua ragione ultima tuttavia è che il mondo in nessuno dei suoi aspetti, quindi nemmeno in quello paesaggistico è privo di senso, dunque non è mai neppure privo di spirito. Perciò alla nostra domanda: «Cosa trova lo spirito nel paesaggio?» possiamo dare la pur breve, consapevolmente semplicistica risposta: trova se stesso”. [da Karoly Kerényi, sintetizzato dal suo scritto del 1935 Paesaggio e Spirito. Cfr. dell’autore, La Madonna ungherese di Verdasio, p.17-32. A. Dadò, Locarno, 1996. Trad. di Anna Ruchat]. Una delle impressioni che il turista-pellegrino, amante della Grecia e dell'ellenismo, può trarre contemplando le memorie di questa cultura è quella &lt;br /&gt;malinconica di spoglie rovine, mute e polverose immagini di un tempo che non c'è e non sarà più. Impressione che diventa stridente se si vedono le rovine delle città minoiche. Cnosso a parte, confrontate con la magnificenza che quella civiltà seppe produrre. Anche la più importante delle rovine, il Colosseo, per quanto ben conservatasi, non è altro che una spoglia giunta fino a noi. Da esso si può trarre quell'empito romantico che ossessionò, ammaliante, l'animo di tanti artisti e poeti dell'Ottocento, ma non se ne potrà mai ricevere il benché minimo palpito di vita. Non è attraverso rovine e reperti archeologici che il mondo antico tenta di farci giungere il suo richiamo... Ma è veramente tutto morto? Accanto ad argomenti di carattere psicologico e antropologico che la cultura occidentale e singoli valenti studiosi hanno apportato per negare quest'impressione, vi è un dato puramente biologico che li accompagna e sovrasta; il paesaggio, la fauna ma soprattutto la flora della Grecia è, tutto sommato, la stessa che vide fiorire, quattromila e più anni fa, la nostra civiltà occidentale. Sono sempre uguali a se stessi, nel volgere dei secoli, i profili montani di tante località celebrate dal mito e dalla storia; le rupi, le scogliere e i promontori che furono partecipi di tanti accadimenti; le caverne, i recessi, le forre umide, i pascoli e tutti quei luoghi non ancora usurati dal calpestio dei visitatori moderni; i venti, il sole, la luna e quegli elementi che sollecitano ciclicamente, ora con delicatezza ora con violenza, le specie vegetali. Da umili pianticelle come la camomilla fino al cipresso imponente, le specie vegetali sono rimaste sempre le stesse, grazie al ritmo evolutivo più lento di quello umano, per cui possiamo affermare, forse con soddisfazione, che &lt;br /&gt;l'olivo che si incontra in tante plaghe della Grecia è lo stesso che col suo legno fece da talamo agli amori di Odisseo e Penelope, e gli anemoni che fioriscono nel tardo autunno sono gli stessi che nacquero dal sangue di Adone. L'anima vegetale si riproduce quasi identica a se stessa, si estende ma non si divide; non altrettanto possiamo dire per l'uomo: nessuno di noi contemporanei può ragionevolmente affermare di sentire all'identica maniera di un abitante di Santorini prima dell'eruzione del XV° secolo a.C., o di un pastore di greggi del tempo di Teocrito. Un ritmo più veloce ci ha allontanato. Sono proprio le piante, assieme o tutto il corteggio della natura vivente e silente, quelle che ci permettono di consumare un rapporto sessuale col passato mitico, perché, in fine, è proprio di questo, consumato sub specie interioritatis, che si sente il bisogno di avere. La sposa smarrita, la Penelope da ritrovare, è quella parte di anima che abbiamo lasciato nella preistoria e che non ha mai smesso di inviarci il suo richiamo, caldo e ritmato, così come da sempre fa tra i canneti della Laconia, la penelope o anitra querquedula. Il richiamo del passato, ciò che è sepolto ma non distrutto nelle più intime fibre del nostro essere, quell'empito che ha alimentato l'estro dei poeti ed artisti, di letterati ed archeologi, richiama tuttora alcuni di noi indietro, al centro. Il "trait d'union" è costituito principalmente dal mondo della natura, con paesaggi e flora quali agenti motori principali. Questo sacro connubio è stato vissuto in prima persona anche da chi era estraneo al monto politeista - e ciò dimostra che la potenza della Mater Magna soggioga anche chi è di un'altra fede -; intendiamo parlare di un personaggio inaspettato e discusso, il monaco russo Rasputn, che così si esprimeva (cit. da E. Zolla su "Conoscenza Religiosa", n. 4, 1975): "Come parlerò della bonaccia? Lasciata Odessa sul Mar Nero c'era una gran quiete e l'anima mia si fece tutt'uno col mare, si assopì nella quiete Si vedevano le onde minute brillare come gocce d'oro e l'occhio non vedeva altro. Non è forse questo un esempio divino? Oh com'è preziosa l'anima dell'uomo; certamente è simile ad un gioiello. E proprio come il mare è la sconfinata potenza dell'anima. Quando ti alzi la mattina, le onde parlano, spruzzano, gioiscono. Il sole risplende levandosi piano piano sopra il mare e l'anima dimentica l'iniquità del mondo contemplando il sole scintillante. E dentro nasce una grande felicità, l'anima medita sul libro della vita, sulla sapienza della vita, ineffabilmente bella. Il mare ridesta dal sonno delle cose mondane”. Più o meno negli stessi anni il Foucart ritraeva mirabilmente questo stato d'animo erotico, descrivendo la natura selvaggia del Dioniso tracio (cit. da F. Cumont in "Le religioni orientali nel paganesimo romano", Laterza, Bari 1967): "In ogni tempo le alte cime boscose, le spesse foreste di querce e di pini, gli antri tappezzati di edera sono rimasti suo dominio preferito. I mortali che si preoccupassero di conoscere la potente divinità che regna in quelle solitudini, non avevano altro mezzo che quello di osservare quel che avveniva nel suo regno, e indovinarla attraverso i fenomeni in cui essa manifestava la sua potenza. Nel vedere i ruscelli precipitarsi in cascate spumose e rumoreggianti, nell'intendere il muggito dei tori che pascolano sugli elevati altipiani e i rumori strani della foresta battuta dal vento, i Traci immaginarono di riconoscere la voce e l'appello del signore di quest'impero, si figurarono un dio che si compiaceva anch'esso dei balzi disordinati e nelle corse folli attraverso la montagna boscosa. La religione s'ispirò ad una tale concezione; e poiché il mezzo più sicuro pei mortali di guadagnarsi le buone grazie della divinità è quello di imitarla e di conformare, nella misura del possibile, la loro vita alla sua, i Traci si sforzarono di raggiungere quel delirio divino che trasportava il loro Dioniso, e credettero di riuscirci seguendo il loro signore, invisibile e presente, nelle sue corse sulla montagna". Con questo modo di percepire e intendere le cose. crediamo di poter affermare che il nostro passato mitico non è veramente trascorso, accaduto, ma coesiste in noi e fuori di noi, continua ad accadere, al punto che un celebrato mitologo come Karoly Kerényi ha addirittura tentato di teorizzare una metodologia di trasposizione di questo passato nel presente quotidiano, che poi è un ritorno al centro naturale del nostro essere. Kerényi racconta che, trovandosi a Creta nel 1929 assieme all'altro famoso mitologo Walter Otto, visitò il palazzo di Cnosso, riferendo che ad un semplice colpo d'occhio avrebbe potuto riconoscere le diverse stratificazioni epocali del complesso minoico. Tuttavia c'era dell'altro che li interessava; un ambito dove l'efficienza tecnico scientifica non poteva giungere: "il rapporto tra paesaggio e mito nella Creta pre-greca, il particolare fulgore mitico diffuso sulla grande isola grazie alla religione dei &lt;br /&gt;suoi primi abitatori. Quel fulgore, i Greci l'hanno afferrato e racchiuso nelle loro figure divine; hanno coltivato ulteriormente quell'antica sacralità. Mo noi volevamo tentare di sperimentarla sul posto in modo più chiaro e concreto". In pratica i due mitologhi volevano uscire dal classicismo della forma per percepire il pre-formale e vivente che gestisce il mondo delle forme materiali, "un qualcosa che si capta, si intuisce quasi fosse un'atmosfera". Perché ciò sia possibile è necessario che l'uomo non venga considerato "al centro della Creazione", come direbbero i teologi cristiani, ma in una posizione dove il centro è dappertutto, potendo venire rappresentato da animali, piante e fiori, culminazioni montane, aliti di vento o frangimento di flutti. Indubbiamente i Cretesi, nel periodo culminante del loro apogeo, hanno preferito le raffigurazioni vegetali per rappresentare il divino. Kerényi ha l'accortezza di precisare che la loro ricerca del "fulgore mitico" non la cercavano nel mito, così com'esso è giunto a noi cristallizzato - i Greci non han mai pensato di se stessi pensieri come quelli qui espressi, perché allora sarebbero stati, come noi adesso, estranei alla natura - ma in quell'informale che l'aveva originato e che si rifletteva nell'arte cretese: "Senza dubbio, però, bisogna imparare a capire quest'arte, se si vuole esser "trasportati dentro" il mito, nel paesaggio cretese: è un mondo di animali e di piante, di epifanie divine e sui monti e sotto i fiori, di apparizioni provenienti dal cielo, quello in cui gli artisti minoici ci conducono". Commentando la raffigurazione di un sigillo minoico, il Kerènyi scopre che la vera ed efficace ritualità della religione cretese consisteva nell'esecuzione dei "gesti" che altro non facevano che riprodurre la "gestualità" della natura stessa. "Se con tale gesto si fosse salutata la Dea nel suo culto, si sarebbe ripetuto il mito, teatro del quale era la natura aperta e non le strette stanze in cui furono rinvenuti gli oggetti di culto minoici. I grandi palazzi dove si avviavano e si concludevano le processioni, per alcuni versi appaiono come i predecessori del tempio greco. Per lo stile di quella cultura, essi erano altrettanto caratteristici e quasi altrettanto sacri. Noi però dovremo sempre più spesso andare in cerca dei santuari sulle vette die monti, se vogliamo capire quali fossero i luoghi del paesaggio cretese deputati alle apparizioni degli dèi". I brani di Kerényi (K. Kerényi: "Nel Labirinto", cap. 6. Boringhieri, Torino 1983), forse per motivi di opportunità accademica, non espongono però le estreme conseguenze ideologiche della ricerca dei due studiosi che, invece, erano ben presenti nelle loro menti. Queste conseguenze le abbiamo rintracciate in un suo lavoro uscito postumo (K. Kerényi: "Dioniso - archetipo della vita indistruttibile”, Adelphi, Milano 1992). Ricollegando i due lavori siamo stati in grado di ricostruire il pensiero esatto dell'autore in merito al suo tentativo di ricerca dell'esperienza del "fulgore mitico" che aveva tentato di fare nel 1929 a Creta. Kerényi afferma che gli antichi abitatori dell'isola, nel periodo di pieno vigore della loro cultura, grazie a una particolare conformazione del loro essere, erano dotati della "capacità visionaria", cioè di avere visioni di archetipi divini, appoggiandosi al paesaggio, alla fauna e alla flora dell'isola. In un successivo periodo di decadenza, denominato dagli archeologi "tardo-minoico", questa capacità si sarebbe affievolita, al punto da richiedere l'appoggio di sostanze psicotrope, in particolare l'oppio.... "La capacità di percepire più intensamente la natura sotto l'azione dell'oppio non è certo l'oggetto di attestazioni infondate: tra i suoi doni va annoverato il fatto di poter udire il passo degli insetti sul suolo, il rumore prodotto da un fiore calpestato" (cit. p. 44). "... sembra che la grande isola favorisse le visioni in modo particolare. Le creste e le vette dei suoi alti monti nel riflesso dei due mari meridionali, l'Egeo e il Libico, sembravano create apposta per le epifanie..." (cit. p. 35). "La gestualità minoica presuppone la possibilità di epifanie, prodotte o rese credibili grazie a capacità visionarie, e introduce così la trascendenza nella natura. La stessa natura cretese sollecitava questa capacità" (cit. p. 39). l'autore non ci dice se lui e Walter Otto ebbero la possibilità di godere della "capacità visionaria" - e riteniamo che se ciò avvenne si trattò di un'esperienza che essi tennero per se stessi - ma certamente un'eco di quelle facoltà, il "fulgore mitico", l'avvertirono poiché esso impregna tutti i libri di Kerényi, in special modo "Dioniso". Noi stessi, visitando più volte l'isola, abbiamo percepito il fulgore del mito ma, più prosaicamente, non crediamo che sia riferibile ad una questione di luminosità del paesaggio, poiché la stessa esperienza la si può avere ovunque. Riteniamo che si tratti, invece, di una risonanza che si produce nell'animo di coloro che per innato retaggio sentono di appartenere a quell'antico mondo, più naturale di quanto non lo sia il nostro. Le mille sfaccettature della natura, in specie i paesaggi, la flora e la fauna - ciò che ne compone la "gestuolità" - forniscono il necessario supporto di meditazione per chi volesse servirsene. In tal senso qualsiasi "gesto", in qualsiasi località della terra esso venga colto dalla mente dell'uomo, può servire a travalicarne l'effimera e presunta centralità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAGANESIMO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pagano e paganesimo sono termini che solo negli autori cristiani sono stati utilizzati per designare i seguaci delle religioni politeiste; ciò in senso dispregiativo, poiché il termine significa pressappoco rustico, incolto, zotico, cioè persona che a causa della propria condizione sociale sarebbe incapace di cogliere i significati più nobili della vita e quindi dello spirito. Nella lingua latina infatti il termine designa l’abitatore del villaggio o del contado (pagus), contrapposto all’oppidano che era l’abitante del centro urbano ma anche in contrapposizione con il militare; quindi anche nel senso di civile, borghese, non militare. Nessun senso di idea religiosa, quindi. Esistono ancora dei toponimi di centri abitati italiani (per non citare quelli europei) che derivano dal significato primitivo: S.M. di Pagana, Civitella Paganico, Pagani, Paganica, Paganico, Paganico Sabino, S.G. Paganica, Pago del Vallo di Lauro, Pago Veiano ecc. Il pago era praticamente il villaggio di capanne mentre il piccolo centro con qualche edificio in muratura era il vico, da cui anche il nome della città di Vicenza. Il 24 Gennaio si celebrava la festa di queste comunità rustiche, le Paganali. I Cristiani di lingua greca usavano invece il termine ethnikòs, tradotto in latino come gentile (da gens), cioè colui che appartiene ad un’etnia, una stirpe, una discendenza certa. E’ molto interessante notare questa differenza. Se i cristiani di lingua latina bollavano gli avversari con un termine dispregiativo, quelli di lingua greca, al contrario, parevano vittime di un complesso di inferiorità, poiché riconoscevano nei politeisti un insieme di individui identificabili in base ad una tradizione nazionale e, parallelamente, ammettevano di essere dei senza-patria, dei paria, degli sbandati. Con il tramonto delle religioni tradizionali non è stato più possibile trovare un termine genuino per designare i “pagani”. Infatti con la fine di ognuna di quelle etnie e la conseguente globalizzazione cristiana è venuta meno anche la capacità dei singoli individui di riavvicinarsi a quei culti che per natura intrinseca erano inseparabili dall’idea di ethnos. Pertanto nell’attuale clima di riscoperta nostalgica delle antiche tradizioni non si trova di meglio che riutilizzare il termine collettivo dispregiativo usato dai cristiani di lingua latina. L’idea che potrebbero avere alcuni di identificare se stessi riferendosi ad una singola divinità è semplicemente assurda, poiché manca quella coesione di “sangue e suolo” (Blüt und Boden) che ha determinato le religioni politeiste del passato. Non parliamo poi di coloro che pretendono di richiamarsi idealmente ad uno di quei popoli scomparsi, poiché la possibilità tutta teorica di “ricreare”, evolianamente, l’antica razza dello spirito è una mera fantasticheria che, allorchè si è creduto di averla ottenuta, ha apportato terribili sciagure all’umanità. I culti misterici (Mithraismo, Dionisismo ecc.) potrebbero rispondere invece a questa esigenza, essendo interetnici, ma solo teoricamente, poiché in pratica di essi sopravvivono solo sparse testimonianze letterarie. L’uso del termine paganesimo nei tempi moderni acquisisce comunque una sua nuova dignità. La riscoperta delle antiche tradizioni infatti, avviene quasi esclusivamente tra le fasce colte della popolazione mondiale per cui si può considerare definitivamente superato il vecchio significato dispregiativo. Inoltre, non essendo più possibile ripristinare l’antico assetto antropologico e geopolitico, non c’è nemmeno ragione di rivendicare singole e nostalgiche identificazioni (anche se c’è chi, del tutto irrazionalmente, lo fa). Non ci si può più definire Fenici o Romani, seguaci di Mavorte o di Reitia ma soltanto, collettivamente, Pagani. La nuova dignità del termine pagano la si può anche rintracciare nella necessaria separazione del termine da ogni idea di superstizione religiosa. In una società in cui all’individuo componente la massa è data ora la possibilità di acquisire la Conoscenza è del tutto assurdo e deleterio portare in trionfo la Religione, questo anestetico che nel passato serviva a tenere a freno la massa animalizzata degli esseri umani nonché a schiavizzarla per l’interesse di pochi. Una nuova religione laica della Natura, sul modello di quella stabilita dalla Rivoluzione Francese, è ciò che ragionevolmente si può auspicare per un paganesimo che dovesse riuscire ad affermarsi come nuovo fenomeno societario (si veda anche alla voce RELIGIONE).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PALEFATO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quasi nulla si sa di Palefato di Paros se non che visse attorno al IV secolo a.C. e che la sua opera in più libri Perì Apìston (De Incredibilibus Auscultationibus o «Racconti Incredibili») fu molto conosciuta nell’antichità. Di essa però ci è rimasta solo una redazione abbreviata ad uso delle scuole di retorica; infatti lo stile e la forma letteraria usata da Palefato hanno fatto della sua opera un valido manuale per l’apprendimento della lingua greca. Palefato si è proposto di confutare l’opinione popolare circa la veridicità letterale dei miti greci, un tema che ha sempre interessato gli stessi Antichi e che ha avuto più di un testimone letterario. Ha scritto infatti Anna Santoni, introducendo la sua prima edizione italiana di Palefato : «Il cosiddetto razionalismo storico (così come altre forme di pensiero critico sul mito) è stato coltivato dai Greci per due millenni. Accanto ai culti e quando i culti erano stati ormai abbandonati, essi non hanno mai abbandonato il dialogo con i propri miti, ma tramandato e inventato soluzioni che davano loro un senso accettabile». Per quanto è dato capire, Palefato ha utilizzato questo schema espositivo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;a riferisce il racconto mitico “incredibile”&lt;br /&gt;b spiega perché esso è incredibile&lt;br /&gt;c riferisce il “vero” fatto mitico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prendiamo ad esempio il secondo dei 52 miti che la tradizione manoscritta ci ha lasciato, quello della cretese Pasife. a) Pasife si fa ingravidare dal toro poseidonico per mezzo di una “macchina” inventata da Dedalo. b) la storia è incredibile per diverse ragioni (che in questo caso si equivalgono): specie diverse non si accoppiano o almeno non generano; il toro si accoppia solo se annusa l’estro animale della femmina; una donna non può reggere la monta di un toro; una donna non può partorire un torello. c) Pasife amava un uomo di nome Toro, da cui ebbe un figlio: Minotauro, che viveva rinchiuso nel Labirinto. Grosso modo, tutti i miti esaminati da Palefato seguono questo schema, magari con qualche elaborazione supplementare. Nell’Antichità questa concezione della mitologia sfiorava l’empietà ma, a causa della forma manualistica in cui ci sono pervenute queste Storie Incredibili, non possiamo sapere come Palefato affrontasse veramente la questione. Sta di fatto però che nella sua opera non c’è alcun cenno ad un’interpretazione allegorica dei miti, secondo una voga che si era andata collaudando già in antico. E’ probabile che Palefato non accenni ad essa in quanto la riteneva un espediente per salvare la “dignità” della mitologia. In epoca moderna la posizione di Palefato appare limitata e gretta ma gli si deve dare per scontato che alla sua epoca non si poteva avere cognizione di tutti quei dati storici e archeologici che hanno permesso, per esempio ad un Robert Graves nei suoi Miti Greci, di sviluppare la critica razionalista della Mitologia in senso più ampio e accettabile, conferendogli una vera e propria Dignitas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PALINURO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Palinouros = che resta di guardia ) Discendente di Giasone, quindi cretese , era il fido pilota della flotta di Enea che, nel V° libro dell’Eneide, caduto in mare verrà ucciso una volta approdato a terra dai nativi Lucani, « gens crudelis ». Nel libro successivo (VI, 366) Virgilio, dando la parola al fantasma di Palinuro nell’Ade, fa capire che il luogo dove questi trovò la morte è il futuro porto della città di Elea (Velia), l’attuale Marina di Casal Velino, provincia di Salerno. Il capo Palinuro è posto poco più a sud. Virgilio riprende la leggenda magnogreca di un Palinuro innamorato di Kamaraton (lett.: volta celeste) fanciulla bellissima ma dal cuore duro che non corrispose al suo amore. Il giovane, disperato, affogò seguendo l'immagine di Kamaraton nel mare; lei invece fu trasformata da Venere in rupe, quella su cui sorge oggi Camerota. Durante la guerra contro Sesto Pompeo (38-36 a.C.), ad Ottaviano Augusto in persona accadde che “mentre doppiava il capo Palinuro, una forte tempesta si abbattè sulla flotta: perse molte navi” (Dione Cassio: Storia Romana 49, 1). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PALLADA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr.Pallàdas) Autore alessandrino di epigrammi, vissuto tra il IV e il V secolo d.C. Fu infatti contemporaneo e amico della celebre Ipazia, maestro di scuola avverso al Cristanesimo, come si evince da molti epigrammi, e misogino (forse perché la moglie era cristiana). Venne soprannominato Metèoros (= l’altero) per il suo stile. Perse il posto di lavoro a causa del suo attaccamento ai culti aviti. Dei circa 150 componimenti che di lui restano, presenti nella cosiddetta Antologia Palatina, quelli che riflettono lo scontro fa il morente Paganesimo e il Cristianesimo sono gli epigrammi IX 400, 441, 501, 528, 773, X 72, 82, 85, 90, 91, XI 384. In essi, soprattutto 82, 90 e 91, dove Pallada lamenta la triste sorte dei pagani. La maggior parte sono però di gusto più disimpegnato:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Né grammatica né moglie sopporto:&lt;br /&gt;meschina l’una, prepotente, l’altra.&lt;br /&gt;Sono di morte e rovina le angosce&lt;br /&gt;Ch’essa mi danno. Al giogo&lt;br /&gt;Grammatico sono forse scampato,&lt;br /&gt;ma divorziare dalla moglie tremenda&lt;br /&gt;è un’altra faccenda: leggi&lt;br /&gt;e sentenze a lei mi legano.&lt;br /&gt;(XI, 378. Tr. di V. Consolo)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo e nient’altro è la vita: la vita è piacere.&lt;br /&gt;Alla malora le angosce. E’ breve il tempo per vivere.&lt;br /&gt;Presto, il vino, le danze, le corone di fiori, le donne.&lt;br /&gt;Voglio star bene oggi, giacchè è oscuro il domani.&lt;br /&gt;(V, 72. Tr. di G. Paduano)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PALUDE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“…[gli Egiziani] credono, infatti, che l’uomo sia un essere che proviene dagli stagni e dalle paludi e ne deducono la prova dalla levigatezza della pelle e dalla costituzione fisica e, ancora, che ha bisogno di alimenti umidi più che di quelli secchi” (Diodoro Siculo I, 43, 2)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. palus gr. helos; lìmne) La quasi scomparsa delle paludi nel bacino del Mediterraneo è il contraltare nel piano fisico della quasi totale scomparsa, nel piano ideologico, di ogni riferimento alla religiosità palustre. In antico la palude, invece, rivestiva un’importantissima funzione sia materiale che spirituale sull’uomo, poiché moltissime città antiche vennero fondate nei pressi di paludi, e non solo per motivi strategici. Ma cos’è innanzitutto una palude? Secondo i vocabolari: « Area di terreno di solito ricoperta di acqua stagnante e poco profonda » ma, in realtà, anche l’ambiente animale e vegetale che la compenetra. Secondo gli etimologisti moderni il temine risale al sanscrito, mentre per Isidoro di Siviglia si riferirebbe alla dea latina dei pastori Pales. Quest’ultima, in realtà, divenne dea dei pastori solo in un secondo momento, mentre in origine forse fu una dea della sessualità della natura palustre . Infatti un autore che oggi è screditato ma del quale in realtà permane la validità del suo sistema simbolistico analogico, Johann Jacob Bachofen,  scrisse: « …la vita palustre, la quale mostra quotidianamente allo sguardo dell’osservatore il mistero di una creazione che si sviluppa dall’acqua senza alcun intervento umano (…) secondo Eliodoro, le gambe di Omero, nato da un adulterio, sono coperte da peli lunghi e fluttuanti come piante palustri. Infatti la creazione palustre è il simbolo della promiscuità sessuale extramatrimoniale e senza regole (…) nella palude e nella sua procreazione eterica domina la maternità della natura » . Per tale motivo le paludi furono arcaicissimi luoghi di culto — « spazio religioso » come le ha definite un moderno studioso che alle paludi ha consacrato uno studio  —, di cui in epoca storica restavano ampie tracce, tanto che si può parlare, accanto al termine boschi sacri, anche di paludi sacre. Scrisse ancora il Bachofen (cit. p.539): « Il significato della vita palustre e della vegetazione tellurica che si genera spontaneamente continua però ad avere la sua grande importanza per la religione antica della natura. Essa deriva dall’attività completamente indipendente della grande forza materiale, che respinge ogni intervento umano, e compie da sé – in un circolo eterno – l’opera della creazione, della propagazione della specie e della loro conservazione, senza essere arata, seminata e mietuta (…) nella palude, l’acqua e la terra appaiono connesse in modo così indissolubile, che l’idea di una unione sessuale androgina nasce quasi spontaneamente ». Tuttavia col tempo la palude, questo spazio sacro, assunse una caratterizzazione non più eterica e sessuale bensì infera e quasi demoniaca, facendone non solo uno degli ingressi al reame infero ma l’inferno stesso, tanto che in epoca classica Virgilio ne statuì la caratterizzazione con il suo sesto libro eneadico, ed essa rimase per tutto il resto dell’Antichità. Quella di Virgilio fu una kakozelìa bella e buona, poiché Augusto avversava ogni ideologia eterico-afroditica, a volte in modo subdolo. Scrive il Traina: « La palude resta nell’immaginario [religioso dei Romani], ma è necessario esorcizzarla per consentire al nuovo ordine di affermarsi. Tale politica di rinnovamento accompagna l’affermarsi nel mondo romano di una certa ideologia cittadina della bonifica. Nella zona del lago d’Averno, Augusto e Agrippa si macchiarono di uno dei più grandi sacrilegi di tutti i tempi, ristrutturando per intero il comprensorio del lago e i suoi culti. ». Il Traina prosegue la sua acuta disanima facendo notare come i culti palustri potessero risultare « pericolosi » da un punto di vista ideologico e che fosse necessario anche, oltre alla bonifica, un intervento propagandistico, da parte di Virgilio, non esente da evidenti contraddizioni : « E’ proprio all’Eneide che dobbiamo la nascita di un’immagine nera, foeda, della palude. Augusto, trasferendo a casa propria i Libri Sibillini, si preoccupava di modificare la complessa tradizione che, soprattutto in Campania, deteneva ancora solide basi » . Tuttavia è giusto riconoscere che la palude, proprio in virtù della sua endemica celebrazione della vita è indirettamente anche una celebrazione della vita che si rinnova, cioè della morte. Ecco spiegati i riferimenti arcaici alla palude anche come riferimenti inferi. Divinità palustri per eccellenza erano Afrodite e Artemide, quest’ultima in quanto la palude è un terreno d’elezione per le attività venatorie. Nei pressi delle paludi sorgevano mumerosi santuari, come il bosco sacro di Marìca, a Minturno, citata da Livio, Velleio Patercolo, Plutarco e Vibio Sequestre: « dove è sepolta la ninfa Marìca » . La palude ha diversi significati accessori, come quello del proteggere e nascondere. Nella palude si gettavano cose che non si voleva venissero trovate, come veri e propri tesori, documentati dallo scrittore Posidonio per le popolazioni celtiche e germaniche. Alle divinità palustri si sacrificava gettandovi vittime, anche umane, uccidendole per annegamento. In torbiere (ex paludi) dei paesi nordici sono stati trovate, mummificate dal fango, alcune di queste vittime. I Germani, in particolare, vi gettavano i sodomiti . In quest’ultimo caso, più che un tributo alla dea dell’eros vi si deve riconoscere un rito purificatorio, poiché la parola latina per pantano, in Varrone lustrum, è usata anche nel senso di purificazione (lustratio) . Non a caso gli stessi Romani consideravano le paludi come elementi di rielaborazione e rigenerazione (« ricettacolo di impurità da eliminare » scrive Traina), quindi cancellazione di uno status precedente; gli aruspici facevano gettare in palude le rovine dei templi distrutti dalla folgore e Nerone fece portare fino alle paludi della zona di Ostia le macerie di Roma bruciata!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PANTERA, LEOPARDO, GHEPARDO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. panther; pàrdalis) – I Greci non avevano un termine esatto per definire la pantera, il leopardo o il ghepardo e li assommavano spesso tutti indistintamente sotto il termine pàrdalis. Questi animali erano loro noti dai contatti che avevano con il Medio Oriente e l’Egitto o dal loro avamposto in terra d’Africa, la citta di Cirene. Si tratta comunque di animali della sfera dionisiaca e psicopompi. Specialmente in Egitto e Africa il cingersi di una pelle di leopardo aveva il significato di trionfare sulla morte. In Grecia questo significato era meno presente a vantaggio di una connotazione più afroditica, che è rimasto nel detto che assimila certe donne ammaliatrici a delle pantere. Sono attestati dalla glittica anche ghepardi offerti come regali d’amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAPAVERO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha scritto W. Burkert: “La droga trasmutatrice e capace di far risorgere fu certo presente nei primi miti e riti greci. Il papavero e il melograno, per esempio, sembrano avere avuto un ruolo rilevante nei rituali risalenti all’epoca minoico-micenea. (…) come droga di comunione con gli dei, forse era ritenuta in grado di facilitare i defunti nel loro viaggio spirituale nell’aldilà. Sembra che Prometeo avesse contatti con gli dei entrando nella “Terra dei papaveri”, cadendo in una trance da oppio. Come droga di iniziazione e di morte-nascita, l’oppio aveva il valore di un elisir che trasformava la condizione di chi l’impiegava”. Secondo alcuni autori erano papaveri i fiori che Kore stava cogliendo allorché venne rapita da Hades. La stessa dea era raffigurata con papaveri tra i capelli o nella mano. In un anello d’oro appartenente al tesoro di Micene è raffigurata Demetra che dona alla figlia tre papaveri. F. Cassola ha scritto che “si potrebbe avanzare l’ipotesi dell’uso dell’oppio a Eleusi, poiché il papavero, assieme alle spighe di grano, è un attributo costante di Demetra. La dea subminoica di Gazi, a Creta, adorna di papaveri, è stata smascherata per essere una vera dea dell’oppio. Ovidio rappresenta Demetra che fa addormentare il bambino di Eleusi, Trittolemo, con il succo di papavero”. Nell’inno orfico al Sonno è prescritto l’uso di fumigazioni di papavero nel corso della liturgia dell’inno. “Esistono delle raffigurazioni molto calzanti di Nix (la Notte) e di suo figlio Thanatos (la Morte), inghirlandati di papaveri e con in mano gli stessi fiori. Luciano di Samosata, che fa parlare questi dèi nei suoi dialoghi, ci presenta Nix e Hypnos (il Sonno), un altro dei discendenti di Nix, che condividono una casetta di campagna circondata di papaveri, e che al crepuscolo si aggirano per le campagne, seguiti da un gregge di sogni, con vasi di succo di papavero da instillare negli occhi dei mortali assonnati….”. Molti eroi erano connessi con l’oppio dei papaveri: Eracle, che venne guarito e purificato dalla pazzia con l’oppio di Eumolpo; Teseo che placò il cane infernale Cerbero: Giasone che lo spruzzò negli occhi del serpente che custodiva il vello d’oro. Ad Esculapio, dio della medicina, si inghirlandavano le statue con papaveri. L’archeologo greco S.Marinatos nel 1935 scoprì a Creta la prima “fumeria” d’oppio della storia. I fedeli vi si immettevano attraverso un passaggio nel tetto. All’interno fu rinvenuta una pipa da oppio di ceramica a forma di tubo e una statua, alta un metro, dagli occhi socchiusi e con un sorriso stupefatto: il suo capo era adorno di un copricapo su cui facevano bella mostra tre capsule incise di papavero da oppio… Pare che già nel 7000 a.c. in area danubiano-balcanica si costruissero questi strani templi. Anche i micenei usavano oppio e, con la grazia che gli è tipica, le stesse donne pare che ne godessero gli effluvi. Negli arredi tombali femminili furono trovati degli spilloni in bronzo, con la capocchia a forma di papavero, a volte concavi per contenervi i grani. Si infilzava una pallina d’oppio sull’estremità appuntita e poi la si faceva girare sopra il fuoco di carbone finché non ne usciva il fumo. Dal punto di vista terapeutico il papavero era sicuramente più antico degli stessi misteri eleusini. Tuttavia il suo succo rappreso, l’oppio vero e proprio, pare sia stato conosciuto solo con Dioscordie, visto che è il primo a parlarne. Egli lo adoperava per calmare le tossi ribelli e, in seguito, lo si adoperava come forte sedativo. Proprietà che, seppure attenuate, si trovano nel papavero rosso dei nostri campi. Oggi quando si parla di questo fiore si pensa subito alla famosa droga mentre, fino a tempi recenti il papavero era considerato una pianta dalle proprietà simili a quelle che possiede il miele contro la tosse, come disse il medico francese H. Leclerc: “umiliante condizione per un semplice titolare di un così glorioso stato di servizio: che scivolone, dopo aver ispirato in greco, in latino, in francese la lode dei dotti, finire tra la pallida altea e l’insignificante piede di gatto, povero re detronizzato ridotto a recitare il ruolo di comparsa tra la più democratica delle tisane!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAPIRI MAGICI  ELLENISTICO-EGIZIANI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;formule erotiche&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(PMG IV. 1265-74) Il nome di Afrodite che non è facilmente conosciuto da tutti è  Nepheriéri [begliocchi]. Questo è il nome. Se vuoi conquistare una bella donna, sii casto per tre giorni, brucia dell’incenso e sul fumo che si sprigiona invoca questo nome. Dopo cerca di incontrare la donna e pronuncia interiormente per sette volte il nome mentre la guardi fissamente; fai ciò per sette giorni; in tal modo avrai successo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(PMG IV. 1390-1495) Prendi un pezzo del pane che stai mangiando e spezzettalo in sette piccoli bocconi. Recati là dove gli eroi e i gladiatori e quelli che sono morti di morte violenta sono stati uccisi. Recita il carme sopra i bocconi e poi gettali per terra. Raccogli da quel luogo qualche resto immondo e gettalo all’interno della casa dove vive la donna che vuoi avere; poi va a letto e addormentati. Il carme da recitare è il seguente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle Moire, ai Destini, alle Malignità&lt;br /&gt;A chi è stato ucciso dalla Carestia e dalla Gelosia, &lt;br /&gt;prematuramente morti di morte violenta,&lt;br /&gt;Io offro questo cibo: o Dea Tricipite, Signora&lt;br /&gt;Della Notte, che ti nutri di sozzure, o Vergine, tu&lt;br /&gt;Che possiedi la chiave, Persefassa, Kore uscita&lt;br /&gt;Dal Tartaro, occhitorvi, terribile, rapitrice di bambini&lt;br /&gt;Con temibili serpenti, lei, [nome], ha mescolato&lt;br /&gt;Con lacrime e gemiti amari avanzi del&lt;br /&gt;Proprio cibo, cosicchè voi, o infelici eroi&lt;br /&gt;Che siete relegati qui nel luogo […]&lt;br /&gt;Siate favorevoli a colui che è assalito&lt;br /&gt;Dai tormenti. Voi che avete lasciato la luce, o Voi&lt;br /&gt;Sfortunati, siate favorevoli a lui,&lt;br /&gt;[…], che ha il cuore straziato a causa &lt;br /&gt;Sua, [la tal dei tali], empia e scellerata.&lt;br /&gt;Così che lei stia in ansia; subito!&lt;br /&gt;Eiouth abaoth psakerba arbathiao lalaoith iosachotou allaletho&lt;br /&gt;Tu pure, Signora, che ti nutri di sozzure&lt;br /&gt;Synatrakabi baubarabas enphnoun morka ereschigal neboutosoualeth&lt;br /&gt;E scagli le Erinni&lt;br /&gt;Orgogorgoniotrian&lt;br /&gt;Tu che inciti col fuoco gli spiriti della morte,&lt;br /&gt;voi eroi sfortunati, e voi eroine infelici,&lt;br /&gt;che in questo luogo, in questo giorno, che in&lt;br /&gt;questa ora - voi che giacete nelle bare di legno di mirto -,&lt;br /&gt;ascoltatemi e agite su di lei, [la tal dei tali], &lt;br /&gt;stanotte! e togliete dagli occhi il dolce sonno,&lt;br /&gt;e inducete in lei angosce strazianti e lacrime di dolore,&lt;br /&gt;e fate che in seguito ella segua le mie orme&lt;br /&gt;e per la mia volontà date ad essa il desiderio di me&lt;br /&gt;e di fare quello che io le dico di fare.&lt;br /&gt;O Maestra Ecate&lt;br /&gt;Phorba phorbobar baro phorphor phorbai&lt;br /&gt;O Signora dei crocicchi, o cagna nera!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando avrai fatto tutto ciò per tre volte e compiuto il tutto, usa il seguente potentissimo carme: recati allo stesso posto e compi di nuovo il rituale dei bocconi di pane. Poi sulla cenere di un fuoco di lino poni dello sterco di vacca nera e recita il carme seguente, raccogli altri resti immondi e gettali [nella casa di lei] come hai fatto prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il carme da recitare è il seguente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sotterraneo Hermes&lt;br /&gt;sotterranea Ecate&lt;br /&gt;sotterraneo Acheronte&lt;br /&gt;sotterranei divoratori di carne&lt;br /&gt;sotterranei dei&lt;br /&gt;sotterraneo Anfiarao&lt;br /&gt;sotterranei accompagnatori&lt;br /&gt;sotterranei spiriti&lt;br /&gt;sotterranei crimini&lt;br /&gt;sotterranei sogni&lt;br /&gt;sotterranee imprecazioni&lt;br /&gt;sotterranea [Demetra] Ariste&lt;br /&gt;sotterraneo Tartato&lt;br /&gt;sotterranei incantesimi&lt;br /&gt;sotterraneo Caronte&lt;br /&gt;sotterranee scorte&lt;br /&gt;morte, demoni e spiriti di ogni uomo:&lt;br /&gt;venite adesso, Moire e Destini;&lt;br /&gt;compite lo scopo con l’aiuto del carme erotico d’attrazione,&lt;br /&gt;che Voi possiate attrarre a me lei, [la tal dei tali], &lt;br /&gt;la cui madre è [la tal dei tali],&lt;br /&gt;che venga a me [nome]&lt;br /&gt;figlia di [nome]&lt;br /&gt;poiché io sto chiamando!&lt;br /&gt;O Chaos primordiale, Erebo, e Voi&lt;br /&gt;Spaventose acque dello Stige, o correnti&lt;br /&gt;O Lethe, acque acherusie dell’Ade,&lt;br /&gt;O Ekate, Plutone e Korè,&lt;br /&gt;Sotterranei Hermes, Moire, Flagelli,&lt;br /&gt;Acheronte ed Eaco, custodi&lt;br /&gt;Delle eterne porte, aprite ora rapidi,&lt;br /&gt;O tu che hai la chiave, guardiano, Anubi,&lt;br /&gt;Mettimi a disposizione i fantasmi della morte&lt;br /&gt;Immediatamente per agire in quest’ora vera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Affinchè possano andare e portare a me [nome], sì [nome], figlia di [nome].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAX ROMANA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pace romana è un’espressione divenuta proverbiale, dapprima nella sensibilità delle persone che all’epoca delle guerre civili agognavano ad un clima di sicurezza e serenità… in seguito, grazie a Virgilio, poeta ufficiale dell’ideologia augustea, divenne un modo di dire vero e proprio. Grazie alle armi romane vittoriose, o meglio quelle delle legioni di Augusto, tutto il mondo poteva godere della pace di Roma. L’espressione è più volte usata da Seneca, Lucano, Plinio e Tacito. La sensazione di acquisita sicurezza venne celebrata con versi commossi, dopo la morte di Augusto e con un auspicio per il futuro, da Velleio Patercolo, al termine delle sue Storie Romane (II, 131) :&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giove Capitolino e tu, Marte Gradivo, fondatore e sostegno del nome romano, e tu, Vesta, custode del fuoco eterno, e voi, divinità tutte che avete innalzato questa mole dell’impero romano ai più alti fastigi del mondo, vi scongiuro e vi invoco a nome di questo popolo: guardate, salvate, proteggete questo stato di prosperità, questa pace, questo principe [Tiberio]; a lui, al termine di una lunghissima dimora tra gli uomini, destinate, il più tardi possibile, dei successori le cui spalle siano in grado di sostenere il dominio del mondo tanto validamente, quanto sentiamo che sono state le sue e assecondate, se sono pii, i propositi di tutti i cittadini ma rendeteli vani, se sono empi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’espressione pax romana, in realtà e oggettivamente, può essere compresa con una formula orientale: l’Ordine è la somma di tutti i disordini e il Disordine è la somma di tutti gli ordini. In pratica è la stessa forza che si trasforma nel suo opposto e viceversa. In tal modo si può prescindere da tutta quella fastidiosa retorica e prosopopea che è sempre stata accompagnata da tutti coloro che, per ignoranza e sentimentalismo, non sanno andare alla radice di ciò che si muove dietro alla storia. L’espressione pax romana divenne talmente retorica nell’impero che ci fu chi, per reazione, riuscì a coniarne una opposta che ebbe anch’essa fama imperitura: QUANDO FANNO UN DESERTO LO CHIAMANO PACE (ubi solitudinem faciunt pacem appellant). Fu il re britannico Calgaco a proferirla prima di una battaglia contro le armate romane e ci è stata tramandata da Tacito (Vita di Agricola 30, 7).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PEONIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Peonia, il cui nome significa “salutare, giovevole”, era ritenuta anafrodisiaca: “quest’erba preserva anche dagli scherzi dei Fauni durante il sonno” (NH 25,29). Se ne usavano i semi neri, in numero di quindici, assunti nel vino. Questi risultano comunque tossici per la chimica moderna potendo provocare, anche in dosi modeste, conati di vomito e convulsioni. La Peonia, ostacolando la virilità maschile, favorisce di contrappeso quella femminile: NH (27,86) “i grani rossi presi in quantità di 15 all’incirca nel vino nero fermano le perdite rosse delle donne… i neri…. curano l’utero”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PERNICE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. perdix) - Lo scrittore inglese Robert Graves, colui che assieme a Marija Gimbutas e ad Alain Danielou, si può considerare come l’ideologo del ritorno al politeismo proto-mediterraneo, sostiene che prima che i greci tirassero fuori la favola del minotauro, i cretesi venerassero al posto del toro un volatile, la pernice. Si rievocava evidentemente un periodo estremamente antico quando gli uomini, prima dell’agricoltura, erano ancora cacciatori e raccoglitori. Nel 1986, allorché mi recai per la prima volta nell’isola di Creta ebbi modo di assistere a quella che, più tardi, seppi essere la ‘Danza della Pernice’. In un locale caratteristico di una rinomata località della costa egea, ogni sera alcuni abili pastori inscenavano a beneficio dei turisti una singolare e a prima vista grottesca danza, con tanto di piatti fracassati secondo l’uso popolare greco delle festività. Il grottesco era che questi uomini — barba, baffoni e cipiglio poco raccomandabile - danzando al ritmo del bouzuki mimavano le cadenze di un uccello, venendo poi applauditi per l’abilità posta nello scansare i piatti che gli venivano rotti quasi tra i piedi. Il ritmo e i movimenti avevano un che di avvolgente tanto che, se al posto della pista da ballo, vi fosse stata una radura, la danza avrebbe sortito sugli astanti un effetto quasi psichedelico. La danza cui avevo assistito si riferiva all’imitazione dell’antico rituale d’accoppiamento della pernice. La pernice è un’uccello di passo, non stanziale, che emigra in primavera, stagione in cui si accoppia. Nell’antichità l’isola di Anafi, al largo di Santorini, era famosa come luogo di transito delle pernici prima del loro approdo a Creta. Aristotele e Plinio lo consideravano animale sacro a Venere, causa la lascivia nell’accoppiarsi, cosicché un antico testo cristiano (Il Fisiologo, 18) la paragona al demonio, poiché cova anche le uova di altre specie nell’illusione di ampliare la propria prole. Tanta era ritenuta la lascivia dell’animale che si pensava avesse anche rapporti omosessuali con gli altri maschi, cosicchè esso è diventato pure il simbolo degli omosessuali – che, riteniamo, non sono però al corrente di tale fatto! (“Quando vogliono simboleggiare la pederastia raffigurano due pernici; questi uccelli, infatti, perduta la compagna, abusano gli uni degli altri” Orapollo: I Geroglifici, II, 95). Dal fatto invece che l’uccello ami stanziare sul terreno e volare basso – per quanto in grado di trasvolare i mari – si è ricavata l’analogia di un animale “tellurico”, pertinente cioè all’elemento Terra e, sempre osservando un’analogia naturale, lo si è associato alla dionisiaca pianta della vite. In alcuni di questi autori classici impregnati di mentalità monoteistica trapela la futura acredine cristiana nei confronti della maternità genuina così come la stigmatizzazione di “lasciva” per quelle nature che indulgono con spontaneità ai doveri della ‘carne’. La pernice è dunque l’uccello in cui risaltano le tendenze alla diffusione della Vita, alla sua espansione indiscriminata e all’Eros che ne supporta l’azione. La sua danza d’amore colpì l’immaginazione degli antichi abitatori del Mediterraneo, fino in Palestina come vedremo, e questa danza si usò rappresentare in onore alle divinità ‘orgiastiche’, quali Venere o Dioniso, prima che l’imporsi dell’agricoltura portasse in trionfo il culto del toro. La pernice maschio, per attirare le femmine, esegue una particolare danza a spirale, convergendo verso il centro di un’area da lei stessa stabilita ed emettendo contemporaneamente un suono di sfida nei confronti degli altri maschi. Il movimento è zoppicante, in quanto essa tiene sollevata una zampa per poter colpire l’eventuale rivale con lo sperone. Le femmine si radunano starnazzanti ed eccitate attorno al luogo della danza al punto che, nel passato, gli uomini ne facevano larga strage abbattendole a bastonate, poiché erano talmente prese dalla magia del ritmo da non curarsi d’altro. Questo rituale naturale ispirò il mito del labirinto che, in origine, non era nient’altro che un percorso rituale, una figura danzata; l’equivalente dei disegni di molti tappeti antichi dei popoli nomadi. Lo stesso Omero è, al riguardo, esplicito: “Un recinto per la danza... Dedalo a Cnosso costruì un tempo per Arianna chioma bella”. Il minotauro prese poi il posto dell’antico eroe Perdice (pernice) che, al centro del suo ordito, tesseva la trama dei passi di danza al fine di catturare nei meandri della vita condizionata Arianna, l’antica Signora cretese della Natura. Chi volesse in qualche modo rivivere il ‘pathos’ della vera Danza della Pernice, dovrebbe assistere ad una festa rurale, come ce ne sono ancora in Grecia. Esiste però un resoconto che può darcene una qualche idea; è il romanzo dello scrittore cretese contemporaneo P. Prebelakes: Il Cretese, di cui riportiamo alcuni passi al termine di queste note. Forse al culmine del rito-danza vi era un sacrificio cruento, fors’anche umano. Comunque fossero andate le cose, gli Achei invasori ne approfittarono inventando la favola del Minotauro e del sacrificio di sette giovinetti e di sette vergini ateniesi, dati in pasto al mostro, nell’orrida costruzione denominata “labirinto”. Il mito ci parla anche di un’altra figura mostruosa, Talo, un essere metallico che compiva instancabilmente il giro dell’isola, via mare, a guardia del dominio di Minosse. Era indubbiamente una reminiscenza del tempo in cui la flotta cretese dominava i mari, passato alla storia col nome di “talassocrazia cretese”. Ma prima di questa deformazione mitica operata dai greci Talo non era altro che una delle figurazioni del dio-pernice, col suo incessante danzare intorno. Inoltre Talo sembra essere un accorciativo di Tantalo (lo zoppicante), come la pernice maschio quando è pronta a colpire un rivale. Secondo un’altro riferimento mitico, il fabbro Talo era il nipote di quel Dedalo costruttore del labirinto. Un giorno lo zio lo uccise, mosso dall’invidia, facendolo rovinare giù dall’acropoli di Atene. Mentre lo zio Dedalo scappava a Creta, l’anima di Talo sfuggiva dal corpo sotto forma di pernice. Guarda caso Icaro, figlio di Dedalo, era morto anch’esso, annegato nello stesso mare dell’isola di Anafi. In più, una pernice fu vista volare sul luogo della sua morte. Icaro, in cretese Ikadios, significa pernice. Come si vede ce n’è quanto basta da permettere a chi ne fosse interessato di cercare di ricostruire la disastrata (per colpa dei Greci) mitologia cretese. In Palestina veniva celebrata la festa cananea e poi ebraica della “Pesach” che, derivando da un tema verbale *psch, significa “danzare zoppicando”. Contro questa festività e contro altre vestigia dell’antico politeismo delle popolazioni della Palestina si scagliarono a più riprese i Profeti d’Israele, poiché già con la storia del vitello d’oro, il popolo ebraico aveva mostrato di voler tornare al primitivo politeismo. In origine, quindi, anche in Palestina la festa della prima lunazione di primavera, la t’Pesach/Pasqua”, era un’antica cerimonia orgiastica. Infatti che altro significato potrebbe avere l’usanza di regalare a Pasqua delle uova, se non un retaggio incompreso di quell’antica festa? Esse sono il frutto materiale del fecondo amplesso scaturito dal rito naturale orgiastico: la danza d’amore della pernice. Anche l’usanza greca di rompere piatti e bicchieri potrebbe ricollegarsi ad un rito analogo. Nella nostra epoca solo il Gurdjieff sembra aver posto l’attenzione sul valore sacrale della danza ed è un peccato, perché è forse proprio la danza rituale quella che più di ogni altro può ricongiungerci con le parti della nostra anima che ci siamo dimenticati nella preistoria. Ha scritto Karoly Kerényi: “E’ probabilmente negli strati più profondi della natura umana, dove la danza affonda le sue radici, che occorrerà cercare.., ed è in danze di origine preistorica che ci si dovrà attendere l’espressione più immediata di quel rapporto che ci lega a tutti gli altri esseri viventi.., nella danza del labirinto era ben tangibile un anelito verso la liberazione, un profondo desiderio di levarsi in volo, di fuggire via.., e il racconto della fuga di Dedalo dal labirinto con ali che egli stesso aveva costruito, forniva poi pienezza di espressione a quel desiderio”.Brani di P. Prebelakes, tratti dal suo romanzo “Il Cretese”, contenuti nel volume di K. Kerényi, “Nel Labirinto”, Boringhieri, 1983:“Il liuto suonava, invitandoli alla danza, i palikaria si strinsero le cinture, vi annodarono i fazzoletti e si raccolsero sotto il grande albero. Le donne sciolsero i fazzoletti che portavano sul capo e li lasciarono cadere sulle spalle. Si formò il cerchio della danza. Un vecchio vigoroso passò in testa, e calcando con fierezza il terreno così intonò il suo canto: “La danza del cinque è la mia preferita! Tre passi avanti e due indietro!” Uomini e donne pre­sero allora a danzare, mano nella mano. Incominciarono lenta­mente, trascinando il passo, e condussero presto tutta la fila verso destra, quasi volessero saggiare il terreno o misurare lo spazio a disposizione per la danza. I vecchi presero coraggio e si unirono alla schiera. L’uomo che guidava la danza intonò il suo canto; gli altri lo ripresero dalla sua bocca, facen­dogli eco. Ben presto il danzatore si volse, per incoraggiare gli altri danzatori, e lanciò un ringraziamento al suonatore di liuto. Lo strumento incominciò a suonare piano, come se volesse go­dersi l’armonia fin dai primi assaggi. Si potevano chiaramente distinguere i passi della danza: tre in avanti e due all’indietro; e il cerchio dei danzatori si stringeva e si allargava, come se respirasse. “Suona, suona, suonatore di liuto, ti pagherò bene! Tieni, ecco una ragazza della fila: io te la dono.” La schiera dei danzatori si arrestò all’improvviso su una linea obliqua, quasi si fosse accorta della bellezza di quel respiro. Il primo e l’ultimo della fila si presero per mano, e così il cerchio si chiuse. Si strin­geva e si allargava. Era come le onde, che cantando si spandono sulla sabbia e poi di nuovo si ritraggono. Continuarono a muoversi come fa il mare, fin quando il loro animo fu sazio. Risuonò allora il liuto, concitato. i passi si fecero più veloci; i piedi si incrociavano, battevano il terreno, fermi sullo stesso posto. Le donne approfittarono dell’occasione e come piccole pernici due o tre belle danzatrici forzarono il cerchio, corsero in avanti e con la mano sinistra tagliarono la fila dei danzatori. Si muovevano a piccoli passi, rapidissimi; i loro corpi oscillavano come onde. Danzavano con maestria tale da far per­dere la testa. La gente osservava rapita, senza fiato, tutta questa bellezza. “Beato chi le possiede! Certo dovrò vivere ed essere felice tanto quanto dureranno le montagne!” — grida un vecchio, e le sue parole mettevano le ali ai piedi. Volò nell’aria, come un uccello, un verso che fece arrossire la prima:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tu che guidi la danza, gioiello della sua punta,&lt;br /&gt;fregata verde-oro in mezzo al mare!&lt;br /&gt;Si udì un altro verso per la seconda:&lt;br /&gt;Desidero il cipresso, dal legno odoroso:&lt;br /&gt;simile a te, ragazza, per maestà e grazia!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le donne parvero formare un muro intorno ai danzatori, e si fermarono aspettando che la fila arrivasse vicina a loro, per ghermire la schiera. Cantavano i versi in coro e battevano ritmi­camente le mani. Le lodi che uscivano dalla loro bocca erano una scala che saliva dalla terra al cielo. Nella prima coppia di versi, la danzatrice era una fregata color verde-oro; nella se­conda, un cipresso odoroso. La paragonarono ancora a un “al­bero di limone due volte fiorito” e a un “melo carico di frutti”. Ogni coppia di versi conteneva lodi sempre più esaltate. La salutavano come “colei che fiorisce come il gelsomino e pro fuma come la cannella”. Per il suo fascino, mio caro, non ci sono pa­role. Era più bella dell’aurora, più dorata e più splendente del sole; era un arcangelo del cielo, la liturgia del giovedì santo, il Vangelo della domenica di Pasqua! Con mano leggera è possibile raschiar via la patina cristiana. Dei fenomeni relativi al culto cristiano hanno sostituito una ninfa o una dea”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PERO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altro albero avente attinenza con la morte è il pero, in greco apios, e fu esso che dette il nome alla penisola del Peloponneso: era infatti detta Apia, terra dei peri. La bianchezza e la fragilità dei suoi bianchi fiori dovettero consacrarlo alle divinità lunari nel loro aspetto calante, tra cui Atena Onca, dal nome fenicio della pianta. In legno di pero veniva scolpita la statua di Hera nel suo più antico santuario, quello peloponnesiaco di Micene. In quella stessa penisola, ad Argo e a Tirinto le pere erano considerate sacre ed ancora in alcune regioni d’Europa, fino a epoche recenti, si piantava un pero se nasceva una femmina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PESSINUNTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Πεσέιν = cadere) Antica città della Frigia (attuale distretto di Ballihisar), posta a circa 900 m. di altitudine, sede del culto della Gran Madre Idea di origine ittita, Kubaba o Cibele, e del suo paredro Attis. Secondo alcuni il nome della località significherebbe « luogo della  caduta », cioè il luogo dove dal cielo sarebbe caduto il monolito adorato come Cybele. Sede sacrale del regno del mitico re Mida, le sue rovine, in corso di escavazione a cura di una Missione archeologica belga, risalgono al 700 a.C. Situata a un centinaio di chilometri dall’attuale capitale turca Ankara, Pessinunte era posta lungo il fiume Gallo, affluente del Sangario. Le sue vicende storiche ricalcano quelle della regione, fino alla perdita dell’indipendenza con i Persiani e le successive vicende dei regni ellenistici, e la sua inglobazione nel Regno di Pergamo ad opera di Attalo. Nel 205 a.C. questo sovrano, in ottimi rapporti con Roma, consentì a che il simulacro aniconico della Dea col suo stesso trono venisse trasferito a Roma (era già stato portato via da Pessinunte al momento dell’annessione ), in ossequio ad un consiglio dei Libri Sibillini ma, più prosaicamente, per ottemperare al disegno politico del Senato di Roma di ricordare le mitiche origini anatoliche dei fondatori dell’Urbe e avvalorare la politica di espansione romana in quella regione . Fu un fatto di una empietà unica nel suo genere. In seguito Pessinunte venne disprezzata dall’imperatore Claudio che ne vendette la limitata sovranità (era una città-Stato) al Tetrarca della Gallogrecia o Galazia. Solo l’imperatore Giuliano ne onorò commosso l’esistenza, facendo visita al Tempio della Gran Madre e celebrandovi sacrifici. Col Cristianesimo, di cui fu sede episcopale, e l’impero bizantino la città decadde fino ad essere distrutta dagli Arabi nel 715. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PICCHIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. picus - gr. keleòs) - L’antico popolo dei Latini, quello stesso che, in parte, fornì il sangue alla schiatta romana salvo poi da quest’ultima farsi umiliare e assoggettare, non ha mai avuto, come qualcuno potrebbe supporre, la lupa quale animale-totem. Quest’ultima è appunto il simbolo della città di Roma, probabilmente da un’idea etrusca, vista anche l’analogia con la Chimera di Arezzo. L’animale che, invece, è alle origini sacrali del popolo latino è il picchio in quanto in esso si identificò l’eroe eponimo da cui discese quel popolo. Peraltro, secondo la leggenda, fu un picchio che sorvegliò dall’alto tutta la vicenda del salvataggio e della cura di Romolo e Remo. In alcuni ambiti del Mondo Antico ci fu il fenomeno delle “Primavere Sacre”. Allorchè vi era la necessità di allontanare una parte della propria popolazione (per motivi di sopravvivenza o di altra natura) era invalsa l’usanza di farsi guidare, per la localizzazione di una nuova sede stanziale, dai movimenti “casuali” di un qualche animale. Nel caso del popolo preindoeuropeo dei Piceni o di quello Latino ciò avvenne grazie al picchio, uccello ben noto per alcune sue caratteristiche, tra cui quella di costruirsi il nido “picchiettando” il fusto di un albero; da qui il nome. Era anche credenza che il ritmico picchiettare dell’uccello sugli alberi, ed in special modo sui salici, tipici dell’elemento acqueo, fosse in grado di attirare la pioggia. In base a questa analogia fiorirono diversi miti concernenti l’arte magica di invocare le pioggie, che in quei tempi remoti erano indispensabili più di oggi per lo sviluppo dell’agricoltura. Tuttavia questa della pioggia è una prerogativa secondaria del picchio, il quale è, prima di tutto, un uccello regale, prototipo dell’elemento maschile paredro della Grande Dea, quindi sacro a Marte. Narra infatti Ovidio, nel XIV libro delle Metamorfosi, che Picus, re di Laurento, era un uomo di grande forza e straordinaria bellezza: “Egli aveva affascinato col suo volto le Driadi nate sui monti del Lazio, per lui sospiravano le Dee delle fonti, le Naiadi dell’Albula e quelle del Numicio, quelle dell’Aniene e quelle dell’Almone dal brevissimo corso o del Nare impetuoso o del Farfaro dall’onda scura e quelle che vivono nel regno boscoso di Diana Scitica e nel lago di Nemi”. Tuttavia Picus aveva occhi solo per una ninfa di nome Canente, cioè una ninfa abile nell’arte magica del canto: “Col suo canto era solita smuovere le selve e i sassi e ammansire le belve, frenare i lunghi fiumi, trattenere gli uccelli errabondi”. Ovidio ci riporta dunque in un’epoca primordiale, in un tempo che potremmo definire psichico per via delle possibilità sciamaniche che vi erano di interagire col mondo della natura. In quest’epoca non era raro che uomini riuscissero a stabilire un rapporto sottile con essa, rapporto che venne in seguito idealizzato sotto forma di mito, quello di un uomo che sposa una ninfa o Dea. Canente non era però la Grande Dea, la Potnia, Signora assoluta delle selve e degli animali, ma solo un’espressione condizionata di essa. La Dea vera e propria era Circe, figlia del Sole, la quale imbattutasi per caso in Picus se ne invaghì perdutamente. Ovidio è un vero maestro nel suscitare e rievocare stati d’animo fiabeschi ma talvolta è di pregiudizio per l’interpretazione corretta del simbolismo mitologico. Circe è probabilmente un’aggiunta poetica al mito primitivo che vedeva in Canente, appunto, la vera Signora. In ogni caso, Picchio respinge le profferte di Circe e viene da questa, per vendetta, trasformato nell’omonimo uccello: “Lui scappa, ma con stupore si accorge di correre più veloce del solito. Si vede addosso delle piume, e sdegnato di dover così tutto a un tratto andare ad abitare, nuovo uccello, nei boschi del Lazio, sforacchia con duro becco le selvatiche querce e stizzito infligge ferite ai lunghi rami. L’oro che prima era borchia e mordeva la veste, diventa piuma: il collo gli s’inanella di giallo oro. E l’unica cosa che gli rimane com’era, è il nome: picchio”. Canente, distrutta dal dolore, errò per i boschi del Lazio alla ricerca di Picus finchè, per lo strazio, si dissolse nell’aria come un canto che si perde nel vento. Entrambi “muoiono” dunque, anche se in realtà è sempre il maschio che muore e risorge all’ombra della Dea immortale. Il padre di Picus sarebbe stato Saturno, dio dell’Età dell’Oro ma anche qui si tratta di un abbellimento virgiliano, poiché secondo una tradizione il suo vero padre sarebbe stato il Dio Stercolo (cioè lo sterco), a significare – come ne è anche il caso per il fondatore del popolo etrusco, Tages – che egli era nato dalla Terra. Dunque Picus era il re del Lazio primitivo e dei suoi abitanti ma, secondo alcuni, quale re dei boschi, era anche una divinità oracolare (e con lui si confondono, forse, due altre antichissime divinità latine: Picumno e Pilumno). Anche gli etruschi utilizzavano il picchio come uccello oracolare, assieme alla gazza che del resto in latino è detta pica. Da Canente fece in tempo ad avere un figlio, Fauno, altro essere primordiale con doti oracolari che fu padre di Latino, il &lt;br /&gt;famoso re che reggeva il Lazio al tempo della venuta del troiano Enea. Con Latino inizia la “storia” del Lazio e contemporaneamente la “morte” dell’età aurea dei Latini, poiché Roma, come è noto, secolarizzò tutto quanto con le sue strade e con le sue legioni!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PINETE, PINO E RESINA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le pinete erano sacre alla dea Cibele, come testimoniano diverse fonti (Servio, Ovidio, Marziale, Stazio, Prudenzio, Paolino di Nola, Claudiano, Fedro e Firmico Materno). In esse veniva tagliato annualmente il pino che serviva a commemorare, a Roma, il 22 Marzo la festa dell’Ingresso dell’Albero; sopra la parte del tronco rimasta nel terreno veniva invece sgozzato un ariete. Il pino, simulacro di Attis, veniva conservato un anno nel tempio e poi bruciato. E’ probabile che ogni tempio di Cibele avesse adiacente un bosco o boschetto sacro di pini: « un amato bosco di pini » la Berecinzia genitrice afferma nell’Eneide (9, 85) aver posseduto un tempo sul monte Ida. I seguaci del dio frigio Attis in occasione dell’equinozio di primavera erano soliti tagliare un grande albero di pino silvestre e di rendergli degli onori particolari, come se fosse il dio stesso. Per quale motivo si assimilava Attis al pino? Ovidio ci riassume sinteticamente le vicende del giovinetto Attis nel quarto libro dei Fasti. A causa della sua imberbe giovinezza aveva destato l’amore della Gran Madre, che in Frigia era nota come Cybele. Questa lo aveva avvertito di serbarsi sempre casto e lui stesso giurò che se avesse trasgredito male gliene incogliesse. Disgraziatamente ebbe commercio carnale con la ninfa del fiume Sangario, suscitando così l’ira della madre idea che gli uccise l’amante, recidendo la pianta alla cui vita la ninfa era legata e gettando lo stesso Attis in preda alla frenesia, al punto che, infierendo su se stesso, si mutilò delle parti virili. Fin qui Ovidio: altri importanti dettagli li apprendiamo dai mitografi e dalle fonti letterarie. Una di queste è l’imperatore &lt;br /&gt;Giuliano che, nel suo Inno alla Madre degli Dei, riferisce del fanciullo Attis nato sulle sponde del fiume Gallo. Con una omofonia simbolica l’imperatore accosta gallo con galassia, invitandoci a considerare che Attis ha origine in quella zona ultramondana che è al limite tra l’eterno immutabile ed il contingente mutevole. Il pileus, cappello conico blu intarsiato di stelle col quale il dio veniva raffigurato e che è diventato nell’immaginario popolare il berretto del mago, ci dice che egli viene subito dopo la zona delle stelle fisse assumendo come principio del suo proprio dominio le funzioni di tutti gli dei, che si vedono rivolte al mondo visibile (171 A). Egli è, dunque, il principio che innesca il processo della generazione del mondo. Il nome stesso dovrebbe derivare da una radice designante l’idea di preminenza e sovranità: “padre” o “capo” o “alto” come riscontriamo nel nome dinastico frigio Attalo. Inoltre, gli Attalisti erano i membri di una confraternita devota a Dioniso. Essendo volto alla generazione del mondo Attis non poteva rimanere fedele all’amore platonico di Cybele ma doveva, per intrinseca necessità, concupire una ninfa la quale, anche nell’esegesi di Porfirio di Tiro, è preposta a favorire l’ingresso delle anime nel circolo della generazione. Che a ciò fosse preposta l’amante di Attis lo testimoniano, nel mito, l’antro in cui avviene l’amplesso traditore ed il pino alla cui vita era legata la ninfa. Si trattava quindi, per la precisione, di una amadriade. Perché poi i Frigi adorassero il pino più di tutti gli alberi, è questione che possiamo solo tentare di indovinare. Forse, come scrisse il Frazer, l’aspetto della sua cima di un verde cupo non mutevole, che incoronava le catene di alti colli e si elevava d’autunno sopra il morente splendore dei boschi nelle valli, poté apparire ai loro occhi come la sede di una vita più divina, qualcosa che sfuggiva alle tristi vicissitudini delle stagioni, costante ed eterno come il cielo che s’incurvava quasi a toccarlo. Cybele troncando il pino uccide la ninfa, arresta il processo discensivo. Autoevirazione e abbattimento del pino non sono che una sola immagine ma che cela quei “riti segreti” citati da Giuliano e pertinenti l’autorigenerazione. Infatti, la ragione stessa del culto di Attis non è tanto quale rievocazione e celebrazione di un fatto cosmologico per cui Attis è soggetto alla Madre e ne è l’auriga. Sempre egli spasima di desiderio per il mondo della generazione e sempre egli recide la spinta illimitata mediante la causa prima delle forme che ha i suoi limiti definiti (171 D) – quanto la possibilità che si offriva agli affiliati al suo culto di liberare l’Attis interiore onde conoscere l’amore cybeleo, non contaminato da “nome” e “forma”. Senza entrare nei dettagli di questa via misterica, di cui peraltro poco si potrebbe dire, possiamo adombrare l’atmosfera ove si svolgevano gli arcaici riti di Attis e della Mater Magna: Quando la tempesta soffiava sulle cime del Berecinto e dell’Ida, era Cybele che, trainata da leoni ruggenti, percorreva il paese lamentando la fine del suo amante. Ricordava F. Cumont che il corteggio dei suoi fedeli si precipitava dietro di lei attraverso i macchioni, emettendo dei lunghi gridi (si trattava del grido Hyes Attis! Hyes Attis! Il Frazer suppone che hyes sia una forma frigia del greco hyes, porco;  quindi PORCO ATTIS! Un’esclamazione rituale che, forse, si è perpetuata, ormai defraudata dei suoi significati simbolici, nella omologa bestemmia contro il padreterno) accompagnato dallo stridore dei flauti, dai colpi sordi di tamburello, dallo scoppiettare delle nacchere e dal frastuono dei cembali di rame. Inebriati dal clamore e dal chiasso degli strumenti, esaltati dai loro slanci impetuosi, essi cedevano, esausti, sperduti, ai trasporti dell’entusiasmo sacro. All’inizio dicevamo del pino festivo tagliato; dopo un periodo di astinenza e purificazioni, su cui si sofferma Giuliano per sottolinearne gli aspetti catartici, al momento dell’equinozio di primavera un apposito sodalizio recideva un pino maestoso e lo portavano nel tempio. Esso simulava Attis morto e veniva inghirlandato di violette. Si riteneva che questi gradevoli fiori fossero nati dalle gocce di sangue stillate dalle mutilazioni del dio. Nel rito rappresentavano l’elemento vitale, il sangue, polarizzato nel tipico fiore di Marzo. Il pino-pene-Attis veniva pianto tutta la notte e solo il 25 Marzo si celebrava la sua resurrezione con un’apposita festa. Abbiamo visto nel mito che il pino è Atti medesimo, raffigurato nel momento della spinta pollutiva che ora, però, è indirizzata verso il cielo, non più verso la terra, l’antro della ninfa. Incidendo la corteccia, ovvero ferendo il pene vegetale di Attis ne vedremo gemere lo sperma come bianca resina. Essa, coagulatasi all’aria, è subito utilizzabile nelle operazioni rituali come purificante, diffusore di effluvi balsamici al posto delle resine medioerentali, sconosciute ai più antichi cultori mediterranei e pelasgici. Non tutti gli autori sono in accordo nell’attribuire alle resine e alle altre essudazioni valenze spermatiche. L’aristotelico Teofrasto parlando dei resinosi umori del Cedro del Libano afferma (HP 5,10,10): E’ ciò che gli aruspici chiamano Eileithya, per la quale prescrivono di sacrificare. Secondo l’Allegro questa dea, la dea greca dei parti e delle nascite, trarrebbe il suo nome dalle parole delle piante “elate” (abete) e “thya” (thuia) che significherebbero entrambe ”fluido di generazione” ovvero “mestruo”. Questo autore così riassume le sue convinzioni: La gestazione umana del feto nell’utero era messa in relazione dai preistorici con la nascita del fungo sacro dalle resine “mestruose” di certi alberi, specialmente delle conifere. Queste erano particolarmente potenti e nella mitologia erano personificate dalla dea del parto, Ilitia, e da Elena, sorella del fungo gemellare Castore e Polluce. A riguardo dei funghi arboricoli si riteneva che (Plinio):  sono tutti derivati dall’essudazione degli alberi (ex pituita arborum). Noi personalmente riteniamo, appartenendo le resine all’androgino Mercurio, che vadano distinte delle resine “maschio” e delle resine “femmina”, spermatiche e mestruali. In base alla “segnatura” potremo riconoscere in quella del pino la mascolinità e in quella dell’albero della mirra, per esempio, o nella rossa linfa che cola dal carrubo, quella femminile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PIOPPO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le piante simboleggianti la morte vi è il pioppo, amante delle stazioni fluviali e boschive umide. Già nel quarto millennio avanti Cristo quest’albero veniva effigiato in diademi d’oro in Mesopotamia e posto accanto ai defunti nei sepolcri. Nella mitologia greca e mediterranea il pioppo in origine non era altri che le sorelle di Fetonte, le ninfe Eliadi, che vi furono mutate per il troppo piangere il fratello. Tale fu il pianto che, divenute pioppi, ancora adesso esse stillano dalle fessurazioni della corteccia e dai germogli fogliari una linfa, detta succino o elettro. Riferendosi a queste lacrime Plinio (24,47) afferma che “i pioppi producono inoltre sotto le foglie una goccia che le api usano per fare la propoli. Mescolata ad acqua questa stessa goccia ha efficacia pari alla propoli”. Dalle fessurazioni – continua Plinio – geme invece un po’ di resina, adoperata per cataplasmi emollienti, mentre quella dei pioppi neri elimina verruche e papule. Il pioppo era sacro ad Ercole e Virgilio (Buc. VII) scrive che gli era “graditissimo”. Ciò si spiega col fatto che aveva sconfitto il regno dei morti, catturando e portando fuori il cane infernale Cerbero. Per festeggiare l’impresa si cinse la fronte con una corona di fronde di pioppo prese ad una pianta nei Campi Elisi e che in origine era nient’altri che la ninfa Leuka (la lucente) che così si era sottratta al tentato stupro di Ade. Questo pioppo bianco sorgeva presso la fontana della Memoria (per altri si trattava di un noce o di un cipresso). Secondo R. Graves “le foglie marginali di tale corona rimasero nere, perché questo è il colore dell’oltretomba; ma le foglie che aderirono alla fronte di Eracle furono tinte in bianco-argento dal sudore dell’eroe. Ecco perché il pioppo bianco o trèmula gli è sacro”. E’ merito di Bachofen aver messo in risalto la differenza fra il pioppo bianco e quello nero. Per l’esegeta svizzero lo stadio materiale-tellurico è quello per il quale alla morte del corpo nulla sussiste, se non la terra con la sua fredda e nera perennità: “in altri luoghi il bianco è considerato come il colore del lutto…. Se qui il colore della luce è posto in relazione con la morte, allora l’idea dominante non è la fine del corpo ma il trapasso dell’anima ad una nuova vita nel regno della luce”. “Non ci troviamo più nell’ambito della pura vita corporea, ma siamo posti di fronte all’idea misterica più alta, quella per cui la morte del corpo è la condizione perché l’anima possa accedere a uno stadio di vita più elevato (…) in tal senso possiamo interpretare il mito secondo cui il bianco pioppo è donato agli Elleni da Eracle – colui che riporta vittoriosamente dall’oltretomba Cerbero dalle tre teste e la cui anima partecipa della gloria divina”. Dopo aver spiegato il significato del colore bianco, con la sua apparente contraddittorietà, egli scrive: “il pioppo nero, originario del Po e delle Gallie, è il simbolo della religione dell’Eridano, ancora ferma allo stadio materiale-tellurico; essi indicano il colore nero come l’unico colore sacro, e per questo sono affini ai Cimmeri, che vivono senza sole nell’eterna notte”. Essendo un simbolo di rigenerazione, come il platano, si comprende perché Demostene (Sulle Corone 18,259), descrivendo un corteo dionisiaco, scrive che “tutti erano incoronati  di finocchi e foglie di pioppo”. Ecco perché Persefone aveva un bosco sacro nell’estremo occidente “di alti pioppi e salici che non maturano” (Od. X, 510). Come albero della morte era riferito da Dioscoride che facesse diventare sterili le donne se ne assumevano le frondi, bevendole, dopo i mestrui, unitamente a rognoni di mulo…. Nell’antichissimo calendario egeo-mediterraneo al pioppo era riferita la stagione autunnale essendo questa analogica alla morte quale fenomeno trasformativo e, quindi, alla rinascita. La stessa natura pare che gli abbia impresso un crisma, nell’indicare il mutamento stagionale: “Le foglie compiono una rotazione dopo il solstizio (d’estante), e questo è il segno più sicuro dell’avvenuto passaggio astronomico (Plinio 16-87).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PLATANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’archeologo francese Paul Faure, che ha passato anni a rovistare in lungo e in largo l’isola di Minosse, certo a causa dell’amore che essa sa imporre negli spiriti più sensibili, afferma che si conoscono più di trenta esemplari di una speciale varietà di platano che ha la prerogativa di non perdere mai le foglie. Già Plinio aveva scritto: “A Gortyna, nell’isola di Creta, c’è presso una fonte di platano famoso, celebrato da scrittori greci e latini poiché non lascia mai cadere le foglie”. Noi stessi, visitando l’isola, abbiamo potuto confermare le parole di Plinio: proprio a fianco della fonte che sgorga alle spalle dell’antico capoluogo romano di Creta, sorge maestoso ed incurante del volgere dei secoli il platano sotto il quale il mito vuole che Zeus avesse concupito la vergine Europa. La scena è pure raffigurata su uno statere d’argento della città, datato al 280 avanti l’era cristiana. Un altro platano, ancor più grande, che dieci uomini a stento riuscirebbero ad abbracciare, sorge presso un’altra fonte, lungo la strada che porta al monte Dikte, ove si vuole fosse stato nascosto Zeus imberbe. Sotto quelle fronde, nella luce che filtra intermittentemente dosata dal vento dell’Egeo, si svolgevano i riti misterici della Gran Madre: “Mater Deum Magna Idaea”. L’Ida era il nome di un monte di Creta, oltre che di quello più famoso della Frigia, e tale parola, in greco-dorico, significa “foresta”, “monte selvoso”.Pare che il platano provenga dalla Lidia e che da lì si sia diffuso a Creta e poi in tutto il mondo greco-romano. Nell’antichità era la pianta preferita per la capacità che offriva di ripararsi dal vento e dalla pioggia. Era sacro anche a Dioniso anzi, a conferma di ciò, si narrava che a Magnesia sul Meandro, in un platano spaccato dal vento, si poté vedere all’interno del tronco l’immagine del dio. Esso è un simbolo di rigenerazione in quanto rinnova la corteccia annualmente. Per tale motivo era diffusa la credenza che la sua presenza tenesse lontano i pipistrelli, animali delle tenebre. Venne importato appositamente in alta Italia per adornare la tomba dell’eroe troiano Diomede: infatti piantare un albero equivale a far rivivere il “genius” dell’eroe proprio nella pianta. Per il poeta greco Callimaco la sacralità dell’albero risale nella conformazione a cinque punte delle foglie che, così, rappresenterebbero la mano della dea. Questa morfologia è netta proprio nella varietà che non perde le foglie. Poiché in diverse statuette cretesi la Grande Dea o una sua sacerdotessa sono raffigurate con le palme delle mani protese in avanti, in segno di benedizione, si potrebbe ipotizzare che da quel gesto sia derivato il cosiddetto “saluto romano”, da altri ritenuto un saluto al sole. Una di queste dee venne personificata nella celebre Elena di Troia che in seguito si sarebbe impiccata appunto ad un platano nell’isola di Rodi e che, in Peloponneso, era venerata proprio nel platano. Teocrito riferisce l’usanza dorica di scrivere sulla sua corteccia, ad uso del passante, i seguenti versi “Onorami, son l’albero di Elena”. Il platano era tenuto in così alta considerazione che c’era chi, come il notabile romano Ortensio (Macr. 3,3,13) si preoccupava di innaffiarlo col vino, d’altronde simbolo di energia vitale: “In un processo, in cui sosteneva la difesa insieme con Cicerone, gli chiese per favore di invertire l’ordine delle arringhe: doveva assentarsi per andare in campagna ad innaffiare personalmente di vino un platano che aveva piantato nella sua tenuta di Tuscolo”. Quella che già a Macrobio, pur così dotto in cose antiquarie, dovette apparire come una stravaganza enorme, forse non era altro che la superstizione di antichi rituali rigenerativi. E’ così che noi possiamo interpretare il gesto di Passieno Crispo, patrigno dell’imperatore Nerone e marito di Agrippina (Plinio SN 16, 242): “Amò un albero particolarmente bello di questo bosco, ed era solito baciarlo ed abbracciarlo; non solo stare sdraiato alla sua ombra ed aspergerlo di vino”. Un precedente illustre a queste così simpatiche abitudini lo aveva fornito il re persiano Serse (Er. 7,31): abbagliato dalla magnificenza di un platano incoronato uscendo dalla Frigia, lo fece addobbare con ornamenti d’oro e gli pose a guardia un “immortale”, cioè uno dei diecimila membri del suo corpo scelto di armati. Non è dunque senza motivo che l’albero veniva associato nel culto alla “Mater Magna” e al vecchio Marsia, in virtù dell’analogia esistente fra la perennità della Natura, che incessantemente si rigenera, e l’età dell’albero, che sembra potesse superare i 1300 anni. Pausania riferisce ai suoi tempi di un enorme platano ad Orcomeno, in Arcadia, che sarebbe stato piantato da Menelao in partenza per la guerra troiana: quindi 1300 anni prima. Nell’isola di Cos le guide turistiche mostrano ancora il platano sotto il quale teneva scuola Ippocrate. Per quanto riguarda il satiro Marsia – del resto i satiri non sono meno longevi dei platani &lt;br /&gt;– anche nel campo puramente sociale andava a simboleggiare il diritto alla libertà che è insito “naturaliter” nella concezione politeista: “Al tempo dei nostri antenati le città erano o tributarie o confederate o libere, ma nelle città libere vi era la statua di Marsia (…) Marsia è posto nel Foro delle città, come segno della libertà, a proclamare, con la mano alzata, che alla città non manca nulla” (Serv. Ad Aen 3,20 e 4,58). Il platano era dunque una pianta della vita e forse una delle più vetuste, come potrebbe sostenere anche il mito della dea-serpente Echidna, che avrebbe partorito l’Idra di Lerna sotto di un platano. I frutti dell’albero erano ritenuti forse per questo un ottimo contravveleno e, bolliti nel vino e bevuti si davano contro i morsi dei serpenti e degli scorpioni. Inoltre, poiché la desquamazione annuale della corteccia ricordava la lebbra e la desquamazione della pelle, tale corteccia veniva impiegata per questi disturbi. Possiamo quindi concludere, in armonia col simbolismo, che il platano è un albero di genere “femminile”, come il tiglio. John Allegro afferma che “gli alberi che avevano un grande ombrello, come un fungo gigantesco, erano investiti di poteri sessuali. Il platano ha avuto questo significato fin dagli inizi della sua storia. Il nome ebraico del platano, “armon”, proviene fondamentalmente dalla stessa frase sumera “ar-gun” che diede il nome al monte Hermon (=vagina)” (Allegro, 128). A ciò noi aggiungiamo che la parola greca per platano deriva dalla forma della sua chioma mentre J. Brosse ritiene che esso evoca la parte piatta della mano, il palmo. Ecco ora tre ricette del buon tempo andato: (Dioscoride) Il decotto della corteccia in aceto calma il mal di denti, se lo si usa per risciacqui. (Mattioli) Una maschera di miele e frutti di platano cancella le lentiggini e tutte le macchie della pelle. (Galeno) Le foglie fresche impiastrate contrastano lo sviluppo dei flemmoni al loro apparire. Infine, per chi volesse riprendere una vecchia abitudine e avesse soldi da spendere, innaffi col vino questa augusta pianta: l’albero gliene sarà grato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;POLITICA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. politèia) – Questo termine che in origine, nel mondo greco, designava la condizione di essere cittadino di una comunità urbana etnicamente e spiritualmente definita e, di conseguenza, il diritto di concorrere al governo della propria città, si è snaturato nel tempo fino ad assumere il significato massimamente generico oggi in voga. Già con la fine del governo delle città-stato, in Grecia ed altrove, era venuto meno il significato stesso di politica, in quanto la polis non esisteva più come comunità etnica autogovernantesi. Le successive forme di governo non hanno mai più riguardato la politèia, in quanto si riferivano al governo di estensioni territoriali più ampie o al governo di singoli individui o gruppi. E’ pertanto del tutto improprio, da parte dei pagani odierni, occuparsi e riferirsi alla politica. Non esistendo più una comunità organica di individui che seguono l’antica Tradizione, i pagani odierni sono posti di fronte ad un duplice compito: da una parte rigettare la cosiddetta politica moderna (così come la sua ipocrita sublimazione detta metapolitica), dall’altra occuparsi e darsi attivamente all’antipolitica. L’antipolitica è essenzialmente un’attività inerente l’epoca attuale, quella del post-paganesimo. I pochi pagani superstiti, da soli o in piccoli gruppi consortili, debbono estrarre tutte le conseguenze del seguente enunciato filosofico: non lavorare per la società, non aiutare la società, non cercare di migliorare la società. Non lavorare per l’umanità, non aiutare l’umanità, non cercare di consorziarsi all’umanità. Vedere nella società e nell’essere umano la selvaggina o la verdura di cui pascersi per sopravvivere. Non rispettare nessuno. Ogni attitudine compassionevole è un semplice vezzo individualistico. Solo noi, in quanto pagani tradizionali, possiamo definirci esseri umani politicamente democratici. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PORCOSPINO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. echìnos) - Simboleggia l’utero materno e quello della Natura. Alcuni popoli racchiudevano in urne a forma di porcospino i bambini morti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PORNOGRAFI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Pornographoi = pittori di prostitute) Col termine di « Pornografi » Ateneo di Naucrati si riferiva a coloro i quali dipingevano prostitute e scene erotiche, un genere artistico che godè di grande rinomanza in alcune epoche del mondo antico, tanto che affreschi di tal genere si sono ritrovati sia in luoghi deputati al piacere che nelle magioni delle più illustri famiglie. Il più famoso di tutti questi pornografi fu Parrasio da Efeso (460-380 a.C.) — quando ancora vi doveva allogare la Madre di tutte le sventure —, anche se era probabilmente di origine arcade, come testimonia il nome e che operò nei centri più importanti della sue epoca. Fu uno dei maggiori pittori su tavola dell’epoca classica e di lui si ricordano diversi dipinti tra i quali uno, detto l’arcigallo perché raffigurava un sacerdote di Cibele, e che in seguto l’imperatore Tiberio pagò 6 milioni di sesterzi per averlo nella sua camera da letto. Plinio aggiunge alla notizia l’informazione che Parrasio a margine della sua attività principale, si dilettava anche nel dipingere quadretti di « libidines ». A questo punto, grazie alla complicità di Svetonio, si è esercitata tutta una sequela di invenzioni e inesattezze riguardo a Tiberio e ai quadri di Parrasio. Svetonio infatti deforma la notizia pliniana (35, 69-72) affermando che l’imperatore « non solo apprezzò moltissimo, ma addirittura collocò nella sua camera da letto un quadro di Parrasio, raffigurante Atalanta vergognosamente compiacente nei confronti di Meleagro, che gli era stato lasciato con la riserva di un risarcimento di un milione di sesterzi nel caso il soggetto lo avesse disgustato » . Secondo gli studiosi  l’opera doveva raffigurare – anziché una normale fellatio - una scena di cunnilingus, pratica erotica che per i Romani era sommamente disdicevole per l’erotismo “attivo” che secondo essi un uomo soltanto doveva praticare, ma che proprio per questo, per la sua scandalosità, ben poteva figurare a Capri nella camera privata dell’imperatore, il quale non disprezzava certe stravaganze erotiche. E’ stupefacente che ci si faccia ancora imbrogliare dopo duemila anni dalle voci tendenziose di Svetonio che, a sua volta, si era giovato delle malignità messe in giro dalla famiglia del defunto Germanico, con Caligola in testa . Nella camera di Tiberio c’era un solo quadro, l’arcigallo, nienteaffatto osceno, e il quadro Meleagro e Atanta, non solo non c’era, ma non esisteva neanche, trattandosi di un equivoco su un trittico in cui Parrasio raffigurava Meleagro, Eracle e Perseo. E’ probabile che alcuni dipinti erotici pompeiani siano state copie o contraffazioni tematiche di più celebri antichi dipinti, forse anche qualche quadretto di Parrasio di cui, però, sappiamo solo genericamente trattarsi di « libidines », sconcezze. E’ quindi giocoforza supporre che anche le altre dicerie sulle attività sessuali di Tiberio, almeno alcune, siano state frutto di maldicenza, mentre potrebbe essere vero quel che si disse degli spettacoli erotici e che « adornò alcune camere situate in parti diverse con immagini e statuette che riproducevano i quadri e le sculture più lascive e vi aggiunse i libri di Elefantide, perché a nessuno nell’amplesso mancasse il modello della posa che egli ordinava di prendere » . La tradizione letteraria ci informa che « Pornografi » furono ancora i greci Aristide, Pausia e Nicofane nonché il latino Arellio che, nell’ultima Roma repubblicana, dava volto e corpo delle sue numerose « feminae » alle Dee che dipingeva. Cosicchè, scrisse Plinio (35, 119), « in pictura eius scorta numerabantur » nei suoi dipinti si ritrovavano le sue puttane. « Di certo nelle nostre case – scrisse Ovidio (Tristezze II, 521) – così come fanno splendida mostra di sé le effigi degli antichi eroi dipinti per mano d’artista, c’è da qualche parte un quadretto che raffigura varietà d’accoppiamenti e posizioni erotiche. ». Questi quadretti (in latino tabellae) e le copie che certamente venivano fatte in quantità mercatale, spesso turbavano la serenità dei rapporti coniugali, poiché talvolta i mariti esaltavano le pose in essi raffigurate e le donne che posavano nude, recriminando contro le loro povere domisedae e laniferae. Ma quest’ultime, secondo Properzio (II, 7) non sarebbero rimaste indietro: « Quella mano, che per prima dipinse quadri osceni e pose turpi visioni in una casa pudica, corruppe l’occhio puro delle fanciulle e volle che non fossero inesperte dei suoi vizi. Ah, pianga colui che sulla terra inventò con codesta arte motivi di contesa nascosti sotto l’apparente serena letizia! Un tempo non si adornavano le case con queste varie figure: allora la parete non presentava dipinto alcun crimine». Quadretti del genere divenivano anche icone di carattere religioso tanto che si portavano con deferente rispetto presso gli altari del dio Priapo . Nessuno di questi dipinti, cioè nessuno di questi quadretti che si appendevano col chiodo al muro, ci è pervenuto… ma in forma indiretta ancor oggi ne possiamo scorgere uno, appeso alla finta parete del manufatto raffigurato all’inizio di questa voce! Non tutte le prostitute trassero però un vantaggio dal venire effigiate. Narrano le cronache che Pancaspe, una delle pallakes (= giovani, ma in realtà nel senso di concubine) di Alesssandro Magno, venne donata a un artigiano, il vecchio pittore Apelle, poiché questi se ne era invaghito dopo averla ritratta nuda per il celebre quadro dell’Afrodite Anadiomene . Sembra che originariamente i soggetti erotici di questi quadri rispecchiassero o suggerissero analoghe scene accadute in illo tempore, cioè della mitologia, fra dei e dee o fra mortali e divini; successivamente si dipinsero scene di gusto profano e infine ci si sbizzarrì con un soggetto del tutto particolare ma che ebbe fortuna: le imprese erotiche dei popoli pigmei! Numerose raffigurazioni di questo tipo ci sono infatti pervenute. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PRIAPO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Priapos) - Come per altre divinità rappresentanti il fuoco o sole tellurico, anche Priapo era di aspetto sgradevole ed era stato abbandonato dalla genitrice, la dea Venere, che l’aveva concepito con Dioniso, nella cittadina di Lampsaco per il suo aspetto non conforme: era dotato infatti di recchie caprine e di un fallo smisurato. Lampsaco era famosa nell’antichità proprio per il culto che i suoi abitanti tributavano al dio. Ad esso si sacrificavano asini, ritenuti simbolo di lussuria. Quando il suo culto si estese oltre i ristretti confini dell’Ellesponto, in Grecia e Italia, Priapo divenne il nume tutelare di orti e giardini (lo era anche Venere del resto), ove la sua statua era posta al centro, quale custode e propiziatore di fertilità. Era infatti sempre raffigurato itifallico ed in genere in forma lignea; legno di fico, per la precisione. Il dio veniva raffigurato spesso impugnante un falcetto o, meglio, una specie di roncola per la potatura, il cui significato sublunare e sessuale non può sfuggire. In suo nome erano composte delle poesie erotiche a carattere sconcio, dette priapee, in gran voga nel mondo antico. E’da notare la curiosa somiglianza fonetica del nome Priapo con quello del re troiano Priamo, fecondissimo padre di 50 figli, unitamente alla vicinanza geografica delle due città. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PROSTITUZIONE SACRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; In Grecia, la prostituzione rimase a lungo legata al sacro. Le prostitute che partecipavano ai culti erano venerate al pari delle Dee. Contribuivano al rafforzamento delle credenze, al rispetto degli Dei, a volte anche alla prosperità delle città grazie ai doni che le venivano fatti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Violaine Vanoyeke: La Prostitution en Grèce et à Rome. Les Belles Lettres, Paris 1990)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli Antichi spiegavano la nascita e l’esistenza della prostituzione sacra con un racconto mitico e, precisamente, con una vendetta. Al tempo in cui la Lidia viveva anni di pace e prosperità, nacque tra gli uomini l’idea di disonorare delle donne straniere. Tra esse c’era Onfale, la futura regina delle Amazzoni. Costei non si perse d’animo e attaccò la Lidia con un esercito, sconfiggendone la nazione. Per vendicarsi, costrinse le figlie dei Lidi a prostituirsi nel luogo stesso in cui questi avevano violentato le donne straniere (Ateneo: 50,13). Naturalmente si tratta di una “spiegazione” artefatta ideata per andare incontro all’abito mentale dei greci dei tempi cosiddetti classici. La realtà è che questa cerimonia era l’eco di più antichi rituali rigenerativi, in cui la donna-sacerdotessa era vista congiungersi anche con figure zoomorfiche, come dovette accadere già nell’antica Creta, dove l’accoppiamento fra donne e minotauri non aveva nulla di sorprendente, si pensi a Pasifae. In ogni caso l’effettiva unione sessuale tra la donna e l’animale era puramente simbolica: essa si presentava nuda di fronte al toro e tutto finiva lì. Solo in seguito a incomprensioni del simbolismo si potè assistere ad un effettivo accoppiamento, cosa che risulta storicamente grazie alle severe proibizioni che alcuni popoli antichi prevedevano nei confronti del delitto di bestialità. Nella Grecia continentale la prostituzione sacra non ebbe lunga vita, tranne che nella città portuale di Corinto, grazie ai fitti scambi commerciali intrattenuti con le città del mediterraneo orientale, dove la sacra prostituzione era accettata da tutti senza scandalo. Questa sopravvisse fino al 146 a.c., quando i Romani distrussero la città. Altri luoghi famosi erano Paphos, a Cipro, il monte Erice in Sicilia e Locri in Italia. In epoca storica le prostitute sacre esercitavano la porneia allo scopo di mettere da parte la dote necessaria per sposarsi. Anche in questo caso riteniamo che si tratti di un “adattamento” verificatosi in seguito a profondi mutamenti dell’ordine sociale e religioso. In origine alla base della pratica rituale doveva esserci senz’altro un significato magico-religioso. Comunque, in epoca storica, la porneusis, come anche veniva chiamata, era conosciuta pure per la sua virtualità pronuziale. Che in origine non vi fossero motivazioni di carattere economico, lo si evince da ciò che riferiva il geografo Strabone (Geografia: 11,14,16) a riguardo di un tempio in cui si consacravano non solo ragazzi e ragazze di condizione servile ma anche le figlie vergini dei cittadini più abbienti e rispettabili. Giunto il momento del matrimonio, nessun uomo considerava sconvenientemente la possibilità di maritarsi con una di loro. Tra i Cananei della Palestina la prostituzione sacra era un rito di fecondità indispensabile e correntemente praticata fuori degli stessi templi, nelle campagne per esempio, come pratica di supporto per la buona riuscita degli innesti delle piante da frutto. Solo con la formazione del popolo d’Israele la pratica venne proibita. E’ infatti scritto nel Deuteronomio (23,18-19): Non vi sia prostituta fra le figlie d’Israele, nè vi sia prostituto tra i figli d’Israele. Non portare mercede di meretrice o prezzo di cinedo nella casa del Signore, tuo Dio, per alcun voto, perchè ambedue sono in abominio al Signore, tuo Dio. Da ciò si evince che in precedenza c’era l’usanza di portare al tempio il denaro o l’offerta ricevuta in cambio dello ieròs gamòs. Erodoto (Storie: 1,199), ci informa dettagliatamente su com’era, esteriormente, la prostituzione sacra a Babilonia: “D’altro canto, la più riprovevole delle abitudini che ci sono fra i Babilonesi è questa. E’ obbligo che ogni donna del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro ad Afrodite, si unisca con uno straniero. Molte che disdegnano di andare mescolate alle altre, in quanto orgogliose della loro ricchezza, si fanno condurre al tempio da una pariglia su un carro coperto, e là se ne stanno, avendo dietro di sè numerosa servitù. Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perchè mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno; tra le donne si aprono dei passaggi, delimitati da corde e rivolti in tutte le direzioni, per i quali si aggirano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si asside in quel posto, non torna più a casa se prima un qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia a lei congiunto all’interno del tempio. Nell’atto di gettare il denaro, egli deve pronunciare questa frase: “Invoco per te la dea Militta”. Militta è il nome che gli Assiri danno ad Afrodite. La quantità di denaro è quella che è. Non c’è da temere, infatti, che la donna lo rifiuti: non le è permesso, perchè quel denaro diventa sacro. Essa segue il primo che glielo getta e non rifiuta nessuno. Dopo essersi data a quello, fatto un sacrificio espiatorio alla dea, se ne torna a casa, e da quel momento non potrai offrire mai tanto da poterla avere. Le donne che sono dotate di un bel viso e di una figura slanciata se ne tornano presto. Quelle, invece, che sono brutte rimangono lungo tempo senza poter soddisfare la prescrizione di legge; alcune, infatti, aspettano anche tre o quattro anni. L’attesa di tre o quattro anni era dovuta al fatto che la porneia avveniva solo in alcuni giorni dell’anno. Erodoto ci ha riferito delle usanze ormai “secolarizzate” dei suoi tempi, in cui è evidente lo stato di sudditanza della donna, ma la prostituzione sacra, come abbiamo visto e vedremo più oltre nel caso dei Cananei e degli Etruschi, era ben altra cosa. Cionondimeno, in virtù del principio di analogia che regolava la vita del mondo antico, nei templi vi era posto anche per una prostituzione un po meno sacra, cui sovrintendevano le ierodule, ovvero le “sacrestane”. A Corinto, a detta di Strabone, ce n’erano più di mille che ospitavano i pellegrini che dalla città e dal Peloponneso si recavano ad Atene. Il santuario di Afrodite era infatti situato sull’Acrocorinto, un’altura strategica per il passaggio dei traffici di terra. Per dare un’idea del buon nome e della notorietà di quel tempio, basti citare il fatto che il corinzio Xenofonte, vincitore delle olimpiadi del 464 a.c., donò al tempio cinquanta schiave, per ringraziare Afrodite della vittoria. Pindaro, scrivendo la 5ª Olimpica, parla di Afrodite (cioè del suo tempio) come di colei “che permette alle giovani donne ospitali di far cogliere senza affanno sul loro amabile letto il frutto della loro tenera giovinezza. Come abbiamo scritto anche in Sicilia, sul monte Erice, si esercitava la porneusis sacra; Quegli stessi romani che, per motivi militari, avevano raso al suolo Corinto, rispettavano invece l’istituzione templare sacra a Venere Ericina. Sempre Strabone (VI, 272) ci ricorda che sulla collina sacra di Erice, si trova un tempio di Afrodite pieno di schiave che i Siciliani e gli stranieri offrono alla Dea dopo aver fatto un voto. “In Grecia, la prostituzione rimase a lungo legata al sacro. Le prostitute che partecipavano ai culti erano venerate al pari delle Dee. Contribuivano al rafforzamento delle credenze, al rispetto degli Dei, a volte anche alla prosperità delle città grazie ai doni che le venivano fatti (Violaine Vanoyeke: La Prostitution en Grèce et à Rame. Les belles Lettres, Paris 1990). Un’eco del senso magico dei sacri accoppiamenti l’abbiamo dai riferimenti a queste ierodule come a delle vere e proprie ministre di culto. Ad esse ci si rivolgeva con rispetto per avere delle preghiere e dei sacrifici in aiuto ad imprese politiche e militari, come in occasione delle guerre persiane contro il re Serse. Quando la battaglia arrise ai Greci, le ierodule di Corinto vennero onorate come dee; si eressero statue ed ex voto in loro onore, i loro nomi furono scolpiti in un’epigrafe posta nel tempio assieme a un’epigramma che gli dedicò il poeta Simonide. Più di duecento anni dopo la distruzione del tempio di Corinto, i cristiani eressero sul posto una chiesa. San Paolo, nella Lettera ai Corinzi, li rimprovera per averlo fatto su dei luoghi.... infami. Sacerdotesse o semplici ierodule che fossero, le ministre di Afrodite erano rispettate in tutta la Grecia certamente di più di quanto non lo fossero le donne sposate. Non c’era festa o cerimonia ove non fosse reclamata la loro presenza. Avevano posti riservati nei teatri assieme alle più alte cariche della magistratura. Gli erano in particolar modo consacrate le feste Afrodisie e le Adonie. A Roma abbiamo le ‘Floralia’ e le due ‘Vinalia’, entrambe feste orgiastiche, cui concorrevano le ierodule con la nudità rituale; retaggio degli antichi riti agrari a sfondo magico-sessuale. “La prostituzione non è in questo caso che un mezzo per favorire la fecondità. Con l’eccitazione sessuale, si stimola la fertilità generale”(Cit. supra). Anche le feste di Bona Dea, in origine erano celebrate nei campi come matrimoni collettivi e magico-orgiastici. Non è neanche da escludere che quelle festività riservate alle sole donne, come quelle di Bona Dea a Roma, fossero in realtà la sopravvivenza di antiche cerimonie di iniziazione omosessuale femminile, non prive di relazione con il mondo della magia. Ad Atene le prostitute frequentavano assiduamente i Filosofi. Pare che Epicuro impartisse i suoi insegnamenti ad almeno sei cortigiane. Aristotele ebbe un figlio da una di queste, Erpillide. Il famoso libro di Aristotele “Etica Nicomachea”, così spesso commentato da arcigni quanto severi professori, era dedicato appunto a questo figlio: Nicomaco. Spesso Socrate interrompeva volentieri i propri discorsi per andare a contemplare le grazie di Teodotea. Nei banchetti i Filosofi erano soliti circondarsi di queste cortigiane. Un particolare tipo di prostituzione sacra, il cui ricordo stesso si è quasi estinto, era la sodomia rituale degli uomini, che il mito ci ricorda essersi esercitata a Sicione, nel Peloponneso. Qui gli uomini si prostituivano. Pare che quest’uso fosse stato istituito da Dioniso: il Dio si era determinato a trar fuori dall’Ade sua madre Semele, dopo che era stata combusta dalla folgore di Zeus; perciò vagava alla ricerca di un ingresso al regno infero. Giunto nei pressi della palude di Lerna, incontrò un certo Prosimno, a cui chiese come trovarlo. Costui gli indicò le profondità del lago Alcionio ma, in cambio, pretese di consumare col Dio un atto contro natura. Tornato dall’Ade, Dioniso si accinse a tener fede alla promessa ma, nel frattempo, Prosimno era morto. Deciso ad adempiere all’obbligo contratto, anche se in memoriam, il figlio di Zeus piantò sul tumulo di Prosimno un nodoso ramo di fico, dopo averlo intarsiato a mo di fallo e, incredibile a dirsi, ci si sedette sopra acciocchè l’ombra del defunto godesse di lui. In quel luogo, in seguito, si andavano a prostituire numerosi Greci. Gli Antichi accordavano alla sodomia un valore religioso e ne facevano il simbolo della virilità trascendente: lo conferma il testo di un’iscrizione ritrovata in un tempio di Apollo... “Crimone ringrazia gli Dei per aver sodomizzato Bathycle, cogliendone così la sua purezza. Non a caso il famoso Battaglione Sacro dell’esercito tebano, corpo assai temuto, era costituito da amanti omosessuali, che tramite i loro rapporti sessuali si scambiavano coraggio e valore. Roberto Calasso, l’ultimo mitologo in ordine di tempo, ne ha adombrato il significato nel libro “Le Nozze di Cadmo e Armonia” . Un’eco del senso magico dei sacri accoppiamenti l’abbiamo dai riferimenti a queste ierodule come a delle vere e proprie ministre di culto. Ad esse ci si rivolgeva con rispetto per avere delle preghiere e dei sacrifici in aiuto ad imprese politiche e militari, come in occasione delle guerre persiane contro il re Serse. Quando la battaglia arrise ai Greci, le ierodule di Corinto vennero onorate come dee; si eressero statue ed ex voto in loro onore, i loro nomi furono scolpiti in un’epigrafe posta nel tempio assieme a un’epigramma che gli dedicò il poeta Simonide. Sacerdotesse o semplici ierodule che fossero, le ministre di Afrodite erano rispettate in tutta la Grecia certamente di più di quanto non lo fossero le donne normali. Non c’era festa o cerimonia ove non fosse reclamata la loro presenza. Avevano posti riservati nei teatri assieme alle più alte cariche della magistratura. Gli erano in particolar modo consacrate le feste Afrodisie e le Adonie. Non è neanche da escludere che quelle festività riservate alle sole donne, come quelle di Bona Dea a Roma, fossero in realtà la sopravvivenza di antiche cerimonie di iniziazione omosessuale femminile, non prive di relazione con il mondo della magia. Ad Atene le prostitute frequentavano assiduamente i Filosofi. Pare che Epicuro impartisse i suoi insegnamenti ad almeno sei cortigiane. Aristotele ebbe un figlio da una di queste, Erpillide. Il famoso libro di Aristotele “Etica Nicomachea”, così spesso commentato da arcigni quanto severi professori, era dedicato appunto a questo figlio: Nicomaco. Spesso Socrate interrompeva volentieri i propri discorsi per andare a contemplare le grazie di Teodotea. Nei banchetti i Filosofi erano soliti circondarsi di queste cortigiane. Vi era però chi metteva in guardia da tal genere di promiscuità: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; « Chiunque si è perso una volta dietro a qualche cortigiana sa cosa significhi la loro cattiveria. Quale drago selvaggio, ditemi, quale Chimera dall’alito velenoso, quale Cariddi, quale Scilla tricefala, cagna marina, quale Sfinge [cfr. voce Sfinge], quale Idra, vipera leonina, e quali Arpie, sozzi volatili, sono riusciti a porsi al livello di questa razza immonda? Infatti, nessuno! Queste donne sono ben al di sopra di tutti i mali del mondo! Passiamole in rassegna: cominciamo da Plangone, che, simile alla Chimera, stermina col suo fuoco i Barbari; a un solo cavaliere ha rubato i beni, andandosene con tutti i suoi mobili. Non è anche vero che gli uomini che si accostano a Sinopé sono simili a coloro che si trovano al cospetto dell’Idra? Infatti, di certo, si tratta di una strega. Ma non lungi da lei, c’è Gnathéna in agguato, e quando si è lasciata la prima, si casca ineluttabilmente sulla seconda, mostro due volte più nocivo del precedente. Quanto a Nannion, in cosa pensiate possa differire oggi da Scilla? Non ha forse strozzato due suoi amanti, e non è forse in caccia per acciuffare il terzo? Per fortuna, la barca e i remi gli hanno permesso di sfuggire. Ma non si è tenuto conto di Frine, che, nei pressi, novella Cariddi, ha catturato il capitano e l’ha prontamente inghiottito col pilota e col naviglio. Teano non è una Sirena, sebbene depilata? Di sicuro gli occhi e la voce sono femminei, ma le gambe son quelle di un merlo. Tutte queste puttane meritano proprio di venir chiamate « Sfingi tebane »: il loro cinguettìo non è innocente e non si esprimono per indovinelli, quando baciano e amano in modo delizioso. Perché una dice: « Vorrei possedere un letto o una sedia a quattro piedi» e un’altra « Io, a tre gambe » e un’altra ancora « Io, una servetta a due gambe», ed ecco il nostro uomo che, ben conoscendo tutti questi enigmi - come Edipo – si mette le gambe in spalla e scappa via. Ma altri, nella speranza di trovare il grande amore, son tosto catturati e rapiti in aria. In breve, non c’è bestia più distruttrice della cortigiana ».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-3753227139757364628?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/3753227139757364628/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=3753227139757364628&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/3753227139757364628'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/3753227139757364628'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/07/lettera-p.html' title='LETTERA &quot;P&quot;'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-2753299951271235030</id><published>2009-07-09T09:31:00.000-07:00</published><updated>2010-06-03T12:51:00.243-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='paganesimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politeismo'/><title type='text'>LETTERE "N-O"</title><content type='html'>NARCISO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella mitologia è un dato comune che ogniqualvolta un essere divino si innamora di un mortale o comunque di un’entità a lui inferiore, quest’ultimo necessariamente muore, per rinascere in una diversa forma. L’Eros è dunque fattore di trasformazione ma a senso unico, dall’alto verso il basso, mai viceversa. La creatura concupita cessa di esistere come tale e si polarizza in qualcosa di più elementato e terrestre. Il mito ci vuole palesare sinteticamente una conoscenza filosofica che è stata ampiamente dibattuta dai saggi dell’antichità. Quel che il più delle volte è stato taciuto è che l’arcano che segue il processo discensivo, è l’atto non dell’impietramento di una forza superiore ma la sua trasformazione in qualcosa di diverso e comunque analogica alla prima e all’uomo, visto come punto d’intersezione del grande e del piccolo cosmo. Tra i mitologhemi che si possono citare vi sono quelli di Narciso, Giacinto, Mirra, Attis, Adone, Ciparisso ecc. Questi personaggi muoiono a causa dell’Eros, in forme e aspetti differenti ma univoci nella sostanza. Tutti si trasformamo alla loro morte e da questa nasce una nuova forma. L’Eros che sta alla base di tutti questi divini racconti non è altro che il processo mediante il quale il Verbo creatore nelle sue diverse ipostasi (gli amanti) si unisce ad una materia sottile, rarefatta, non ancora elementata, per dar vita alle forme tipiche della vita terrestre. Questa materia o sostanza plastica passiva, ancora non condizionata dai limiti della vita organica e corporea, viene raffigurata nei personaggi amati. L’oggetto che ne causa la morte-trasformazione nient’altro è se non un simbolo caratteristico dell’ente amatore e la trasformazione, il risultato e termine del processo discensivo attuato dal rapporto erotico. Il più trasparente è il mito di Narciso. Questo giovinetto è amato da uomini e ninfe ma a nessuno è disposto a concedersi, preferendo a ciò la morte – a questo stadio egli è la Materia, oscura, silente e passiva, fonte delle forme ma inattiva. La sua ritrosia suscita l’indignazione di Artemide (Luna+Marte) che lo condanna ad essere perdutamente innamorato di se stesso. Da qui il termine narcisismo. Un giorno, visto il suo doppio riflesso nell’acqua, Narciso si struggerà a lungo per l’impossibilità di unirsi ad esso e porrà termine al suo tormento uccidendosi e con ciò confermerà anche la sua natura statica che si oppone all’effervescenza delle forme vitali. Analizzando altrove la figura di Cibele, si vedrà come vi sia una relazione di funzione fra le due figure. Uno dei nomi di Narciso era anche Anteo, cioè fiore, soprannome tra l’altro di Dioniso. Dal sangue di Narciso, racconta il mito, sbocciò per la prima volta l’omonimo fiore. La prima sillaba della parola Narciso è la stessa da cui trae origine il verbo greco narkao o narkoo che vuol significare l’atto del torpore, l’intorpidimento, quindi latenza di un’attività. In molte mitologie lo stato di sonno è simbolo della materia passiva che non agisce. Il termine narcotico trae origine da questo significato. Ora, il significato principale del mito verte proprio sulla nascita di questo fiore che adempie la funzione di riprodurre nel piccolo cosmo le qualità del Narciso macrocosmico. Tutta la nostra esposizione sarebbe una fantasia se non fosse assodato che il Narciso è un fiore soporifero, sfruttato in fitoterapia per queste sue qualità. D’altronde è risaputo che la presenza di un mazzo di questi fiori in una camera da letto provoca in chi vi soggiorna una specie di torpore, uno stordimento ed un doloroso sopore. Nell’antichità era conosciuto l’olio di Narciso come un buon narcotico, sotto il nome di “unguento balsamico di Cheronea o lirino”, per la cura di diversi disturbi ma già all’epoca di Plinio era caduto in disuso, forse per il mal di testa che a volte procurava al risveglio (capitis dolores facit), uno dei nomi popolari essendo anche giracapo. Il bulbo può essere irritante per chi lo raccoglie a mani nude e comunque ha proprietà emetica, cioè provoca il vomito: anche in ciò si può &lt;br /&gt;vedere un’analogia, poiché il rifiuto all’amore del giovinetto corrisponde col vomito, il rifiuto del corpo ad accettare ciò che viene da fuori, tanto più che i suoi bulbi e i bulbilli sono analogici ai genitali maschili. Non a caso l’orchidea ha questo nome perché i suoi bulbi assomigliano notevolmente a dei testicoli ed in greco questi si dicono orchis da cui, ancora, orchite, per designare la loro infiammazione e orco il famoso spaventabambini delle favole. Una volta il Narciso era anche chiamato leirion che è lo stesso nome greco per giglio. Liriope era la ninfa madre di Narciso, forse perché, al dire di Robert Graves, il giglio fiorisce nel tardo autunno, poco prima del narciso; questa &lt;br /&gt;correlazione giglio-narciso non è tuttavia priva di un suo significato, difatti anche il giglio ha proprietà calmanti, essendo un maturativo di ascessi e foruncoli, lenitivo di piaghe e scottature. I fiori freschi, posti nella camera da letto, provocano mal di testa, vertigini e sincopi. Universalmente è conosciuto quale simbolo di purezza e castità, in analogia con la ninfa Liriope, mutata in giglio per essersi opposta alle voglie del dio-fiume Cèfiso. Il giglio però, in origine, doveva essere anch’esso un fiore orgiastico, poiché un mito narra che Venere fece nascere al centro di questo fiore – per fare un affronto a Hera e ad Ercole – un enorme pistillo a forma di membro asinino, come scrisse in versi Nicandro: At in flore medio turpe ornamentum rudentis asini prominet quod membrum dicitur. Lo scettro regale che in molti casi termina a forma di fiore di giglio, come tra i babilonesi e gli assiri, è un simbolo fallico. Le terminazioni semantiche in “inthus” delle parole Hyacinthus e quella “issus” della parola Narcissus rimandano alla lingua parlata nell’antica Creta. Comunque la radice Nar starebbe a designare l’acqua in greco (Tò Nèron sia nel greco tardo che in quello più antico). Confronta anche le parole Nereo, Nereidi, narice (per la sua connotazione con l’umidità), Nerone (come “forza” generativa dell’acqua). Pare accertato che entrambe le terminazioni fossero le denominazioni di un primigenio eroe-fiore che poteva diversificarsi in diversi fiori o vegetali, mantenendo costante la significazione simbolica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NIGIDIO FIGULO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. Publius Nigidius Figulus) Publio Nigidio Figulo nacque ai tempi di Cicerone, circa nel 98 a.C., in una famiglia plebea di coloni romani legata all’arte della ceramica proveniente dalla zona di Arezzo, ma connessa anche con l’arte augurale, poichè un suo avo si chiamava Lucio Nigidio Sorte, dalla disciplina oracolare di “estrarre le sorti”. Il cognome Figulo cioè “vasaio”, venne poi interpretato retoricamente in senso “superiore”, facendolo derivare dal fatto che “tornando dalla Grecia, affermò di aver imparato che il mondo è come un cerchio che gira con la velocità di una ruota; e noi, lanciati su di esso, siamo in continua circolazione” , paragone tratto dall’arte del vasaio e che egli fece in merito ad una questione di astrologia concernente le nascite gemellari. Questo particolare è significativo poiché il suo accenno alla continua presenza dell’uomo nella sfera terrestre potrebbe alludere ad antichissime dottrine di carattere “chtonico” le quali sono agli antipodi di ogni teoria “spiritualistica”.  Della vita di Nigidio poco si sa, essendo andata perduta la biografia che su di lui scrisse Svetonio, ma è passata alla storia la frase che coniò un cristiano, San Gerolamo: “Nigidio Figulo, pitagorico e mago”. Questo binomio non gli venne dato per caso poiché Nigidio era imbevuto di dottrine post-pitagoriche ed anche di elementi di dottrina persiana che ai suoi tempi stava penetrando nell’Urbe ma che egli aveva appreso nel corso della sua permanenza in Grecia in qualità di Legato su incarico del Senato. Fu anzi sua cura, a quanto sembra, quella di conciliare le due tendenze, non senza riceverne un danno personale, poiché le discipline esoteriche e religiose orientali erano invise alla maggioranza della classe dominante, pur essendo Nigidio stesso senatore appartenente all’ala conservatrice e poi pompeiana. Alcuni decenni prima il pretore Cornelio Ispalo aveva infatti ordinato, senza successo peraltro, ai seguaci delle dottrine persiano-babilonesi – i cosiddetti Caldei – di abbandonare entro 10 giorni il territorio italiano. Fu personaggio di vastissima erudizione, avvicinato solo a Varrone, e di lui si ricorda la redazione di svariati libri, andati tutti perduti salvo frammenti provenienti dai seguenti titoli:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Commenti Grammaticali - Sugli Dei - Sull’arte augurale privata - Sulle offerte animali - La Sfera Grecanica - La Sfera Barbarica - Sul Vento - Sugli Uomini Naturali - Sugli Animali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uomo estremamente combattivo e d’azione, si oppose decisamente contro Cesare tanto che seguì Pompeo nella battaglia di Farsalo in qualità di sacerdote-guerriero, esperto nell’arte vaticinatrice assieme al collega Arrunte. Dopo la sconfitta di Farsalo non si piegò a chiedere il perdono di Cesare e per questo fatto andò in esilio nell’isola di Samo dove morì nel 45 a.C.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NINFE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Νymphai) - Energie sottili della natura polarizzate in senso femminile e divinizzate antropomorficamente come seducenti fanciulle, corrispettive dei maschili  Satiri. Il latini le chiamavano anche Lymphae (da “linfa”), con il che si evidenzia meglio il loro carattere di energie occulte e latenti, celate dietro l’aspetto manifestato della natura. Essendo delle energie di polarità negativa la mitologia le ha sempre raffigurate perenni vittime degli assalti erotici dei loro corrispettivi poli positivi; quasi tutte le divinità maschili hanno avuto, chi più chi meno, a che fare con queste creature equoree e diafane. Da succube delle divinità maschili esse però diventavano incube di quegli uomini che si lasciavano sedurre dalla loro malìa, ovvero attrarre dall’iper-polarizzazione del loro elemento occulto, l’acqua. Questo pericolo è stato descritto simbolicamente nell’episodio di Odisseo e le Sirene o ancora con Calipso (Nympha era d’altronde, secondo una tradizione, il nome stesso dell’isola di Calipso), in quello della morte dell’argonauta Hylas e conosciuto sotto il termine tecnico di ninfolessìa (TEOLESSÌA). In latino il verbo lymphare significa “fare impazzire”, poiché il pericolo più immediato di un incongruo contatto con le ninfe è quello di smarrire la ragione. Un commentatore di Teocrito spiega però, con molto acume, che la ninfolessìa non è altro che lo spavento che prova chi, impreparato, ha un contatto con una ninfa. Tuttavia non era rara l’eventualità di essere invasati dalle ninfe, nel senso positivo di godere di una virtù profetica, vaticinante e addirittura di una condizione dello spirito caratterizzata da uno stato di euforica felicità. “Sono esistiti dei santuari mantici dove la ninfolessìa ha probabilmente giocato un ruolo: si incontravano in effetti numerosi ninfolettici, secondo la testimonianza di Plutarco, nella regione del Citerone dove la Grotta di Pan e delle Ninfe funzionava come santuario divinatorio”. Celebre è il caso di quegli uomini che grazie al loro contatto con una ninfa – come nel caso di Numa con Egeria – godettero di una saggezza inusuale. Nel culto erano venerate assieme al loro corrispettivo archetipico maschile, il dio Pan, nei pressi di sorgenti, grotte, alberi. In epoca romana gli venne consacrato un apposito santuario, il ninfèo. Le ninfe non erano e non sono immortali ma di solito vivono alcune migliaia di anni. Alcune di esse, come le Amadriadi, hanno la vita legata a quella della pianta o della sorgente cui sono gemellate ma sarebbe più corretto dire l’inverso. Gli si sacrificavano agnelli e capretti, nonché latte, olio, miele e offerte rustiche. Alle ninfe la Grecia non tributò mai alcuna forma di culto: esse facevano parte del culto privato e godevano dell’affezione di tutti. Nel mondo romano le ninfe erano invece associate al culto del dio delle fonti, Fonto, la cui ricorrenza cadeva il 13 ottobre ed avevano un tempio sul Campo di Marte. Con caratteristiche a volte inquietanti era raffigurate tra gli Etruschi col nome di Lases.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NINFEA e NENUFARO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ogni orto che si rispetti dev’esserci posto per un invaso che raccolga l’acqua per le irrigazioni. Se quest’ultimo è abbastanza grande non sarà improbabile che vi possa trovar posto la bella pianta acquatica nota come ninfea e ciò sarà ancor più probabile se si tratterà dello specchio d’acqua di qualche giardino. Pare che questa pianta fosse in origine una vera e propria ninfa trasformatasi in vegetale a causa dell’amore non corrisposto di Eracle e che, per tanto, venne pure denominata eraclea e clava. Difatti la radice somiglia ad una clava, il noto attributo erculeo e una clava può adattarsi benissimo a raffigurare il fallo in erezione ma, essendo rivolta verso il basso, interrata nella mota del fondo acqueo, si potrà arguire che le proprietà di codesta radice vadano nel senso opposto a quello verso cui si dirigerebbe una … clava! Plinio ci riferisce infatti (25,75) che “coloro che la prendono in pozione per dodici giorni non riescono più ad accoppiarsi e produrre sperma”. Più avanti riferisce che spegne completamente il desiderio sessuale (Venerem in totum adimit) e che è sufficiente berne la tisana una sola volta per restare impotenti per quanta giorni. Bevuta a digiuno e mangiata nei cibi eliminerebbe i sogni erotici. Se poi se ne pesta la radice e la si applica sui genitali, niente desiderio e niente sperma… Perciò si dice che faccia ingrassare e rafforzi la voce” . Come per la lattuga anche le radici degli esemplari giovani di ninfea possono esser consumati come alimento. I fiori avrebbero una leggera azione narcotica se ne adopera l’infuso al 3-5%, sorbendo a freddo in dose di due o tre tazze al giorno. Analoghe anche le indicazioni terapeutiche: Dioscoride afferma che la radice si beve contro “il corrompersi che accade la notte in sogno” e “bevuta assiduamente infrigidisce la virtù generativa”, cosa che vale anche per il suo seme. Il nome “ninfea”, secondo alcuni, deriverebbe dal fatto che cresce in luoghi cari alle ninfe, ricchi di acque e umidi. Ninfea era anche il nome dell’isola della ninfa Calypso, colei che voleva trattenere Odisseo in sempiterni sollazzi, opponendosi ai fati dell’eroe e in analogia con quello che voleva fare Didone con Enea. La moderna farmacopea ha confermato le proprietà calmanti, ansiolitiche ed anafrodisiache della Ninfea e della consimile a fiore giallo, il Nenufaro: “Le proprietà sedative, pur essendo di ordine generale, si esplicano in modo preciso e particolare a carico della sfera sessuale e rendono questa pianta, assieme al luppolo, un ottimo anafrodisiaco capace di combattere validamente l’eccessiva (e quindi patologica) eccitazione sessuale come nel priapismo dove l’erezione può durare settimane, nel satirismo, in cui a causa di abnormi eccitazioni neuropsichiche, l’uomo viene sopraffatto da improvvisi e incontenibili organismi, nel furore uterino o ninfomania che, a causa di profonde alterazioni ormoniche o psicosessuali, porta la donna con incontenibile e mostruosa libidine ad una ricerca eccessivamente frequente del piacere” .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOCE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. karya) L’albero del noce era detto in latino junglans e si vuole che significhi, più che “ghianda di Giove”, “glande di Giove”, dandogli così un simbolismo generativo. Teofrasto e gli altri antichi non avvalorano questa etimologia, tuttavia il simbolismo generale del noce va nella direzione da noi proposta a cominciare dalla presenza di questo frutto nella cerimonia del matrimonio: accompagnando gli sposi, i convitati erano soliti cantare a piena voce i cosiddetti fascennini, versi licenziosi di carattere quasi pornografico. Contemporaneamente lo sposo o anche la sposa, gli tiravano addosso, come ci riferisce Servio, delle noci. Gettandole, si esprimeva la vigoria sessuale dello sposo. Bachofen riporta invece “l’idea del protettivo corpo materno, di cui gli antichi vedevano l’immagine anche nelle conchiglie, nelle noci, in legumi come i piselli e i fagioli che devono appunto a questa caratteristica il loro significato tellurico”. In questo caso il simbolismo sessuale cambierebbe solo da maschile a femminile, non inficiandone il senso. In greco il noce si chiama karya e non fu sempre una pianta ma, in illo tempore, cioè in quella dimensione psichica che è la mitologia, fu una fanciulla, Caria, amata da Dioniso. Alla sua morte il dio la volle trasformare nell’albero che da lei prende il nome. In qualche modo Caria dovette essere in relazione con la dea Artemide, poiché quando quest’ultima recò la notizia della morte a Sparta, gli abitanti eressero un tempio ad Artemide “Cariatide” e la karyatis era una danza che le donne ballavano in onore di questa Artemide. La dea, così come era intesa nella grecità classica, simboleggiava la luna al suo primo apparire e quindi tutto ciò che vi si riferiva quanto ad analogie. Ciò spiega il motivo per cui alla noce furono attribuite virtù specifiche sul cervello e non certo perché il suo gheriglio, per il suo aspetto, ricordi il cervello umano visto da sopra. Comunque ker significa testa, da cui anche l’italiano cranio. Da questa similitudine deriva anche il termine karyon a designare non solo la noce, ma ogni frutto con guscio duro: castagna, nocciola, mandorla. Terapeuticamente è tradizionale l’uso di oli di noci per l’alopecia o perdita di capelli e peli a chiazze, e ancora al mal di testa, che è invece causato dall’eccessivo consumo di noci secche e, in Plinio, dall’ “umore venefico sprigionato dall’albero e dalle sue foglie”. Questa virtù terapeutica del resto è secondaria, poiché deriva per estensione dalle proprietà che l’albero-madre esercita sulla sfera immaginativa e psichica cui è preposto il lunare cervello. L’albero del noce è quindi emblema di saggezza e di ispirazione, tanto che Plinio, riferisce la tradizione che vuole che fosse la dea Kar ad inventare l’arte augurale. La ninfa italica Carmenta pare derivare palesemente dalla greca Karya, così come il carme, verso poetico ispirato. Servio (Ad Aeneidem 8, 336) ricorda che gli indovini erano detti anticamente Carmentes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OCA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. Anser - gr. Chen o Chan) – Animale sacro a diverse divinità, in quanto confuso con il cigno, ma propriamente alla virilità lunare tanto che il Bachofen lo definisce "animale erotico delle acque telluriche". La dea Nemesi (non quella di impronta filosofica ma la dea mediterranea che a Ramnunte, in Attica, secondo J. Frazer "aveva un famoso santuario le cui marmoree rovine ancora sorgono accanto al mare in un luogo di grande bellezza") venne posseduta sotto forma di oca da Zeus che, a sua volta, aveva assunto le sembianze di un cigno. Dall'unione nacque un uovo che un pastore affidò a Leda che lo custodì; alla sua schiusa nacque Elena. Come animale sacro veniva allevato col divieto di cibarsene sia dai Britanni che dai Latini all'interno dei luoghi sacri ma come animale da cortile era particolarmente apprezzato in cucina per le carni e il fegato, mentre gli Egizi la sacrificavano a Iside. Ottimi anche come animali da guardia (Ovidio: "le oche sono più accorte dei cani") tanto che furono le oche del tempio di Giunone sul Campidoglio che dettero l'allarme nel famoso episodio dell'assedio di Roma ad opera dei Galli. Claudio Eliano ricorda che ogni anno i Romani sacrificavano dei cani per punirli di non averli avvertiti del pericolo mentre portavano in processione dentro una lettiga un'oca per onorarne la specie. Nella meteorologia popolare degli antichi il continuo gridare e agitarsi delle oche era presagio di imminente tempesta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OGIGIA &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Ogygya) Ogigia, il cui nome significa terra antica secondo Paul Faure, è l’isola «selvosa» dove abitava la ninfa Calipso, colei che trattenne Ulisse per sette anni, prima di permettergli di riprendere il mare alla volta di Itaca. Omero la cita brevemente scrivendo solo che si trova « lontano nel mare », ma è Ulisse che sta parlando, rivolto alla regina dei Feaci, sull’isola di Scheria, e che da quest’ultima distava circa 18-20 giorni di navigazione. Un’isola dunque, se non è una pura finzione poetica, che si trova ai margini estremi del Mediterraneo. Infatti, secondo calcoli fatti dagli antichi e verificati di persona circa cent’anni fa dal francese Victor Bérard, 17 giorni a 100 miglia marine al giorno rappresentano un percorso di più di 3.000 chilometri. La distanza che separa Corfù/Scheria da Cadice a occidente ma anche Cipro a oriente. Circa 800/900 anni dopo la narrazione di Omero, Plutarco di Cheronea nel dialogo de facie quae in orbe lunae apparet, presenta il cartaginese Silla che riferisce – senza citare la fonte della sua informazione – particolari contrastanti con il racconto omerico e cioè che Ogigia si trova « a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione Occidente », facendone quindi un’isola atlantica. Poiché a quella distanza non c’è assolutamente nulla, bisogna ritenere il racconto plutarcheo, anche alla luce di successivi particolari da esso narrati, frutto di confusione e di commistione con i resoconti fiabeschi contenuti nel romanzo del contemporaneo Antonio Diogene Le incredibili avventure al di là di Thule. Ciò è però bastato ad un autore contemporaneo il quale ha riscosso un certo successo con la tesi che le epopee omeriche vadano posizionate nell’Europa settentrionale (F. Vinci: Omero nel Baltico. Più credibile sarebbe casomai il francese Théophile Cailleux, che volle identificare Ogigia con una delle isole Azzorre (Pays Atlantiques décrits par Homère. Maisonneuve Editeurs, Paris 1879). Invece, stando a Omero, Ogigia potrebbe essere l’isola più orientale del Mediterraneo: Cipro. Infatti esaminando attentamente il racconto omerico notiamo alcuni particolari: 1- Poseidone scorge Ulisse che raggiunge Scheria guardandolo dall’alto dei monti Solimi, nella catena del Tauro, proprio di fronte a Cipro. 2 – nel quarto libro (v. 557) Proteo dice ad Menelao di avere visto Ulisse nell’isola di Calipso, e Proteo vive a Pharo, nel Mediterraneo orientale. 3 – nell’isola vi sono piante che anche oggi vegetano a Cipro: cipressi, cedri, tuie, viti, olivi, pini, ontani, pioppi; campi di viole e sedani 4 – Il nome Ogigia è affine a Gige re di Lidia, terra vicina a Cipro e un « paese di Gog » è citato nella Bibbia da Ezechiele; Giuseppe Flavio lo identifica con la Lidia. 6. Il viaggio da Ogigia a Scheria/Corfù è in direzione Occidente, in base alle indicazioni astronomiche date da Calipso, che dice a Ulisse di tenere alla sua sinistra la Costellazione dell’Orsa. Quindi Ogigia si trova a Oriente di Corfù. Sono indizi abbastanza rilevanti per una localizzazione mediterraneo-orientale. Se si tiene poi conto che Omero raccoglie una tradizione orale di alcuni secoli precedente, e che la stessa Odissea venne manipolata dai Pisistratidi ateniesi per scopi propagandistici, si giustificano ampiamente tutti gli aspetti che potrebbero sottrarre storicità a luoghi ed eventi realmente accaduti. Infatti la dislocazione di Scilla e Cariddi, da cui occorrono 10 giorni di navigazione fino a Ogigia, non può trovarsi nello Stretto di Messina, se non in un’ottica filo-ateniese di colonizzazione magnogreca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OLEANDRO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. nérion) L'oleandro - così come il platano e l'albero di Giuda - è una reliquia dell'epoca terziaria, raffigurato già nelle pitture parietali cretesi del XIV sec. a.c. Forse a causa della notevole durata della sua fioritura, l'oleandro dovette essere verosimilmente una pianta dal significato fallico, per quanto questo pare sia andato perduto. Ne rimane traccia nella leggenda cristiana riportata nei vangeli apocrifi e che ha fornito alla pianta la denominazione di mazza di San Giuseppe. Secondo il racconto apocrifo, i pretendenti alla mano della Vergine dovettero deporre sull'altare una verga; quella di oleandro, portata da San Giuseppe, germogliò subito, facendo cadere su di lui la scelta. D'altronde uno dei nomi in greco per oleandro, nérion, si riferisce al significato fecondatore dell'elemento acqueo. L'acqua è però anche simbolo di morte, potendo assumere una valenza funebre e funesta. Così come il corniolo sarebbe nato sul tumulo di Polidoro, anche l'oleandro sarebbe nato su quello dell'eroe tellurico Amyco, figlio di Poseidone. Secondo alcuni sarebbero stati oleandri e non salici le piante sui cui rami gli ebrei deposero le loro arpe, al tempo della cattività babilonese. E' qui evidente il significato simbolico che deriva dall'associazione dello strumento musicale con le due piante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OLMO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. ulmus) L’olmo era un albero ferale: quando Eezione, ucciso da Achille, fu posto sul rogo e in seguito vi si innalzò un tumulo, le ninfe oreadi lo inghirlandarono con frasche di olmo (Il. 6,545). Virgilio (En. 6,282) parla suggestivamente di un olmo negli inferi quasi fosse un ricettacolo degli elementi psichici disgregatisi con la morte:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel mezzo, braccia vetuste, apre i suoi rami un olmo ombroso,&lt;br /&gt;grande, sede che i Sogni vani tengono in folla, raccontano,&lt;br /&gt;sotto ogni foglia s’aggrappano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anch’esso si ricollega a quelle piante della morte e dell’acqua tramite la radice el o al di cui si è detto più sotto parlando dell’ontano. Morte vuol dire rigenerazione ed ecco perché l’olmo è associato al culto di Dioniso (tra l’altro era adoperato fino a ieri per sostenere i tralci ai filari di vite) o di un Protesilao cui, a differenza di Eezione, venivano tributati onori divini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ONTANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attorno alla grotta della ninfa Calypso, deità di morte e rinascita, troviamo anche l’ontano. Già in epoca antichissima, forse con le prime immigrazioni achee e poi doriche il culto dell’ontano o alno – con cui si fabbricavano gli zufoli funebri – pare che venisse soppresso in Grecia. Sta di fatto che fin dalla più remota antichità l’ontano fu considerato un albero della vita dopo la morte. Nell’Odissea è il primo ad essere nominato dei tre alberi di resurrezione che formavano un folto bosco intorno alla grotta della ninfa Calypso, nell’isola di Ogigia; si innalzava come una promessa di salvezza nell’isola di Eea, dove la maga Circe praticava i suoi malefici. Esiste una curiosa correlazione fra una dea di morte e rinascita e l’ontano che cresce in riva ai fiumi: Alis o Elis, regina delle isole Elisie, dove giungevano le anime dei morti illustri, come Orfeo, Crono o Foroneo. Infatti, i campi elisii erano i campi delle mele o altri pomi che fossero. Frutti tutti che simboleggiavano la perpetuazione della vita, intesa in senso eminente ed un ramo di melo coi suoi frutti era il lasciapassare del “re sacro” per l’Elisio. Ora Eagro, padre dell’eroe oracolare Foroneo, significa sorbola o mela acidula e, ancora, in francese si dice alise per dire sorbola selvatica. Ontano in spagnolo si dice Aliso, così come fiordaliso è il fiore di Alis. Anche l’Averno viene da Avolnus tramite la radice indoeuropea abol, mela. Lo stesso Orfeo dovrebbe significare ontano o salice, dal greco ophruioes (sulla riva del fiume). Dunque, una serie di piante, dalla sorbola all’ontano, dal salice al fiordaliso, fanno tutte riferimento al culto di un’originaria dea Alis o Elis, analoga probabilmente alle varie Circe e Calypso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OPERE PERDUTE DI SCRITTORI PAGANI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il seguente elenco, ordinato per autori e certamente imperfetto, dà un’idea dell’enorme danno causato dalla perdita di queste opere, andate perse per i più svariati motivi, non ultimi gli incendi delle biblioteche, i saccheggi e le devastazioni dei Barbari e le distruzioni comandate dalle autorità cristiane. Di tutte le opere sottocitate, ripeto, si ha solo notizia del titolo quando non si specifica che ne sopravvivono parti o frammenti, come nel caso, per esempio, de I Saggi a Banchetto di Ateneo di Naucrati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lettera A)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ACCIO, Lucio – (86 – 170 a.C.) poeta ed erudito latino di cui ci restano pochi frammenti. Scrisse gli Annali, poema epico in 27 libri, drammi, tragedie e varie opere di prosa e poesia.&lt;br /&gt;ACHEO di Eretria – (V a.C.) Poeta tragico e satirico di cui restano appena 60 frammenti.&lt;br /&gt;ACHILLE TAZIO – (III d.C.) Astronomo e omonimo del più celebre scrittore, redasse un trattato Sulla Sfera, in parte perduto.&lt;br /&gt;ACILIO, Gaio – (II a.C.) scrisse in greco degli Annali.&lt;br /&gt;ACUSILAO di Argo – (V – IV a.C.) Della sua opera restano pochi frammenti. Scrisse delle Genealogie e una Cosmogonia.&lt;br /&gt;ADEO di Mitilene - scrisse due opere in prosa.&lt;br /&gt;ADRASTO di Afrodisia – (II d.C.) Commentatore di Aristotele e Platone e autore di uno scritto Sul Sole.&lt;br /&gt;ADRIANO – (76-117 d.C.) Imperatore di Roma scrisse carmi di gusto leggero quasi tutti perduti.&lt;br /&gt;AEZIO – (100 d.C.) Scrisse una Raccolta delle opinioni dei Filosofi di cui ci resta una sintesi ad opera di Plutarco.&lt;br /&gt;AFRANIO, Lucio – (II a.C.) Commediografo autore di almeno 40 commedie tutte perdute, tranne pochi frammenti.&lt;br /&gt;AFTONIO di Antiochia – (IV – V d.C.) Discepolo di Libanio, scrisse di retorica e compose una raccolta di favole.&lt;br /&gt;AGATOCLE di Cizico - scrisse un libro di Memorie&lt;br /&gt;AGATILLO d’Arcadia – poeta elegiaco di cui restano pochi frammenti. &lt;br /&gt;AGATONE di Atene – Tragediografo citato da Platone nel Simposio. Di lui nulla ci rimane.&lt;br /&gt;AGAZIA – (536–582 d.C.) Letterato bizantino ma imbevuto di paganesimo, scrisse un poema mitologico, Dafneide, oltre a una Storia di Giustiniano. Ci restano 98 poesie.&lt;br /&gt;AGIDE - autore di un’opera sull’Arte culinaria. &lt;br /&gt;AGNONIDE – retore greco autore di un’opera contro la retorica "Rhetorices accusatio"&lt;br /&gt;AGRIPPA, Marco Vipsanio – Il famoso collega di Augusto scrisse dei Commentari di carattere topografico e geografico.&lt;br /&gt;ALBINOVANO PEDONE – Poeta amico di Ovidio, scrisse una Teseide ed un libro sulle campagne militari di Germanico di cui resta un breve frammento.&lt;br /&gt;ALCEO di Mitilene – (VII a.C.) Celeberrimo poeta dell’epos aristocratico di cui restano pochi frammenti ma la cui opera era racchiusa in almeno 10 libri.&lt;br /&gt;ALCETA – autore di un libro sulle offerte di Delfi &lt;br /&gt;ALCIDAMANTE di Elea – (IV a.C.) Retore apprezzato da Cicerone, autore di una Elegia della Morte, di un Discorso Messenico, di uno Musaico, di alcuni scientifici e altri minori. &lt;br /&gt;ALCIMO – (IV a.C.) Storico siciliano che per primo menzionò Romolo nella sua opera storica sui Siculi e l’Italia.&lt;br /&gt;ALCMANE – (VII a.C.) poeta lirico spartano di cui restano pochi versi.&lt;br /&gt;ALCMEONE di Crotone – (VI a.C.) medico autore di un trattato di scienza naturale.&lt;br /&gt;ALESSANDRO ETOLO – (III a.C.) Tragediografo, ma compositore anche di carmi leggeri e di Fenomeni a carattere astronomico.&lt;br /&gt;ALESSANDRO POLIISTORE – Scrittore contemporaneo di Silla, compilò a favore dei Romani opere descrittive dell’Oriente ma anche di natura più erudita, come Sui simboli pitagorici.&lt;br /&gt;ALESSANDRO di Ege – (I d.C.) Scrisse commenti alle opere di Aristotele.&lt;br /&gt;ALESSI di Samo – Autore di un  libro sulla Storia di Samo.&lt;br /&gt;ALESSI di Turi - Poeta comico della Commedia Nuova, compose 245 opere di cui restano solo frammenti. In alcune ridicolizzò Platone.&lt;br /&gt;ALIMENTO - Studioso romano autore di opere giuridiche (De Officio Jurisconsulti; De Verbis priscis, De Consulum Potestate, De Comitiis, De Fastis, Mystagogicon, De Re Militari). ALIMENTO, Lucio Cincio -  storico romano autore di una Storia di Roma scritta in greco.&lt;br /&gt;AMAFINIO, Gaio – Filosofo contemporaneo di Cicerone autore di una Natura delle Cose.&lt;br /&gt;AMELIO – (III d.C.) Filosofo discepolo di Plotino e suo editore. Delle sue opere se ne ricorda una sulle dottrine di Plotino e di Numenio di Apamea.&lt;br /&gt;AMINTA – Autore di un racconto sulle differenti tappe fatte da Alessandro Magno in Asia.&lt;br /&gt;AMIPSIA – Commediografo contemporaneo di Aristofane di cui ci restano solo sette titoli.&lt;br /&gt;AMMIANO MARCELLINO – Del grande storico contemporaneo di Giuliano Imperatore sono andati persi gli ultimi 13 libri delle Storie, cioè dal 353 al 358 d.C.&lt;br /&gt;AMMONIO  – (II a.C.) Autore di Commentari su Omero, Pindaro e Aristofane.&lt;br /&gt;ANFICRATE di Atene – sofista e retore autore di un’opera Sugli Uomini Celebri. &lt;br /&gt;ANFIDE – poeta comico ateniese autore di numerose commedie.&lt;br /&gt;ANASSANDRIDE di Rodi – poeta comico autore di 65 commedie. Un altro Anassandride fu autore di poesie ditirambiche.&lt;br /&gt;ANASSILAO di Atene – scrittore comico della Commedia Media autore di circa 60 componimenti, molti a carattere mitologico. &lt;br /&gt;ANASSIMENE di Lampsaco – Autore di una Storia di Filippo di Macedonia; di una Storia di Alessandro Magno; di una Storia della Grecia.&lt;br /&gt;ANASSIPPO – Poeta comico del 300 a.C. circa, autore di alcune commedie.&lt;br /&gt;ANNIANO – Poeta latino arcaicizzante, contemporaneo di Aulo Gellio, autore di Carmi Falisci.&lt;br /&gt;ANSER – Poeta erotico romano amico di Antonio, di cui nulla ci rimane.&lt;br /&gt;ANTAGORA di Rodi – (III a.C.) Scrisse una Tebaide. &lt;br /&gt;ANTICLIDE – Erudito del III sec. a.C., scrisse una vita di Alessandro, un libro sull’isola di Delo ed uno sui Ritorni degli eroi omerici.&lt;br /&gt;ANTIFANE – poeta comico, autore di circa 300 opere di cui restano solo frammenti.&lt;br /&gt;ANTIFONTE di Atene – (479-411 a.C.) Oratore, sofista e matematico di cui si può ricordare una Interpretazione dei Sogni. Un Antifonte di Siracusa fu tragediografo.&lt;br /&gt;ANTIGONO di Caristo – Perdute le opere poetiche. Un altro Antigono scrisse le Vite di Filosofi.&lt;br /&gt;ANTILLO – (II-III sec. d.C.) Medico greco autore di interessanti trattati andati perduti. Un altro Antillo scrisse un commento a Tucidide.&lt;br /&gt;ANTIMACO di Colofone – (V sec. a.C.) Autore di componimenti mitologici di cui restano i titoli.&lt;br /&gt;ANTIMACO di Teo – Poeta autore di due opere del ciclo tebano, La Tebaide e Gli Epigoni.&lt;br /&gt;ANTIOCO di Siracusa – storico del V sec. a.C. scrisse una Storia della Sicilia dai primordi fino ai suoi giorni e una Storia d’Italia, di cui restano scarsi frammenti.&lt;br /&gt;ANTIPATRO – Nome di due filosofi stoici, di Tarso e di Tiro, del II sec.a.C., che si contendono i titoli delle seguenti opere : Sul Matrimonio, Sulla convivenza con la donna, sull’Essenza, sull’Anima.&lt;br /&gt;ANTISTENE di Rodi – Contemporaneo di Polibio scrisse una Storia di Rodi.&lt;br /&gt;ANTONIO, Marco Gnifone – (I sec. a.C.) grammatico e retore autore di un trattato sulla lingua latina e di un commentario a Ennio.&lt;br /&gt;ANTONIO MUSA – Medico di Augusto i cui scritti di farmaceutica sono andati persi. Due testi di medicina a noi giunti gli sono falsamente attribuiti.&lt;br /&gt;APICIO, Marco Gavio – Autore romano di scritti di culinaria andati persi o forse riassemblati nel testo che ci è stato tramandato col suo nome ma che non è suo.&lt;br /&gt;APIONE – Storico e grammatico del I sec. d.C. autore delle Glosse Omeriche e di 5 libri di Storia Egiziana nonchè opere linguistiche : Sulle lettere dell’alfabeto, Sulla Lingua dei Romani ecc. &lt;br /&gt;APOLLODORO di Alessandria – Medico del III sec. a.C. scrisse dal punto di vista medico Sugli Animali Selvaggi.&lt;br /&gt;APOLLODORO di Atene – (180 a.C.) Celebre autore della Bibliotheca sebbene con questo nome non ci è giunta l’opera originale ma un compendio redatto molto tempo dopo. Di lui sono perdute anche le Cronache, le Etimologie, Sulle Etere di Atene e molti libri di genere antiquario come il Trattato Sugli Dei in 24 libri. &lt;br /&gt;APOLLODORO di Caristo – Commediografo autore di 47 commedie.&lt;br /&gt;APOLLODORO di Gela – Contemporaneo di Menandro e autore di circa 7 composizioni.&lt;br /&gt;APOLLONIDE – Geografo del I sec. a.C. di cui non ci è giunto il Periplo dell’Europa se non pochi frammenti.&lt;br /&gt;APOLLONIDE di Nicea – (I sec. d.C.) Scrisse Sulla Storia Inventata che assieme al resto non ci è giunto.&lt;br /&gt;APOLLONIO TOPO – Medico alessandrino del I sec. a.C. di cui non ci sono giunti gli scritti.&lt;br /&gt;APOLLONIO di Perge – (262 – 180 a.C.) Non ci sono giunti alcuni suoi scritti scientifici.&lt;br /&gt;APOLLONIO RODIO – Del famoso autore delle Argonautiche non ci sono giunti i poemi sulla fondazione di alcune città e alcuni scritti di filologia.&lt;br /&gt;APOLLONIO – (II sec. a.C.) Compilò delle Storie Meravigliose.&lt;br /&gt;APOLLONIO il Sofista – Filologo del I sec. d.C. compilò un Lessico Omerico (ne rimane una sintesi).&lt;br /&gt;APOLLONIO di Tiana – Celebre pitagorico e taumaturgo del I sec. d.C. Di lui è andata persa una Vita di Pitagora e un Trattato sui Sacrifici, di cui resta quasi nulla.&lt;br /&gt;APPIANO di Alessandria – (II sec. D.C.) Storico, autore di 24 libri di Storia Romana dei quali ne restano circa 10. Perduti quelli che parlano della storia di Roma fino all’espansione in Sicilia, le guerre in Macedonia e Illiria, e quelli dalla conquista dell’Egitto fino all’epoca di Traiano.&lt;br /&gt;APULEIO, Lucio – Del celebre autore de L’asino d’oro non si sono conservati diversi trattati di genere naturalistico.&lt;br /&gt;ARAROS di Atene – poeta comico figlio del più celebre Aristofane. Scrisse alcune commedie.&lt;br /&gt;ARATO di Soli – (IV a.C.) Filologo e poeta nativo della Cilicia. Perdute alcune opere scentifiche e poetiche.&lt;br /&gt;ARCHIA, Aulo Licinio – Poeta greco di Antiochia contemporaneo di Lucullo. Scrisse poemi sulle campagne militari di Mario e di Lucullo. Di lui restano però 40 epigrammi.&lt;br /&gt;ARCHELAO del Chersoneso – (III sec. A.C.) Scrisse un trattato sugli esseri animati di natura bizzarra.&lt;br /&gt;ARCHESTRATO di Gela – (IV sec. A.C.) Autore di un trattato sulle ghiottonerie alimentari di cui restano 330 esametri.&lt;br /&gt;ARCHILOCO di Paro – Del celebre poeta restano frammenti, non il Corpus completo delle opere.&lt;br /&gt;ARCHIGENE di Apamea – Medico greco di epoca traianea autore di importanti opere mediche.&lt;br /&gt;ARCHIPPO – Poeta comico autore di commedie e di cui restano frammenti.&lt;br /&gt;ARCHITA di Mitilene – musicista autore di un’opera Sui Flauti.&lt;br /&gt;ARCHITA di Taranto – (430 - 360 a.C.) Pitagorico e inventore, scrisse opere scientifiche.&lt;br /&gt;ARCTINO di Mileto – (VIII – VII sec. A.C.) Autore di due poemi del ciclo troiano : Etiopide e Distruzione di Troia ; inoltre una Titanomachia.&lt;br /&gt;ARGA di Atene – (IV sec. A.C.) Autore di componimenti musicali su personaggi umili.&lt;br /&gt;ARISTARCO di Tegea – poeta tragico autore di 70 componimenti di cui restano frammenti.&lt;br /&gt;ARISTARCO di Samotracia – (216 – 144 a.C) Direttore della Biblioteca di Alessandria scrisse circa 800 Commentari di genere filologico e delle Cronache di avvenimenti dal tempo della Guerra di Troia alla sua epoca.&lt;br /&gt;ARISTEA di Proconneso – Sciamano e viaggiatore ai confini settentrionali del mondo greco di epoca arcaica, descrisse i suoi viaggi in un poema in tre libri, le Epopee Arimaspie.&lt;br /&gt;ARISTIA di Fliunte – (V sec. A.C.) Compositore di drammi satireschi.&lt;br /&gt;ARISTOBULO di Cassandreia – scrisse una Storia di Alessandro, utilizzata da Arriano. &lt;br /&gt;ARISTOCLE di Messina – Filosofo peripatetico del II sec. d.C. che scrisse una Storia della Filosofia in 10 libri. Opere sulla retorica, sul dio Serapide e il trattato Se fosse più serio Omero o Platone.&lt;br /&gt;ARISTOCLE di Pergamo - Filosofo peripatetico del II sec. d.C. autore di molti libri di retorica.&lt;br /&gt;ARISTOFANE – Del celebre commediografo greco ci mancano una trentina di Commedie.&lt;br /&gt;ARISTOGITONE di Atene – oratore autore di alcuni Discorsi, uno dei quali contro l’etera Frine.&lt;br /&gt;ARISTONE di Ceo – filosofo peripatetico di cui si ricordano delle perdute Diatribe Erotiche.&lt;br /&gt;ARISTOFANE di Bisanzio – (257 - 180 a.C.) Importante grammatico e direttore della Biblioteca di Alessandria. Editore critico di Omero e altri, di lui si ricorda un compendio alla Natura degli Animali di Aristotele, un’opera Sulle Cortigiane attiche, molti scritti di grammatica utilizzati da Varrone, scritti storici sulla Tebaide e la Beozia, e altri ancora di cui restano sparsi frammenti.&lt;br /&gt;ARISTOFONTE – oratore attico (400 a.C. circa) autore di alcuni Discorsi. Di un Aristofonte autore comico si ricordano i titoli di 9 commedie.&lt;br /&gt;ARISTOMENE – Poeta greco autgore di alcune Commedie.&lt;br /&gt;ARISTOSSENO di Taranto – filosofo peripatetico e pitagorico autore di 453 libri sui più svariati argomenti di cui ci rimangono solo frammenti.&lt;br /&gt;ARISTOTELE – del celebre filosofo greco e delle sue circa 400 opere (ce ne resta solo 1/5) non ci sono giunte le cosiddette « opere essoteriche », quelle cioè destinate proprio alla pubblicazione: Protrettico, Sulla Retorica, Eudemo, Sulla Filosofia. Inoltre le grandi raccolte di fatti scientifici e storici, come le Costituzioni delle città, ecc.&lt;br /&gt;ARPOCRAZIONE, Valerio – grammatico alessandrino di epoca imperiale. Scrisse una raccolta di Pezzi di bravura retorici e il Lessico dei Dieci Oratori.&lt;br /&gt;ARRIANO, Flavio – Poeta epico del III-II sec. a.C., scrisse un poema sull’impresa di Alessandro ed uno su un re Attalo.&lt;br /&gt;ARRIANO di Nicomedia – (95 – 170 d.C.) Valorosa personalità dello stato romano, discepolo di Epitteto. Di lui non ci sono giunti un libro sugli Alani (da lui sconfitti), una Circumnavigazione del Mar Nero, una Storia della Bitinia, 17 libri di Vicende Partiche, Storia dopo Alessandro, ecc.&lt;br /&gt;ARTEMIDORO di Efeso – (100 a.C.) Geografo, scrisse 11 libri di Descrizioni Geografiche.&lt;br /&gt;ARTEMIDORO di Tarso – (I° sec. a.C.) Filologo ma anche autore di due glossari: uno sui poeti comici e uno di culinaria.&lt;br /&gt;ARULENO, Celio Sabino – Apprezzato giurista romano del I° sec. d.C. Si ricorda un de edicto aedilium curulium.&lt;br /&gt;ASCLEPIADE di Samo – Importante poeta del IV sec. a.C. di cui ci restano pochi componimenti.&lt;br /&gt;ASCLEPIADE di Tragilo – Autore di un compendio di mitologia. &lt;br /&gt;ASCLEPIADE di Mirlea – (I° sec. a.C.) Commentò Omero e Teocrito. Una Storia della Filologia in 11 libri, un trattato sull’ortografia e una Storia della Bitinia.&lt;br /&gt;ASCLEPIADE il Giovane – (I° sec. d.C.) Sua un’opera di medicina in 10 libri intitolata Farmaci.&lt;br /&gt;ASCONIO PEDIANO, Quinto – (9 a.C. – 76 d.C.) Commentatore di Cicerone, del cui lavoro ci resta solo una piccola parte. Scrisse anche una biografia di Sallustio, un Symposion e un saggio in difesa di Virgilio dall’accusa di aver saccheggiato Omero.&lt;br /&gt;ASINIO POLLIONE, Gaio – uomo politico, autore di Storie concernenti le Guerre Civili.&lt;br /&gt;ASIO di Samo – (VII o VI sec. a.C.) Poeta autore tra l’altro di un poema genealogico &lt;br /&gt;ASPASIO – Filofoso peripatetico commentatore di Aristotele, di cui resta una piccolissima parte. ASPASIO di Biblo fu invece un retore autore di Encomi e di un’opera intitolata Esercizi Declamatori. &lt;br /&gt;ASPASIO di Ravenna - (II sec. d.C.) retore alla corte di Alessandro Severo, di cui resta una lettera.&lt;br /&gt;ASPRO, Emilio – Apprezzato grammatico di epoca imperiale, commentatore di Virgilio, Terenzio e Sallustio, ma di cui nulla rimane.&lt;br /&gt;ASTIDAMANTE – Nome di due poeti tragici del IV secolo a.C. di cui rimane quasi nulla.&lt;br /&gt;ATEIO, Lucio Pretestato – grammatico ateniese del I° secolo a.C., di cui si ricorda solo un titolo della sua opera : Se Enea abbia amato Didone, in cui tende ad avvalorare la leggenda virgiliana.&lt;br /&gt;ATENEO di Attalea – medico greco del I° secolo a.C. la cui opera medica in 30 libri è perduta.&lt;br /&gt;ATENEO di Naucrati – (200 d.C.) Celebre autore de I Saggi a Banchetto, di cui però sono andati persi in buona parte i primi tre libri e il quindicesimo del compendio. L’opera originale constava invece di 30 libri e non ci è giunta, così come la sua opera Sui Re della Siria.&lt;br /&gt;ATENODORO di Tarso – filosofo stoico vissuto sotto Augusto fu autore di un libro contro le Categorie aristoteliche, di una Storia di Tarso, di un compendio su Posidonio e un’opera sull’oceano e altri. &lt;br /&gt;ATENODORO di Eretria – Autore di un libro intitolato Memorie&lt;br /&gt;ATTA, Tito Quinzio – Commediografo romano del I° sec. a.C. di cui praticamente nulla rimane se non i titoli delle sue opere.&lt;br /&gt;ATTICO, Tito Pomponio – (110-32 a.C.) ricco mecenate epicureo e uomo di cultura romano. Scrisse un libro sulle Guerre Civili e un trattato genealogico delle famiglie romane e qualche opera minore.&lt;br /&gt;AUFIDIO BASSO – storico romano epicureo del I° secolo d.C., scrisse un’opera sulle guerre contro i Germani e una Storia di Roma dalla morte di Cesare.&lt;br /&gt;AVIENO, Rufio Festo – Poeta e geografo latino nato a Bolsena verso il 350 d.C. E’andata persa la maggior parte della sua opera geografica Sulle coste del Mare, descrizione delle coste europee dalla Bretagna al Mar Nero. Si è salvata la descrizione dalla Bretagna a Marsiglia. Perse anche una epitome di Tito Livio e una descrizione dei miti di Virgilio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ORA DI MEZZOGIORNO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al contrario di quanto possa far pensare il loro nome le Ore (gr. Horài) non designarono subito il periodo temporale da noi conosciuto come tale – del resto “fuori tempo” nel Mondo Antico – bensì il più ampio spazio temporale dell’ordinato svolgersi dei fenomeni naturali e del succedersi delle Stagioni; erano cioè divinità del Tempo. Come Stagioni, variavano di molto: da due fino a sette (i nomi ce li tramanda Galeno (17,17): Ear, theros, epòra, phthinoporon, sporetòs, cheimòn, phutalìa) e di durata difforme. Erano figlie di Zeus e di Themi, quindi divinità pre-indoeuropee e mediterranee, raffigurate come bellissime giovani danzanti, ornate di fiori, che tenevano in grembo i prodotti delle stagioni rispettive. Custodi delle porte dell’Olimpo, cioè della dimensione metafisica, erano dette “serene” negli Inni Omerici. Solo successivamente il loro numero fu portato a 12, allorchè presero a designare anche le ore della giornata. Grazie ad un simbolismo che forse è di origine assira, sappiamo poi che le Stagioni sono simbolizzate anche da specifiche scene di caccia, in base al tipo di animale cacciato, rappresentate sia su sarcofagi che altrove, come i medaglioni dell’Arco di Costantino:&lt;br /&gt;CACCIA ALLA LEPRE o AL TORO &lt;br /&gt;(Primavera)&lt;br /&gt;la CACCIA AL CERVO &lt;br /&gt;(Autunno)&lt;br /&gt;la CACCIA AL LEONE&lt;br /&gt;(Estate)&lt;br /&gt;La CACCIA AL CINGHIALE&lt;br /&gt;(inverno) .&lt;br /&gt;Un discorso particolare va riferito invece all’ora di Mezzogiorno, spazio temporale dalle caratteristiche speciali, in quanto era una “porta” per l’irruzione nella coscienza di particolari fenomenologie metarazionali. L’ora di Mezzogiorno è una porta attraverso la quale il mondo umano comunica col mondo divino. Fu detto infatti da Servio che quasi tutte le divinità appaiono in quest’ora (Commento alle Georgiche IV, 401) e, tra queste, la stessa Ecate. Non c’è dubbio che l’ora meridiana sia stata in Grecia l’ora religiosa per eccellenza, come ricorda Roger Caillois nel suo saggio I Demoni Meridiani e a cui ci riferiremo inserendone i brani tra virgolette. L’ora del mezzogiorno è stata infatti per lungo tempo l’unica chiaramente identificabile prima dell’ausilio degli strumenti scientifici. Nessun’altra poteva venire determinata con esattezza e men che mai la famosa mezzanotte, la quale solo con il cristianesimo, che ha osato suddividere moralmente il tempo, divenne l’ora durante la quale si adunano i demoni. In realtà i daimones comparivano proprio al suo opposto orario, allorchè il tempo, una fluidità difficile da fermare, poteva venire “arrestato” o materializzato in quel mentre, grazie ad un semplice palo infisso nel terreno (in seguito diventato uno strumento chiamato gnomone). Quando l’ombra che esso proiettava diveniva più corta del palo medesimo, si era allora nell’ora in cui più alto rifulgeva il sole, il punto in cui la giornata poteva venire divisa in due parti: quella della luce ascendente e quella della luce discendente, con tutto il suo corollario di significati. Se nella prima parte si compivano i sacrifici agli Dei superi, nella seconda si sacrificava a quelli inferi e ai Mani. “In effetti il mezzogiorno capta le energie sovrannaturali sparse nella natura”. Il meriggio era però anche un tempo pericoloso poiché, per il motivo segnalato da Servio, il mondo umano e quello divino si confonevano e si univano. L’ombra era considerata il simbolo dell’anima e, quando la prima si accorciava fin quasi a scomparire, era segno che cominciavano a vacillare anche i confini dell’individuazione e si aprivano gli inquietanti scenari della possessione e dell’invasamento divino: la ninfolessìa e il timor panico. Ancora secoli dopo la caduta del mondo classico il profeta Maometto proibiva ai suoi seguaci di cominciare una preghiera esattamente a mezzogiorno, perché gli infedeli in tale momento adorano il Sole (E. Westermarck: Survivances païennes dans la civilisation mahométane). Il mezzogiorno corrispondeva anche, analogicamente, nella dimensione del tempo all’Estate e al Sud nella dimensione dello spazio: due forme di considerare una sola porta, una via a doppio senso di marcia,  accesso dal o ingresso nel mondo divino del Ciclo della Generazione, del Mondo delle Forme. Conseguenza dell’ora del mezzogiorno nell’antichità era considerata l’assenza di vento, la bonaccia sul mare, la calura insopportabile, il silenzio nel quale piombava il mondo animale e l’immobilità di quello vegetale. In questo lasso di tempo facevano il loro ingresso Dei e divinità minori, nonché anime erranti, Incubi e Succubi, tutti quanti alla ricerca di Vita. Esse vengono nutrite con i sacrifici ma, in mancanza, si abbeverano vampiricamente alla vitalità degli esseri viventi: “la natura profonda delle Sirene non rappresenta altro che l’antico vampirismo animico, succubi assetati di sperma umano”. Di ciò erano ben consapevoli anche gli antichi, stando al disegno dell’anfora attica n°1684 del Museo di Berlino: un uomo eiacula gocce di sperma rosse di sangue in direzione di una farfalla, vale a dire di un’anima. Mezzogiorno, la siesta degli spagnoli ovvero l’ora sesta, è così l’ora cardine durante la quale avvengono tutte le aggressioni degli esseri demonico-divini, dalle Sirene a Pan, alle Ninfe e alle Sfingi, come è documentato nella letteratura. Da qui tutta una serie di prescrizioni tramandatesi anche nel folklore: a mezzogiorno non bisogna soffermarsi in prossimità di fontane, di sorgenti e corsi d’acqua, o all’ombra di certi alberi, quali pioppi, fichi, noci, carrubi e soprattutto platani, o ancora fissare con troppa insistenza il folto dei boschi. Il pericolo è quello di cadere nel dormiveglia, quella condizione anch’essa intermedia che permette la possessione delle Ninfe o delle Nereidi. “Coloro che si addormentano a mezzogiorno rischiano di subire, nel corso di incubi di un genere del tutto particolare, l’aggressione di esseri demoniaci, aggressione che comporta turbe fisiche e mentali ben definite. Queste turbe sono attribuite a Pan e alle Ninfe o ai loro sostituti. Se attribuite a Pan, si ha a che fare con un complesso di sensazioni e rappresentazioni che costituiscono l’incubo propriamente detto, nel senso antico del termine. Se attribuite alle Ninfe e, in epoca ellenistica, a creature che all’origine avevano già per conto loro rapporti stretti con l’ora di mezzogiorno, e che ora assumono caratteristiche simili a quelle delle Ninfe (ossia le Sirene), sembra che ci si trovi piuttosto di fronte a un altro fenomeno onirico (ονειρογμός, somnium Veneris) già definito dagli antichi e dotato di proprie ripercussioni mitologiche. I due temi sono d’altronde pressocchè paralleli, entrambi fortemente tinti di erotismo. Sono in sostanza i corrispondenti antichi delle credenze, quasi universalmente attestate, negli incubi e succubi”. Il suono degli strumenti musicali, ma a volte lo stesso frinire delle cicale, possono indurre lo stato semi-onirico, quello del “sonno insonne” com’è chiamato da Sofocle, talchè è detto negli Idilli di Teocrito (I, 15): “Nell’ora meridiana non è lecito, o pastore, non è lecito suonare la siringa: temiamo Pan”. L’ora meridiana non è però temibile per gli iniziati chè, anzi, ne ricercano l’esperienza, in quanto determina la fecondazione sovrannaturale della psiche: “Orbene, mezzogiorno non è solo l’ora in cui è pericoloso disturbare Pan, ma anche quella della sua apparizione nei sogni profetici, tanto che sono stretti i suoi rapporti con essa. In tal caso l’apparizione del Dio è favorevole e costituisce un esempio della pratica ben nota dell’incubatio”. Lo attesta anche una iscrizione trovata nell’800 in Italia: « A te, suonatore di flauto, compositore di canti, demone benefico, santo Signore delle Naiadi che spargono l’acqua dei bagni, Hygeinos ha consacrato quest’offerta, perché essendoti, o Signore, in persona accostato a lui, l’hai guarito da una dolorosa malattia. presentandoti tra le mie greggi non in sogno, ma a metà del giorno ». “Vi è ancora un’altra caratteristica di Pan che si lascia accostare all’ora di mezzogiorno e alle abitudini dei pastori: il fatto che egli passi per l’inventore dell’onanismo. Un cenno del lessico Suida a proposito del proverbio “il Lidio si trastulla a mezzogiorno” non permette di ignorare che l’abbandono caratteristico nell’ora di mezzogiorno fosse particolarmente propizio ad abitudini siffatte”. Dice Suida: Riguarda gli intemperanti, in quanto in quelle ore si danno alla sfrenatezza. Infatti i Lidi si procurano il rapporto sessuale con le proprie mani, pieni del piacere amoroso; il proverbio è uguale a “il capraio nella calura” dacchè in quelle medesime ore i caprai sono dediti alla libidine. “Dunque i caprai, in ciò simili ai Lidi, praticano l’onanismo all’epoca del calore di mezzogiorno. E’ quindi molto interessante notare come Pan sia ritenuto l’iniziatore di tale manovra di cui insegna l’uso ai pastori”. Ma al di là del semplice evento ludico c’è quello iniziatico del tema della “fecondazione soprannaturale” ovvero del matrimonio con l’essere spirituale o amante invisibile di cui ha scritto anche Elemire Zolla, tema che “può essere legittimamente collegato con l’ora di mezzogiorno”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ORCHIDEA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mida, essendo un satiro, non poteva non coltivare nei suoi giardini (vedi alla voce ROSA) tutte quelle piante che, in vario modo, gli tornavano utili nell’esercizio delle sue funzioni erotiche. Come non pensare quindi alle orchidee che, per chi non lo sapesse, non sono esclusive dei climi equatoriali? “Inter paucas mirabilis est orchis herba sive serapias” ovvero “degna di ammirazione come poche tra le erbe è il testicolo o serapiade”. Con queste parole Plinio (26,95) comincia il paragrafo concernente alcuni tipi di orchidee mediterranee. L’orchidea è “mirabile” soprattutto per la conformazione dei propri tuberi, molto simili ad una coppia di testicoli da cui la pianta ha derivato il nome. Questo “testicolo” è dunque chiamato anche serapiade dal dio egizio Serapide, un dio fallico. Tuttavia è difficile poter paragonare le orchidee degli antichi alle attuali poiché queste piante “sono una delle famiglie – scrive Baumann – più recenti del mondo delle piante. La propensione alle variazioni che presentano alcune specie indicano che la loro evoluzione è ancora in piena attività. Non è dunque impossibile che nell’antichità, le forme presentate da alcuni fiori siano state differenti da quelle di oggi”. Il serapiade di Plinio e Dioscoride, che riportano un testo di Andrea medico, era simile al cosiddetto Cynosorchis o testicolo di cane. Questo gruppo di piante era dotato di un doppio tubero, uno rigonfio e per questo “maschile” ed uno più floscio e “femminile”. A seconda che si adoperasse l’uno o l’altro si aveva un effetto afrodisiaco ed uno anafrodisiaco e si generavano figli maschi o femmine. Botanicamente parlando, il tubero più floscio è quello che sorregge il fusto con la pianta e che si è esaurito fornendole materia nutritiva. Quello più gonfio o maschile è invece il tubero che darà vita alla nuova pianta la stagione successiva, ed è quindi integro nelle sue forze. Di questa specie di “testicoli” già nel Rinascimento si erano messe in dubbio le proprietà afrodisiache, opinando che forse ciò accadeva quanto, per ignoranza, si mangiassero entrambi i tuberi che così eliminavano reciprocamente le loro virtù. Un botanico ed erborista dei nostri tempi, il Lodi, riferisce però di un’orchidea alpina, la Nigritella Nigra, dall’odore vanigliaceo, che avrebbe effettivamente potere afrodisiaco, tanto che i valligiani la chiamano, con semplicità, “erba tirella”. Un potere afrodisiaco di grande efficacia veniva attribuito ad un genere diverso di orchidee, il famoso “satirione” che, peraltro, è anche un termine generico per altre piante ed antiche preparazioni veneree. Una di esse è stata indentificata con la Crucianella Maritima, una campanulacea. A causa della somiglianza lampante tra i tepali di alcune orchidee e le sembianze stilizzate di un satiro, H. Baumann ha creduto di poter identificare il satirione di Dioscoride con l’Orchis Italica ma, aggiungeremmo noi, anche con l’Orchis Simia. Tuttavia il popolo non andava certo in cerca di orchidee per le proprie necessità erotiche: si accontentava di misture utili anche tra i fornelli, essi stessi di ausilio, se usati con sobrietà, nel compito di suscitare Venere, come riferisce il mondano Petronio: “A questo punto Enotea tira fuori un fallo di cuoio, lo unge con olio, pepe in polvere e seme d’ortica triturata, e me lo infila dove (ano meo) non potevo vedere. Ma non contenta sparge la stessa mistura anche fra le cosce. Mescola poi succo di nasturzio con abotano e, unte con questo miscuglio le mie parti virili, prende un fascio di ortica verde e comincia a stuzzicare quello che si trova sotto l’ombelico” (Sat. 138). Si tratta di un afrodisiaco che potremo definire “eroico” in forza delle piacevoli sofferenze cui bisogna assoggettarsi ma fondamentalmente inoffensivo a confronto del titillamento omicida del quale si rese colpevole un certo Calpurnio Bestia (nomen est omen). Ascoltiamo Plinio (27,4): “Si sa che fra tutti i veleni quello ad azione più rapida è l’aconito: se solo si toccano, con questo, i genitali degli esseri animati di sesso femminile, se ne provoca la morte il giorno stesso. Fu questo il veleno col quale, secondo l’accusa di Marco Celio, Calpurnio Bestia avrebbe ucciso la propria moglie mentre dormiva; da ciò prese spunto quella violenta invettiva contro il suo dito….”, forse il dito medio, già da prima conosciuto come digitus impudicus o infamis, per via dell’oltraggio che il dattilo Chelmis aveva fatto a Rhea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ORGIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;dal verbo greco ergon “agisco” fino al sostantivo plurale orghia: “le Azioni per eccellenza”, culto misterico e, per estensione, cerimonia sacra. Si trattava di cerimonie sessuali che celebravano la vitalità della natura, come indica anche il verbo orgáo: sono pieno d’umore, fecondo, lussureggiante, rigoglioso, sono in calore, desidero ardentemente. Vedasi anche Organon: “organo”, nel senso di strumento per compiere un’azione e che in italiano ha conservato anche una sfumatura sessuale, indicando il pene. Anche l’organo, inteso come canna dello strumento musicale, rimanda a quest’ultimo significato. Solo con il paganesimo romano classico (vedi Baccanali) e poi col cristianesimo, le Orge hanno assunto una connotazione scandalosa mentre prima erano tutt’uno con una normale cerimonia religiosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ORSA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat ursa; gr. arkta, arka) – L'orsa non ha un grande spazio nella mitologia greca, forse a causa della sua precoce rarefazione nel territorio e nonostante che, secondo alcuni, la stessa Dea Artemide dovrebbe trarre il suo nome dall'animale; ma l’orsa era sacra pure a Cibele (Nonno, DIONISIACHE, III, 70). L'orsa infatti rappresenta l'aspetto feroce e terribile della Dea stessa, che non solo crea la vita ma la distrugge. Nei tempi più antichi ad essa andavano fatti sacrifici umani, probabilmente di giovani, come testimonierebbero  i miti di Ifigenia, di Callisto e di Polifonte. Pare infatti che Artemide venga dal verbo dorico artameo, “taglio, faccio a pezzi”. Questi aspetti vennero ben presto oscurati e sostituiti con una forma di iniziazione femminile, quella di Artemide Brauronia, nella quale, nella Grecia patriarcale, le fanciulle - non senza reminiscenze anteriori - venivano istruite sul loro futuro ruolo di madri; i Greci avevano infatti tratto spunto dal comportamento dell'orsa nei confronti dei suoi cuccioli (Paride venne svezzato da un’orsa) e difatti nella mitologia greca non si parla quasi mai di orsi ma di orse. Il Bachofen potè scrivere che l’orsa è &lt;br /&gt;“un modello supremo di maternità”. La regione dell'Arcadia - quella che è sempre stata considerata la terra d'elezione quanto a primordialità, purezza e selvaticità rispetto alle altre dell'Ellade - ricava il proprio nome dalla parola arktos, orso o orsa in greco. In ambito celtico si sa di una Dea Arilo (dea orsa) e pare che la città svizzera di Berna derivi da bär, che significa orso in tedesco. Per quanto controversa sia la questione dal punto di vista linguistico, la stessa Artemide potrebbe derivare il proprio nome da Arktos. In questa Arcadia selvaggia, La Terra dell'Orsa, vagava in compagnia della Dea Artemide la ninfa Callisto . Il poeta e mitologo italico Ovidio - che noi riteniamo essere un rappresentante occulto dell'ideologia "remia o mediterranea" - trattando di questo mito nelle "Metamorfosi" (II,409-507), ci tramanda, volutamente crediamo, dei particolari che concorrono a dare un'interpretazione convincente del riferimento all'orsa nella mitologia greca. Premettiamo che un autore moderno che ha analizzato il mito di Callisto, ha ritenuto di doverlo classificare, assieme a moltissimi altri, come un "rito di passaggio", nell'evidente speranza di assimilare gran parte del patrimonio mitologico ellenico a quelli tribali dei popoli "primitivi". Se non escludiamo assolutamente possibilità del genere, in quest'ambito vorremmo almeno che non ne &lt;br /&gt;venissero coinvolti quei miti, come quello di Callisto, che con i "riti di passaggio" non hanno nulla a che fare. D'altronde i riti di passaggio come quello evidenziato dal nostro autore (i riti di Artemide Brauronia) sono, a nostro giudizio, la riconversione di cerimonie iniziatiche pre-indoeuropee il cui scopo era quello di avvicinare le donne all'archetipo Artemide e non certo quello classico di trasformarle in vestali delle mura domestiche. Ovidio dunque, inizia col precisare che Callisto "non era di quelle che passano le giornate a cardare e rendere soffice la lana o ad acconciarsi i capelli in modo sempre diverso". Ci sembra evidente già in partenza del racconto mitico che qui non si tratta di preparare le fanciulle al "passaggio" in una nuova fase della vita, quella dalla podestà del padre alla podestà del marito: "Quando una fibbia aveva fermato la sua veste e una bianca benda i capelli incolti, una volta preso in mano un giavellotto liscio, oppure un arco, era una perfetta soldatessa di Diana". Ci sembra che il poeta non poteva esprimere meglio il rifiuto di Callisto di assoggettarsi all'ideologia schiavizzatrice dei popoli indoeuropei, che vogliono fare della donna un'essere limitato e subordinato all'uomo. Callisto infatti era figlia del re arcade Licaone, figlio a sua volta del capostipite Pelasgo, che secondo Esiodo era nato direttamente dalla Terra. La sua genealogia rimanda quindi a quei popoli autoctoni non indoeuropei che dominavano la Grecia prima dell'arrivo degli Achei e dei Dori. Il mito narra che Zeus la violentò "in un bosco che mai nei secoli aveva conosciuto la scure", volendo esprimere l'intrusione del nuovo ordine indoeuropeo nell'ambito della &lt;br /&gt;precedente cultura, certamente problematica, che identificava se stessa nella natura selvaggia, non antropizzata e incolta. Questa cultura non può venire a patti con il nuovo sistema e ciò viene espresso dal mito col fatto che Artemide scaccia dal suo corteggio la ninfa sfortunata nel momento stesso in cui si accorge dell'avanzato stato di gravidanza: "Via di qui! Non profanare questa fonte sacra!" Il significato è ancor più evidente adesso, in cui la maternità viene vista come un impedimento alla realizzazione di un certo tipo di natura femminile rappresentata dall’amazzonismo della vita artemidica. La stessa purezza della natura selvaggia non potrebbe sopportare, come l'acqua della fonte, la commistione con un diverso ordine di cose. In seguito Hera, moglie di Zeus, assalirà la ninfa trasformandola, per lo scorno del tradimento maritale, in un'orsa. Anche qui vediamo che Hera rappresenta quella femminilità ormai soggiogata dai popoli invasori che, dimentica di una delle sue nature originarie, si avventa contro l'amazzonismo di Callisto senza accorgersi che in realtà si avventa contro se stessa. Ciò che però è più significativo è la trasformazione di Callisto in orsa. Trasformandola in quest'animale solitario e feroce, frequentatore dei posti più nascosti delle foreste, si è riconosciuto il luogo - la natura selvaggia - che pertiene a Callisto e ad Artemide; non a caso denominata Dictynna da Ovidio, cioè la "Potnia Theròn" cretese, la "Signora delle Fiere". Nello stesso tempo si è anche voluto confinare ogni tentativo di rivalsa di una diversa femminilità nell'ambito della selva oscura, vista ormai come il luogo che accoglie ciò che è inferiore e indegno di apparire alla luce del sole. Solo considerando quello che abbiamo appena scritto si può accettare il mito di Callisto come un "rito di passaggio"; nel senso che si tratta però di un "salto" senza ritorno dal mondo regolamentato della Grecia patriarcale indoeuropea a quello dell'antichissima Grecia pelasgica e tellurica, "sregolata", nel senso di aderente all'ordine naturale delle cose. Che il tutto si riferisca, come stiamo sottolineando, ad una diversa concezione della femminilità è riprovato dal fatto che si tratta sempre di un'orsa e mai di un'orso. Il racconto del catasterismo (traslazione in cielo) di Callisto come Costellazione dell'Orsa è, naturalmente, un abbellimento poetico funzionale alla nuova ideologia conquistatrice, per quanto c'è chi sostiene, come lo studioso francese Jean Richer, che si tratta di un preciso riferimento calendariale. Lo stesso significato del mito di Callisto lo possiamo rinvenire nella vicenda di Atalanta e del cinghiale calidonio: in illo tempore la Dea Artemide inviò a devastare la regione di Calidone un possente cinghiale, adirata per la mancata offerta di primizie da parte di Eneo, che a tutti gli Dei aveva sacrificato tranne che a Lei. Per uccidere il cinghiale, Eneo chiamò a raccolta – come riferisce Apollodoro – "i più forti di tutta la Grecia" e, tra essi, la vergine Atalanta, "dall'Arcadia", cioè dalla Terra dell'Orsa. La giovane, tra l'altro, era stata svezzata proprio da quest'animale (come Callisto discendeva da Pelasgo, così Atalanta pare fosse figlia di Scheneo, "l'uomo dei giunchi": altro rimando al mondo pelasgico pre-indoeuropeo). Claudio Eliano, scrittore del II° secolo d.C., riferisce con abbondanza di particolari la vicenda mitica di Atalanta e la sua lettura non può che confermarci nell'idea che anche attraverso il suo mito la figura dell'orsa, nella mitologia greca, rappresenta l'idea del ritorno alla natura selvaggia e incontaminata, in precisa antitesi con la successiva cultura indoeuropea della soggezione della donna, in quanto riflesso della stessa natura. Scrive infatti Eliano (Storie Varie: XIII: 1-2): "Quando nacque, il padre decise di abbandonarla, perché sosteneva di non avere bisogno di femmine, bensì di maschi". "Lei amava il suo stato verginale, rifuggiva dalla compagnia dei maschi e desiderava vivere in solitudine; si andava a ritirare sul monte più alto dell'Arcadia: lassù vi erano un vallone solcato dalle acque, querce maestose e inoltre pini che producevano un'ombra assai fitta". La successiva descrizione dei dintorni della grotta dove la vergine passava i suoi giorni è in pratica un vero inno alla natura selvaggia e spontanea. Non bisogna pensare che Atalanta fosse però una specie di moderna e anemica postulatrice della New Age: "Atalanta usava come giaciglio le pelli degli animali da lei cacciati, e come cibo le loro carni...". "Atalanta aveva due peculiarità che lasciavano attoniti: una bellezza inarrivabile e - insieme - la capacità di incutere una tremenda soggezione; nessun uomo, vedendola, si sarebbe innamorato a cuor leggero di lei, anzi, non avrebbe neppure osato assolutamente guardarla negli occhi: tanto era il fulgore che, con la bellezza, abbacinava lo sguardo altrui. A incontrarla si restava impauriti...". Apollodoro scrive di lei (Biblioteca: III, 9,2): "...un'orsa si recava spesso a visitarla...". "Quando Atalanta fu adulta si mantenne vergine e trascorreva il suo tempo armata cacciando in luoghi desertici”. Che si riferisca o meno ad una stessa Atalanta, è in linea con la nostra interpretazione il mito della gara di corsa tra la vergine e i suoi pretendenti, i quali venivano messi a morte se perdevano. Infatti un'oracolo consultato da Atalanta aveva vaticinato: "Tu non hai nessun &lt;br /&gt;bisogno di un marito, Atalanta. Evita l'esperienza coniugale..." (Ovidio: Metamorfosi). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OVIDIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da troppo tempo la storia di Roma appresa pedissequamente sui libri di scuola pesa come una cappa di falsità sulle coscienze di tutti coloro che vogliono andare al fondo delle cose. I libri scolastici, almeno fino a ieri, ci hanno insegnato che Roma fu un tutt’unico, quanto a idealità e condotta ideologica. Ebbene le cose stanno molto diversamente e si comincia a scoprire che nel mondo romano vi furono DUE ANIME, in perenne lotta fra loro: potremmo chiamarle  l’anima di Remo  e l’anima di Romolo. La prima incarnava il sostrato protomediterraneo, legato al culto della Natura, ad un ideale di vita tendenzialmente pacifico, alla ricerca del destini dell’uomo attraverso la comunione con la propria madre tellurica. La seconda, generata dall’irruzione di stirpi extra-mediterranee nelle sedi altrui (furono i primi extracomunitari della storia...), propugnava ideali di sopraffazione, anche all’interno di se stessi (con le loro donne), di una spiritualità avulsa dalla realtà e autocastrante. Queste due anime le troviamo presenti fin dalle origini e lungo tutto il corso della romanità fin oltre il suo epilogo, quando nella prima Roma dei Papi l’anima remia dava ancora segni di vita nella celebrazione degli ultimi orgiastici Saturnali. Il poeta latino Ovido fu uno dei personaggi che incarnarono, ad un certo punto di questa vicenda, l’anima di Remo, di contro a quella romulea preponderante assommata nella figura del figlio adottivo del golpista Giulio Cesare: Ottaviano Augusto. A differenza della cerchia di poeti raccolti attorno all’etrusco Mecenate, che avevano abbandonato la primitiva impostazione poetica neo-greca per celebrare in versi i fastigi di Roma, Ovidio rimase tenacemente fedele alla concezione di un’esaltazione spensierata della Vita, anche quando, per necessità vitale, dovette esteriormente abbandonare questo stile e convergere anch’egli verso la redazione di componimenti filo-romani, come il Libro dei Fasti. Ma proprio in questo suo Liber Fastorum Ovidio inserì - quasi in codice - dei passaggi di forte critica verso l’establishment clerico-fascista del Wojtyla pagano di allora, dove risaltavano il suo disprezzo per la pesante ritualità augustea, l’ironia e degli spunti dissacranti. Tuttavia questi passaggi vennero individuati e segnalati ad Augusto, tant’è che nell’anno 8 dell’era cristiana gli fu comminato il provvedimento di esilio perpetuo in Romania, a Tomi, alla frontiera col Danubio. Il Libro dei Fasti ci è giunto incompiuto proprio per questa ragione; non c’era più ragione di continuare a scrivere un’opera che il poeta aveva cominciato solo per motivi di convenienza politica! E non si poteva parlare di esaurimento della vena poetica, considerando che a Tomi Ovidio continuò a verseggiare, per quanto privo di quella frivolezza che il trombone romano gli aveva fatto passare... L’autore da noi citato (A. Barchiesi: Il Poeta e il Principe - Ovidio e il discorso augusteo. Laterza, Bari 1994. Vedi anche: H. Scullard: Storia del Mondo Romano, Rizzoli, Milano, 1997) ha fatto osservare nel suo libro su Augusto e Ovidio che finito il periodo delle guerre civili “il ruolo del nemico esterno viene ereditato da un nuovo costrutto ideologico, il nemico dentro che ha a che fare con stili di vita e comportamenti combattuti dal principe”. Il nemico interno, l’anima di Remo, seppe nascondersi anche nel Libro dei Fasti, che nella sua redazione doveva essere una specie di almanacco ragionato con i miti al posto dei santi. Che poi Ovidio abbia scritto questi Fasti di controvoglia e con uno stile disordinato e trascurato - contrario allo stile del suo capolavoro, Le Metamorfosi - è altamente significativo e fu anche riconosciuto da un grande latinista come Concetto Marchesi. Una analisi dei possibili passi compromettenti e antiaugustei sono stati rintracciati da Luca Canali e Marco Fucecchi nell’edizione dei Fasti curata dalla Rizzoli per la BUR. Ovidio stesso, per spiegare la causa del suo esilio, parlo di un carmen e di un error. Nei Fasti, che con validi motivi si suppone possano essere il carme incriminato, c’è uno sfacciato ed imprudente sberleffo nei confronti della moglie di Augusto, Livia, - qui sta l’errore? - la quale viene definita “degna del tàlamo di Giove”, un Giove che Ovidio continuava a dipingere affaccendato a trasferirsi da un letto all’altro! Questa potè dunque essere la motivazione ufficiosa dell’esilio del poeta? Sì, ma quella vera è più grave e compromettente, come hanno dimostrato due studiosi britannici nel 1992, in due relazioni. S. Hinds e C. Phillips hanno sostenuto la tesi che i Fasti fossero un vero e proprio attacco mascherato ad Augusto e alla sua politica moralista e scleroticamente conservatrice. Essi hanno ravvisato nel modo derisorio con il quale Ovidio parlava di Romolo un attacco allo stesso Augusto. Nel Libro II dei Fasti l’estesa e sistematica comparazione che Ovidio istituisce tra il principe e il suo arcaico prototipo romano sembra rivelare un piano nascosto, quello di attaccare quest’ultimo nel mentre lo si loda, ridicolizzando il suo precursore Romolo. Cosicchè tutti gli sberleffi al rozzo fondatore di Roma colpiscono in realtà il suo successore che ha impegnato l’intera cultura della sua epoca a cantare la virtù dell’età arcaica. Nella variazione sovversiva di Ovidio, quanto vale la lode di Augusto una volta affiancata dalla denigrazione del prototipo ideologico scelto da Augusto stesso? Inoltre, Ovidio ne I Fasti oppone consapevolmente tra loro diverse tradizioni calendariali col risultato che questi ultimi nasconderebbero dietro l’apparenza di un poema scritto in omaggio al regime di Ottaviano Augusto, un’opera dissacrante in cui sono prese di mira la morale romana dell’epoca, la famiglia dell’imperatore, l’imperatore stesso e tutta l’ideologia augustea. Noi, per conto nostro, avevamo però già notato questa cripto-politica leggendo un’operetta ovidiana che più insulsa non si potrebbe pensare: Heroides, ovvero delle immaginarie lettere che sarebbero state composte da varie “eroine” dell’Antichità ai loro amati “eroi”. In realtà i 15 componimenti sono tutti indirizzati a dei Greci, tra cui Enea,  - ma non è Enea il capostipite della schiatta di Roma? - in modo tale da evitare l’accusa di un attacco diretto ai miti di Roma. Esaminiamo, ad esempio, la lettera che la sventurata Didone “scrive” proprio al pio e timorato Enea, riportandone solo i brani che sanno di sberleffo e rimandando il Lettore all’edizione citata in nota. “Hai deciso, Enea, di sciogliere insieme le gomene delle tue navi e le tue promesse e di inseguire quel regno in Italia che non sai nemmeno dov’è?”. “Ciò che c’è, tu lo fuggi; ciò che si deve ancora fare, tu l’insegui; devi cercare in tutto il mondo un’altra terra, mentre un’altra terra l’avevi già trovata. Posto che tu la trovi, chi te ne darà il possesso? Chi donerà i suoi campi perché ci si stabiliscan degli sconosciuti? Ti aspetta un’altro amore? Avrai un’altra Didone? Dovrai fare un’altra promessa, per smentirla una seconda volta?” “Sei tu Enea pietra, montagna, dura quercia cresciuta su altissime rupi, prole di una belva feroce tu sei, sei il mare, come anche ora si vede agitato dai venti, sul quale tuttavia con onde avverse ti prepari a partire. Dove fuggi? (...) il vento e le onde son d’animo più giusto del tuo.” “E l’aver violato la parola data non giova a chi si arrischia sulle onde; è un luogo che esige di pagare il fio della perfidia...” “Bugie, sempre bugie, di certo la tua lingua non ha cominciato a mentire con me e non son certo io il primo bersaglio. Se vuoi sapere dov’è la madre del tenero Julo, te lo dico io: è morta per esser stata lasciata sola dal suo crudele sposo”. “Per di più non ho dubbi che i tuoi dei ti disapprovino...” “Deponi gli oggetti sacri che tu profani toccandoli: non può piamente venerare gli dèi la mano empia. Se son sfuggiti alle fiamme per esser venerati da te, questi dèi avrebbero preferito non essere affatto risparmiati dal fuoco” Assicuriamo il Lettore che in tutte le rimanenti Lettere, Ovidio non fa altro che mettere in ridicolo le qualità morali e umane dei personaggi maschili che, invece, furono tanto osannati dalle tradizioni patriarcali. Tanto per fare un esempio, andiamo a leggere un brano in cui Briseide si rivolge ad Achille e gli mette in bocca figuratamente la concezione mediterranea: “Brutta cosa la guerra; la cetra, il canto e l’amore fan bene; è meglio star stesi su un letto, dopo aver stretto una donna, e pizzicar con le dita una lira di Tracia, che regger con le mani lo scudo e l’asta dalla punta aguzza e portar sulla testa il peso di un elmo”. E’ chiaro che l’anima romulea, Augusto e il partito degli Optimates non potevano tollerare un “disfattismo” così sfacciato. All’epoca in cui non esistevano i quotidiani e i telegiornali, i versi e altri mezzi simili potevano supplirvi con un’efficacia che forse non riusciamo nemmeno ad immaginare. Il nostro discorso su Ovidio e sulla concezione rèmia o mediterranea della Vita non deve però far pensare che tale concezione fosse un qualcosa di poco virile in senso eminente, solo perché si preferirono le cotogne alle spade. Quand’era necessario, si sapeva menar le mani in battaglia altrettanto bene se non meglio di quanto facevano gli inquadrati legionari romani o le impenetrabili falangi macedoni. Purtroppo la differenza fra un guerriero e un militare di carriera non è mai stata compresa da certi intellettuali di destra.... Escludiamo dalla lista dei “guerrieri” i famosi Bersekers scandinavo-germanici, i “guerrasantisti” maomettani e tutti color che, in generale, agognano ad una condizione infra-umana di coscienza.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7956275971750245445-2753299951271235030?l=dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/feeds/2753299951271235030/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7956275971750245445&amp;postID=2753299951271235030&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2753299951271235030'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7956275971750245445/posts/default/2753299951271235030'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://dizionarioideologicodipaganesimo.blogspot.com/2009/07/lettere-n-o.html' title='LETTERE &quot;N-O&quot;'/><author><name>Vittorio Fincati</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://3.bp.blogspot.com/_aFbhq3spWiU/SKXWrhzhv_I/AAAAAAAAAAM/vSU6XJq24-c/S220/gatto+birbone.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7956275971750245445.post-3224394509867425471</id><published>2009-07-08T09:25:00.000-07:00</published><updated>2009-07-08T09:26:41.201-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='paganesimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politeismo'/><title type='text'>LETTERA "M"</title><content type='html'>MAIALE e CINGHIALE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lat. sus; gr. us) - Il detto che “del maiale non si butta via niente” rende l’idea dell’importanza che questo animale dal significato lunare ha avuto nelle antiche culture europee, rispecchiandosi nel simbolismo. Tuttavia il maiale non è altro che la versione addomesticata del cinghiale (in greco “maiale selvatico”, sacro ad Artemide e Ares) e come tale ha avuto un suo significato anche per le popolazioni non stanziali come i popoli nomadi dediti alla pastorizia. Mentre il cinghiale veniva visto precipuamente come un animale distruttore, il maiale e ancor di più la scrofa (lo stesso dicasi per l’orsa rispetto all’orso) venivano visti come una specie di materia prima animale, simbolo di fertilità e fecondità, rispecchiante l’eterno ciclo di nascita, morte e rinascita, tranne che in Egitto dove il genere maschio era visto come la fattispecie dell’impurità. Era sacro a Demetra; durante la festa ateniese delle Sciroforie, a metà luglio, si usava sfracellare dei porcelli in anfratti e crepacci naturali assieme a simboli fallici, l’anfratto essendo visto come una specie di utero della terra. Dopo tre mesi, nella festa ottobrina delle Tesmoforie, ci si recava a raccogliere il materiale decomposto degli animali per gettarlo tra le zolle dei campi, onde propiziarne la feracità. Tuttavia per alcuni popoli nordici, come i Baltici e i Norvegesi, era il cinghiale a rappresentare la Grande Madre. Per gli Egizi - così come per Fenici ed Ebrei - il maiale era considerato animale impuro, in quanto legato alla divinità infernale Seth/Tifone. In base alle vedute di quei popoli il maiale assumeva una connotazione legata all’aspetto distruttore della lunarità, alla luna calante. Forse tale significato negativo era legato alle impurità che l’animale poteva generare in climi molto caldi: puro a Nord (come presso i Celti, dove vi erano diverse divinità “suine”) e impuro a Sud; tuttavia non sembra che in Estremo-Oriente si sia avuta una concezione analoga. Forse gli Ebrei hanno tratto l’avversione per il maiale dagli Egizi, a meno di non ritenere che ciò sia derivato dall’essere il maiale l’animale simbolo degli stanziali Cananei, che gli Ebrei distrussero con pervicacia. L’unica occasione in cui agli Egizi era consentito cibarsene era al momento della luna piena, quando cioè l’astro notturno era nel pieno del suo simbolismo vitale. Secondo Bachofen, che si appoggia ad una testimonianza di Diodoro Siculo, il maiale era connesso con i sacrifici più arcaici, quelli che rigettavano l’uso del vino per le libagioni. Un mito riferiva infatti che nel tempio di Emitea - sorella di Tenedo e vittima di Achille - i maiali avevano rovesciato le anfore contenenti il vino. Se però il vino fu un sostituto del sangue, bisogna invece vedere in questo mito la difesa della rituaria più arcaica e non certo, come deduce il Bachofen, un simbolo della pacifica vita demetrica. Del resto il mito di Tenedo e dell’isola omonima è legato addirittura ad antichissimi sacrifici cruenti, anche umani! Come animale simbolo di pace e prosperità di una stirpe lo si vede nell’episodio dell’Eneide in cui Enea scorge una scrofa con trenta lattonzoli al momento del suo sbarco nel Lazio. Una scrofa come animale eponimo dei Romani non dovette però esaltare la nobiltà patrizia che in seguito cercò di dignificare le proprie origini trasformando la scrofa che allatta in una lupa che allatta, e nonostante che ancora con Cassio Emina la figura della scrofa fosse presente nella storia di Romolo e Remo. Anche in Grecia il maiale era comunque connesso, per via della sua lunarità e del fatto che si cibava anche di escrementi e di cadaveri, con la morte e la trasformazione ultraterrena, come si vede nel mito dei compagni di Ulisse mutati in porci da Circe. L’aspetto distruttore del cinghiale risulta da numerosi miti, tra cui quello di Adone, ucciso appunto da quest’animale, da quello di Erimanto e da quello di Calidone. Le sue zanne, richiamando la figura della falce lunare, venivano usate ritualmente, ed i primi elmi guerrieri era fatti tutti di zanne di cinghiale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MANDORLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mandorlo, come il noce e il nocciolo ha un evidente significato fallico. Quest’albero nasce dalla mutilazione del membro dell’androgino Adgestis, che era nato dallo sperma di Zeus, durante una sua polluzione notturna (Pausania, 7). Dalle mandorle che la ninfa del fiume Sangario raccoglie e mette in seno nasce, infatti, un fanciullo: Atys. Costui a sua volta si mutila come vedremo trattando del mito di Attis. Ciò simboleggia il Ciclo della Generazione, la massima legge che governa il mondo terrestre: ciò che nasce, muore, ma ciò che muore è la conferma di una nuova nascita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MANDRAGORA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella Bibbia, oltre ad esser citata nella Genesi, la mandragora è presente anche nel Centico dei Cantici (7,13) ove si conferma il suo potere afrodisiaco: “Mandragorae dederunt odorem” dice la Sposa invitando lo sposo a seguirla in campagna. Tuttavia la mandragora, almeno per noi occidentali moderni, non profuma affatto, anzi puzza proprio, come ha sottolineato Gustav le Rouge : “Gli Orientali non hanno lo stesso modo nostro di apprezzare i profumi. Essi non hanno alcuna repulsione per l’odore nauseabondo e fetido della mandragora e respirano con delizia il profumo emanato da una specie di valeriana che nessun europeo potrebbe annusare senza provare un violento disgusto, quasi sempre accompagnato da un forte senso di nausea”. La sua stessa inalazione del resto non era esente da rischi: Plinio (25,150) scrive che “coloro che non ne sono informati perdono la parola a causa dell’odore troppo forte”. Un tipo di mandragora era detto dai greci thridacia, cioè lo stesso nome che essi comunemente davano alla lattuga, per via della vaga somiglianza che quella mandragora ha con le lattughe dei nostri orti. Anche la mandragora detta brenthys, secondo Nicandro di Colofone (Fr. 120 Schneider) aveva lo stesso nome della lattuga sulla quale, secondo il mito, cadde Adone moribondo. Ora quest’ultima pianta non è certo un afrodisiaco ed il fatto che un dio dell’amore come Adone vi ci muoia sopra è più che significativo. Tuttavia ci sono degli autori moderni  che scrivono tranquillamente che la lattuga era tra gli emblemi più significativi del dio fallico Min, sottolineando che si tratta di “una pianta afrodisiaca” e che “era considerata un afrodisiaco… poiché conservare la potenza sessuale equivale a preservare la vita”. Evidentemente questo autore non ha ben presente la differenza fra piante afrodisiache e anagrofisiache. D’altronde, raffigurare, come facevano gli antichi, un dio col fallo in erezione non era certamente il mezzo più adatto per manifestare idee di continenza… Ammesso che, nel caso del culto di Min, non si sia trattato proprio di mandragore anziché di lattughe; le aiuole portatili di lattuga che venivano portate in processione rituale in suo onore, hanno riferimento con il simbolismo dei cosiddetti “giardinetti di Adone” che non hanno nulla a che vedere con il contenimento della potenza sessuale, anzi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MARE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. Als) Probabilmente a causa della sua costituzione salata o per il suo perenne movimento, è simbolo di mascolinità. Il mare è stato visto come il teatro ove si svolgevano miti e agitavano divinità. Specialmente nelle culture rivierasche e isolane il mare è stato visto come una dimensione ultraterrena, l’equivalente del cielo o della terra per i popoli continentali. Per tale motivo divinità primordiali datrici di vita abitavano negli abissi profondi e venivano alla sua superficie in particolari fenomenologie, rapportandosi con gli esseri umani. Signore e re del mare era Poseidone ma in epoca più antica dovettero essere Okeanos, Nereo, Forco, Proteo, tutte figure primordiali di “Vecchi del Mare” della vetustissima religione mediterranea preindoeuropea. Proteo si diceva che vivesse nell’isola di Faro, prospiciente il Delta del Nilo mentre altri lo dicevano regnare su Karpathos, tra Creta e Rodi. Queste localizzazioni non fanno che confermare l’idea di una originaria talasso-teologia. Proteo come gli altri suoi simili era dotato di virtù oracolare e metamorfica ed in ciò andava a costituire il contraltare maschile del lignaggio oracolare delle Sibille. A differenza di quest’ultime, doveva essere costretto a vaticinare con la forza, e nel tentativo di sottrarsi a questa costrizione assumeva una varietà di forme. Era quindi il Signore delle Forme (proteiforme), colui che presiedeva al mondo del Divenire. La veggenza di Proteo veniva resa a Mezzogiorno, ora “sacra” e “magica” per eccellenza nel mondo mediterraneo, specie nel periodo della canicola, nel quale la coscienza ordinaria si apriva a percezioni straordinarie a causa del forte caldo. Nerite era figlio di Nereo, giovane bellissimo e amasio di Afrodite. Per il suo rifiuto di abbandonare le acque del mare e seguire la bella dea nella sede dell’Olimpo, venne trasformato in un volgare mollusco dalla stessa Afrodite. Qui è evidentissimo il significato della sottomissione della Vecchia Religione ad opera delle nuove stirpi nordiche adoratrici del cielo. Tra le divinità femminili, oltre alle varietà di ninfe, (tra cui le cinquanta figlie di Nereo, le Nereidi, tra cui Anfitrite sposa di Poseidone e madre di Tritone, e Aretusa amata dal dio-fiume Acheloo), vi erano Eurinome, madre delle Chariti e salvatrice di Vulcano, con Teti, sposa di Okeanos, le Gorgoni e la celebre Medusa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MARINATOS, SPYRIDON&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Archeologo greco (1901-1974), uno degli scopritore della vera Atlantide, morto in circostanze misteriose sul luogo della scoperta il 1° Ottobre 1974, forse ucciso per impedire una sua testimonianza sui retroscena che portarono al colpo di stato in Grecia nel 1969 . Secondo la testimonianza degli scrittori J. Mavor e J. Pellegrino, il cadavere venne immediatamente e stranamente sepolto all’interno di un palazzo minoico in corso di scavo a Santorini (Delta 16), senza alcun rilievo e cerimonia, e la stanza poi murata, cosicchè nessuno potesse sapere nulla. Tuttavia in seguito il corpo scomparve e almeno dal 2000 non se ne è più trovata traccia. Marinatos, uno dei massimi archeologi, in gioventù si era compromesso con degli scritti su Atlantide che all’epoca furono considerati vicini alle speculazioni di certi ambienti culturali nazisti (The volcanic destruction of minoan Crete, su Antiquity, London 1939) ed in seguito divenne un punto di riferimento propagandistico per la dittatura militare che governò la Grecia dal 1969 al 1974. Nel 1934 aveva scoperto la villa minoica di Amnisos, a Creta, con  le prove dell’eruzione vulcanica di Santorini, ed in quest’ultima località, nel 1967, aveva cominciato gli scavi che l’avrebbero portato di lì a poco alla scoperta dell’antica città minoico-atlantidea. Di lui si ricorda la frase: “Siamo soli, piccoli frammenti in un universo il cui inizio non è da nessuna parte e il cui centro è ovunque”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MATRIARCATO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;« Chiameremo matriarcato il sistema sociale nel quale si stabilisce la discendenza e si trasmette l’eredità esclusivamente attraverso la madre, mentre diremo patriarcato il sistema opposto, nel quale si stabilisce la discendenza e si trasmette l’eredità esclusivamente attraverso il padre. (…) Ma per dissipare convinzioni erronee, che non sembrano essere rare su questo argomento, è forse utile ricordare, o insegnare, al lettore che l’antica e diffusa usanza di trasmettere nome e beni esclusivamente per via materna non implica assolutamente che le tribù che la osservano siano in mano alle donne, in poche parole bisognerebbe tenere sempre ben presente che matriarcato non significa ‘potere-delle-madri’. (…) Anche là dove il sistema del matriarcato, per quanto riguarda discendenza e proprietà, ha prevalso in maniera più completa, il governo effettivo è, per solito se non sempre, rimasto in mano agli uomini. (…) la società umana è stata in passato e - poiché non muta l’umana natura - sarà con ogni verosimiglianza anche in futuro governata soprattutto dalla forza maschile e dall’intelligenza maschile. (…) il potere effettivo viene delegato dalla regina in carica, o Grande Sacerdotessa, al figlio o al nipote o ad un parente maschio più lontano. (…) Ecco quanto il matriarcato è lontano dall’implicare il dominio delle donne. (…) In Africa, per esempio, la carica di re, o di capo, si trasmette spesso per via femminile, ma sono gli uomini, e non le donne, che la ereditano. (…) La teoria di una ginecocrazia è davvero un sogno di visionari e di pedanti. E non meno fantastica è l’idea che la predominanza delle Dee, in un sistema di matriarcato, sia una creazione della mente femminile. Avessero mai le donne creato gli Dei, in tutta probabilità avrebbero dato loro dei tratti maschili piuttosto che femminili. In realtà, i grandi ideali religiosi che hanno lasciato nel mondo traccia durevole di sé, sembrano essere stati il prodotto dell’immaginazione maschile. Gli uomini fanno gli Dei e le donne li adorano. (…) La teoria secondo la quale, in un sistema di matriarcato, le donne governano gli uomini e offrono delle Dee alla loro adorazione è, a dire il vero, di per se stessa così poco verosimile, e così contraria all’esperienza, che quasi non merita la seria attenzione che sembra aver ricevuto » .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MITOLOGIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Mitologia può essere interpretata in diversi modi (il cattolico Dante Alighieri parlava di quattro modi di intendere uno stesso racconto) ma ciò non significa che essi siano tutti veri. Probabilmente la mitologia greca, così come noi la conosciamo, si è formata in epoca micenea dalla confluenza e dallo scontro fra la civiltà mediterranea e quella indoeuropea invasiva. Tutte le interpretazioni esoterico-iniziatiche o comunque spiritualiste sono sorte molto tempo dopo. Un esempio in tal senso ce lo hanno dato i Neoplatonici e l’imperatore Giuliano. Ciò non significa che questo modo di vedere sia illegittimo ma si tratta di una sovrapposizione effettuata su un elemento combaciante preesistente. Un esempio più tipico ancora è quello dell’Alchimia moderna. Questa disciplina si è appropriata della mitologia greca in forma totale (basti pensare agli scritti dell’abate cattolico Pernety), ma noi sappiamo, per esempio dagli studi dell’archeologo Paul Faure, che si trattava di procedimenti metallurgici veri e propri applicati nella Creta minoica! Dunque stabiliamo una gerarchia: prima abbiamo l’originaria mitologia formatasi nel modo sopradetto; successivamente si sono create interpretazioni sempre più sfumate e rarefatte man mano che aumentavano i secoli. Queste stesse tesi possono essere agevolmente dedotte dallo studio proprio dei miti, come quello di Perseo e la gorgone Medusa. Le gorgoni erano tre di cui una, Medusa, mortale. Questa triplicità rimanda evidentemente al simbolismo e al culto lunare degli antichi popoli mediterranei. Essendo Medusa mortale, essa corrispondeva alla fase “calante” dell’astro, connessa con ritualità di morte e trasformazione; da qui l’aspetto terrifico e mortifero del suo volto. Ma questa sarebbe già, in qualche modo, una interpretazione derivata e simbolica se non si tenesse conto, in realtà, che si tratta della ritualizzazione di uno specifico sacerdozio lunare ben radicato sul territorio. Quando infatti la mitologia ci parla di divinità marine – e le Gorgoni lo erano – siamo già in un ambito non indoeuropeo. Osservando le storie mitiche vediamo che le Gorgoni erano connesse con il territorio africano (dove vivevano gli Iperborei o meglio Ipoborei come dimostrato in questo stesso dizionario) e più esattamente la regione atlantidea identificata dal mito in questione nella Tritonide o Libia-Tunisia attuale. Perseo rappresenta lo scontro dei primi achei invasori che dal Peloponneso vengono a scontrarsi col mondo mediterraneo, sia minoico che di altra natura. Leggiamo cosa dice il Graves (Miti Greci, 73 t) a riguardo di Medusa: “per quanto riguarda la gorgone Medusa, essi dicono [autori antichi] che fosse la bellissima figlia di Forco che oltraggiò Atena e guidò in battaglia i Libici del lago Tritonide”. Atena è già una dea mediterranea fortemente modificata dai micenei in senso patriarcale. Graves riferisce che Perseo con l’aiuto di Atena sconfisse Medusa e la uccise in battaglia. Vedere in ciò un significato spirituale è davvero una forzatura. La mitologia non ci è giunta in blocco giù dal cielo consustanziata di significati esoterici ed iniziatici. Lasciamo questa “fede” ai seguaci delle religioni rivelate in un Libro.Graves – facendo riferimento proprio all’immagine vascolare soprastante – aggiunge che questo mito ed anche quello connesso di Bellerofonte “ricorda come i conquistatori elleni usurpassero i poteri della dea lunare”. La mitologia, se volessimo essere riduttivi, è proprio la cronistoria di una continua usurpazione, perpetrata fino ai giorni nostri con i Pontefici cattolici. In un’altra versione dello stesso mito perseico Graves afferma: “Perseo combatte contro una regina libica, la decapita e ne seppellisce la testa nella piazza del mercato di Argo. La leggenda ricorda probabilmente una conquista argiva della Libia, la soppressione del matriarcato in quella regione e la soppressione dei misteri della dea Neith”. Guardate la faccia della Gorgone nel vaso citato: è forse quella di un mostro orrendo? Non è invece la morte di una donna, sacerdotessa di un culto non indoeuropeo, vittima di antichissime invasioni…barbariche?&lt;br /&gt;MELO e COTOGNA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mela è simbolo di dominio universale. E’ curioso rilevare che, ornamento posto nella mano della statua di Venere, sia passata in quella degli imperatori romani che risalgono alla dea tramite il loro capostipite, Giulio Cesare. Da essi, in particolare da Caracalla, la mela divenne una sfera, a volte, con sopra la croce cristiana, che abbiamo vista raffigurata nella mano, assieme allo scettro, di moltissimi regnanti. Altri miti, estranei al mondo biblico, vedono nella mela il frutto proibito. Esiste peraltro tutta una serie di riferimenti mitologici che alluderebbe ad un vegetale vero e proprio, dotato di proprietà “stupefacenti” . Per gli elleni il paradiso, ovvero il luogo ultramondano ove finiscono i beati, era conosciuto come Campi Elisi o Eliso. Lo scolio 173 v 5 all’Ibis di Ovidio afferma: Theologi Elysium esse dicunt circa lunarum circulum. Robert Graves scrive: Elisio pare significhi “terra di mele” (alisier era parola pregallica per indicare la sorbola)”. Avallon, la mitica terra celtica dei trapassati significherebbe “isola delle mele” e l’Averno, cioè l’inferno greco-romano, deriverebbe dal celtico abellio che significa melo, da cui l’inglese apple e il tedesco apfel. Presso diverse culture la mela è quindi presente quale elemento caratteristico della sede ultramondana. A rafforzare questa tesi contribuisce, in molti miti diversi, la presenza di un favoloso serpente, attorcigliato proprio attorno ad un albero di mele, come nel caso del drago Ladone, che se la vide con Eracle nella sua dodicesima fatica. A proposito di Eracle, che per primo avrebbe istituito le Olimpiadi, pare che in premio della vittoria ai giochi si offrisse in dono un ramo di melo con una mela e solo successivamente, in seguito ad un ordine dell’oracolo di Delfi, questa fosse sostituita dall’oleastro o olivo selvatico. La relazione sesso-morte paventata nella Genesi, è inseparabile dalla ierografia della mela. Infatti il suo possesso è, il più delle volte, il risultato di una tenzone, di una lotta il cui esito è assicurato da un’intelligenza astuta, serpentina; più che dalla forza bruta. Il serpente della Genesi induce Eva a gustare il frutto; Eracle si appropria dei pomi delle Esperidi, ingannando il guardiano del giardino, il povero Atlante. Questa intelligenza è quella che occorre per manipolare felicemente la “materia” in questione. La mela o il frutto che ne fa le veci, viene concessa all’eroe quale lasciapassare nell’al di là; senza di esso nulla potrebbe essere tentato. In breve, quell’altro Eros di cui parlavamo è la chiave che permette di entrare nel Palazzo chiuso del Re. Un esempio: il mito di Tantalo. Le mele, le pere e i fichi che oscillano davanti al viso di Tantalo e che si allontanano da lui quando questi fa il verso di afferrarli, furono considerati dal mitografo Fulgenzio “frutti del Mar Morto”. Di essi Tertulliano scriveva che appena sfiorata con un dito, la mela si trasformava in cenere. Nel mito di Ippomene e Atalanta, il figlio di Nettuno invoca la dea Venere affinché lo aiuti a vincere la gara di corsa contro Atalanta, il cui premio era la vergine stessa. La dea dell’Eros stacca tre “pomi” d’oro dall’albero che è nel mezzo del giardino a lei sacro, nell’isola di Cipro, e li dà ad Ippomene col consiglio di gettarli tra i piedi di Atalanta. Così avvenne e la vergine perse la gara essendosi attardata a raccoglierli. Conseguenza della vittoria di Ippomene è quella stessa espressa da Ovidio col verbo concubuerunt, cioè “andarono a letto”. Tuttavia avendo trascurato di onorare Afrodite furono trasformati per dispetto in leoni. In questo mito ogni dettaglio è significativo. La similitudine con la favola della Genesi è notevole e forse anche più chiari sono i significati reconditi. Occorre precisare che la parola greca per mela, melon, designa qualsiasi tipo di frutto tondo che somigli ad una mela, e si applica di conseguenza non solo al frutto del melo, ma alla melagrana, alla cotogna, alla sorbola, alla corniola e a molti altri. Il latino pomum designa l’insieme di frutti in miti che potrebbero per questo apparire di differente significato: il senso di essi è sempre lo stesso. Più della mela vera e propria a simboleggiare l’eros femminile dovette esservi la Cotogna, frutto molto apprezzato dagli antichi per il suo forte profumo e per le qualità alimentari. Era infatti presente in numerosi dipinti, a Pompei e Oplonti: ad essa fu sempre legata l’immagine della donna e dell’amore e, da quando Paride l’assegnò ad Afrodite, è sacro a questa dea. Molte raffigurazioni fanno pensare infatti che il famoso pomo della discordia fosse appunto una mela cotogna, così come i pomi delle Esperidi. Il legislatore ateniese Solone aveva prescritto per il cerimoniale delle nozze che la sposa gustasse una cotogna prima di congiungersi con l’amato. La pianta del cotogno era già conosciuta in epoca omerica; il suo centro di diffusione era nell’isola di Creta e nei dintorni di una sua città, Cydonia, ne cresceva la varietà più apprezzata, che in seguito darà anche il nome per la classificazione botanica della specie: Cydonia vulgaris Pers. Per alcuni scrittori i famosi mangiatori di loto (lotofagi) che incontrò Odisseo all’inizio delle sue peregrinazioni si sarebbero nutriti di una sorta di mela selvatica, che dà un sidro inebriante. Si tratta della giuggiola selvatica che d’altronde è un “frutto dei morti”, essendo di colore rosso. I lotofagi non erano forse gli stessi trapassati, la cui condizione specifica è di essere senza memoria? Per loto gli antichi intendevano più generi di piante tra cui, appunto, il giuggiolo, che cresceva nel territorio dei lotofagi, l’odierna Libia. “Laggiù il loro sapore è così gradevole al palato che essi hanno dato il nome sia al popolo di quella regione sia alla regione stessa, che è troppo ospitale, visto che fa dimenticare agli stranieri la loro patria” (NH 13,105). Altro frutto connesso col simbolismo delle mele è la sorba o sorbola o mela acidula, dal colore giallo rossiccio e poi bruno a forma di una piccola pera. Anche da essi è possibile ottenere una bevanda fermentata, così come i congeneri baccarello, sorbo degli uccellatori e sorbo montano. Eagro, padre di Orfeo, significa sorbola selvatica al dire di Graves e questo nome sarebbe connesso al culto della dea Alis o Elis, una divinità trasformatrice, al pari di Circe – facendo anche osservare che in francese sorbola si dice Alisier .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MELOGRANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(gr. sida) Il melograno che così frequentemente è associato al papavero nel mito di Demetra non ha affatto proprietà soporifere, al contrario è spesso associato a Venere, in quanto i suoi frutti spaccati alla maturità simboleggiano materialmente la matrice della generazione. Infatti melagrana in greco si dice sida che designa in primo luogo l’organo sessuale femminile. Si è detto che la morte è intrecciata alla vita: una specie di faccia di Giano, ecco perché fa parte del mito. Hades dette il melograno da mangiare a Kore - in una variante del mito il succo con quattro chicchi (le quattro stagioni) -, per trattenerla nel mondo della generazione, per impedirle di ritornare alla vita “olimpica” che ella prima conduceva con sua madre. Infatti fino al recente passato questo frutto è stato ampiamente celebrato per le sue proprietà afrodisiache e molti sorridevano di questa credenza poiché non sanno che questo potere è dato solo da un suo prodotto derivato, oggi praticamente sconosciuto, il vino di melagrana, ottenuto dalla fermentazione del succo. “Il succo rosso si può far fermentare molto bene, e dà un aromatico vino fruttato. Possiede, se consumato in adeguati quantitativi, un piacevole effetto eccitante” . Il modo per prepararlo artigianalmente è il seguente: si sgranano i chicchi separandoli dalla pellicola bianca amarissima. Si pigiano fino a che cacciano fuori tutto il succo dentro un vaso di terracotta e lì si lasciano a fermentare. Finita l’effervescenza si travasa, in modo da separare il residuo dal liquido e, per conservarlo, si versa sopra uno strato di olio. Si può anche indurre la fermentazione esponendo il vaso, anche di vetro, al sole. Un’aggiunta apocrifa ad un Mattioli stampato nel 1929 fornisce ulteriore incentivo a chi volesse ingaggiare un combattimento amatorio: “Un raffinato medicamento per chi soffre di pigrizia sessuale e per riattivare i luoghi segreti in uomini e donne: prendi le bucce della mela granata (o la corteccia dell’alloro) e una spugna da bagno (naturale), disseccali entrambi e riducili in polvere, e con essa cospargi la parte”. Nella buccia è presente un certo numero di alcaloidi, tra cui l’isopellieretina, che incrementa l’eccitabilità dei riflessi nervosi. Le ghiande e soprattutto le rosse corniole (Cornus Mas L.), come ancora le fave e le giuggiole, sono un frutto dei morti. Graves ci ricorda che “un tabù primitivo riguardava i cibi di colore rosso, che potevano essere offerti soltanto ai morti”, ritenendo che i frutti o fiori di questo colore nascessero dalla morte di un semidio o di un mortale. Cibarsi di questi frutti equivale simbolicamente ad essere partecipi della vita larvale e fatua delle ombre, rinunciando a quella olimpica . Infatti Ade, allorché gli dèi decretarono che Kore dovesse tornare alla luce del sole dagli inferi dove era stata trattenuta contro la sua volontà, in compagnia di sua madre Demetra, pur di trattenerla cosa fece: le mise a forza in bocca i rossi grani della melagrana “affinché ella non rimanesse per sempre lassù, con la veneranda Demetra… (I.O. 2,373)”. L’inno omerico stabilisce dunque un rapporto di consequenzialità fra la permanenza agli inferi e l’ingestione di quei frutti. Anche la melagrana è dunque legata al sangue e alla morte. Tramite i suoi grani maturi, che sono davvero sanguigni, Persefone resta per una parte dell’anno legata al regno dei morti. Tardivamente associata alla fertilità, essa era il simbolo di Demetra e Kore prima ancora che queste venissero associate all’orzo e al frumento, cioè nel periodo miceneo. Propriamente essa rappresenta il sangue, l’omicidio e lo stupro verginale, quindi un simbolo di forza vitale che, posta in mano della dea, la identifica con la Signora della Vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MENTA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pianta della menta non fu sempre così come noi la conosciamo. In un tempo assai remoto e che si potrebbe definire un tempo psichico, essa era una ninfa. Lo scrittore Oppiano, ricordando nel trattato della pesca l’uso della menta come ingrediente per la preparazione di un tipo di pastura per la pesca dei muggini, riferisce che la ninfa Mintha era figlia del fiume infernale Cocito, il “fiume del pianto”. Vivendo in quelle sotterranee regioni divenne l’amante favorita del re degli inferi, Hades. L’idillio si sarebbe protratto nel tempo se il dio non avesse deciso di condurre nel proprio talamo la bella figlia di Demetra, Kore dalle lunghe trecce, per farne la sua sposa legittima. Il mito racconta che Mintha, abbandonata dal proprio amante, proferisse in urla spaventose – non a caso era figlia del Cocito – e facesse tali minacce nei confronti della rivale che la scalzava dal letto del re degli inferi, da suscitare la collera della potente Demetra. La ninfa perì miseramente, senza poter attuare le sue rivalse – aveva detto che avrebbe ben saputo come riconquistare le attenzioni del re – &lt;br /&gt;calpestata e straziata. Impietositosi, Hades la tramutò lì per lì in una pianta odorosa, la menta appunto, con la caratteristica di risorgere più vigorosa qualora la si calpesti o la si tagli, infestando il terreno su cui cresce. E’ quasi il segnacolo che la forza dell’eros non può essere interrata nel corpo ed ogni volta che l’ideologia demetrica la reprime, essa rispunta alla vita endemicamente. I greci la conoscevano anche col nome di hediosmos, “dal buon odore”. Il rapporto Hades-Mintha-Demetra va oltre il mito per il fatto che uno dei pochissimi templi di Poseidone – è questo l’altro nome di Hades e che significa “sposo della terra” – sorgeva ai piedi del monte Minthe, in Elide, che prende il nome da Mintha ed era contornato da un bosco, sacro alla dea delle messi. Pare di leggere in questa topografia sacra che l’eros è infero, inconscio, scaturisce da Ade, e Demetra vi preside per organizzarlo ed irregimentarlo. Questo rapporto si palesa in base alle seguenti considerazioni: Mintha-ninfa è un’amante, una concubina, come tale Mintha-pianta non può che ricalcare queste caratteristiche già riconosciute dagli antichi medici: Galeno affermava che “muove agevolmente gli appetiti di Venere”. Le minacce di rivalsa che la ninfa si accingeva a mettere in opera si attuarono nelle vesti di ninfa-pianta, essendo stata distrutta per tempo. Sopravvisse in sordina, quale ingrediente del Ciceone, la bevanda sacra dei Misteri di Eleusi. Il primo bibliotecario ufficiale della biblioteca di Alessandria, Zenodoto di Efeso, ci ha riferito che Mintha una volta era chiamata “Iynx”. Questa parola greca ha tre significati: uno strumento sonoro di magia erotica; l’uccello torcicollo (Iynx Torquilla L.) anch’esso utilizzato in questo tipo di magia; una maga esperta in filtri amorosi. Vi è un’equitazione menta=seduzione erotica non solo nel campo vegetale ma pure in quello psicologico e fisico-magico contenuti in questo nome. Il mito in questione è ancora più significativo di quello di Myrra, che vedremo più avanti, poiché nel primo sotto le specie della rinascita della menta calpestata si va a significare la superiorità – almeno per quegli ambienti che avevano sviluppato questa versione del mito – dell’amore eretico e libero su quello convenzionale e regolamentato che, nel secondo già ci appare interpolato da punti di vista “demetrici”. Inoltre è di Marcel Detienne l’osservazione che “mentre eccita il desiderio sessuale, la menta lo allontana dalla sua funzione generatrice che ricalca l’opinione degli antichi che in molti afrodisiaci vedevano anche degli antifecondativi che proteggevano quasi il piacere dalle indesiderate conseguenze dell’atto genesiaco. Dioscoride: “messa nella natura delle donne avanti al coito, non le lascia ingravidare”. Inversamente le piante anafrodisiache, come le lattughe, inibiscono il desiderio ma favoriscono i processi di gestazione e sviluppo. Il mito palesa un’antitesi ideologica e culturale tra l’ideale della seduzione e del piacere (Mintha amante) e quello della continenza e del matrimonio (Kore sdegnosa); antitesi idealizzata in un contesto atemporale ma che in realtà rappresentò un mutamento storico sviluppatosi per secoli. Kore o Persefone, così come fu chiamata dopo che andò sposa ad Ade, è invece una sposa legittima e come tale destinata ad essere madre feconda di figli legittimi. La sua supposta facoltà antigenerativa opponendosi allo sviluppo naturale della vita ha fatto sì che la menta fosse una delle piante, come il prezzemolo, adoperata nei rituali funebri che, tra l’altro, esplicava molto bene coprendo il puzzo delle carni in decomposizione. Dobbiamo precisare che la menta di cui stiamo trattando, quella definita da Linneo piperita, cioè pepata, per via del suo sapore pungente, è la stessa che alcuni botanici pretendono sia comparsa per la prima volta in Inghilterra nel 1696. Ciò sarebbe avvenuto attraverso una triplice ibridazione: la menta silvestre e quella “rotondifoglia” avrebbero generato la “verde” che, poi, si sarebbe ibridata con quella “acquatica” e da quest’ultima unione avremmo avuto la nostra menta. Non sta a noi entrare nel merito del problema ma facciamo osservare che altri botanici come il Murr considerano la menta citata già da Dioscoride e Teofrasto come la “piperita”. Per via dell’odore penetrante e gradevole che rinfresca e lascia, come dicevano gli antichi, la “bocca buona” profumando l’alito, la menta rientra nel novero delle piante preposte a favorire e stimolare i connubi tra gli opposti sessi. Per Ippocrate una forte dose di menta provocherebbe spermatorrea ed impotentia erigendi. Nell’inibizione della generazione bisogna considerare la qualità di pianta “fredda” che molti autori le hanno dato. Il freddo è analogo all’oscurità e alla morte, a tutto ciò che si oppone alla vita. Mintha vive nell’Ade ed è figlia di un fiume infernale. La sua opposizione a Demetra e Kore è anche quella fra i cereali che sostentano la vita e le piante utili sono per cose “futili”, come ritenevano certi antichi. Non a caso i lessicografi greci avevano stabilito una corrispondenza fra il termine Mintha e minthos, indicante lo sterco e gli escrementi, così come potrebbe esistere col latino mentula, membro virile, poiché se la nostra pianta oscilla fra qualità “fredda” e “calda” è per la duplicità della sua natura, che ne fa una specie “mercuriana”: con la qualità “calda” stimola la sessualità, con quella “fredda” ostacola la procreazione. Letteralmente si tratta invece del Pulegio.. La menta propende comunque verso la sterilità, poiché non si riproduce per seme, ma attraverso gli stoloni o per talea, quindi “estendendo” in qualche modo se stessa nello spazio circostante. Difatti, nel culto della feconda Demetra era fatto divieto di introdurre la menta nelle vivande, come ha ricordato il Brelich. Era, inoltre, il condimento principe nel consumo delle fave – cibo dei morti – e rientrava nella composizione del ciceone – la bevanda rituale di coloro che “morivano” alla vita profana nell’iniziazione elusina. Pare che il ciceone fosse una vera e propria droga rituale, una soluzione idroalcolica di menta-pulegio, e orzo, maltizzata, che conteneva un fungo parassita, la claviceps paspali, parente dell’LSD-25 ottenuta dalla claviceps purpurea ma di circa venti volte meno attiva. Comunque la stessa mentha pulegium a dosi molto elevate può agire a mo’ di stupefacente… E’ così probabile che il kykeon, bevuto dopo un lungo e severo digiuno, producesse una sensazione di &lt;br /&gt;estrema eccitazione su cui le immagini e i riti dei misteri dovevano avere un profondo effetto. Dunque una pianta dell’amore infero, poiché non sposava l’atto sessuale con la generazione dei figli. Ippocrate la associò, nelle sue prescrizioni sul morbo sacro, al divieto di indossare un mantello nero, né di mangiarla, tantomeno in tempo di guerra, né di coltivarla. Un frammento orfico ci narra infatti che un tempo la menta “era un grande albero, carico di frutti” – forse analogo all’albero della tentazione di Eva – Quest’albero, riferisce il mito orfico, fu preso in odio da Demetra che si trovava a passare da lì disperata per la perdita dell’amata Kore e la condannò da allora in poi alla perpetua sterilità. Fu così che nacque la calaminta, dal greco “cattiva menta”. La frigidità della menta paradossalmente può venire incontro per favorire il rapporto sessuale. Possiede infatti una leggera azione anestetica locale che già si manifesta se viene assaporata sulla lingua: usando l’essenza in diluizione inferiore all’uno per cento, applicata direttamente sul glande, esplica azione anestetica poiché uno dei suoi componenti chimici, il mentolo, eccita le terminazioni nervose superficiali che trasmettono la sensazione del freddo e di quelle sensitive in generale con conseguente analgesia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MIELE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I teologi usano il miele in numerosi e disparati simboli, in quanto possiede sia il potere di purificare sia il potere di conservare (…) Per i teologi la dolcezza del miele, rappresenta il piacere che deriva dall’unione sessuale (…) le ninfe-anime che gli antichi chiamavano specificatamente “api”, perché artefici di piacere (…) Gli antichi, poi, chiamavano Melisse le sacerdotesse di Demetra (…) e Kore stessa “Mielata”; e chiamavano Melissa la Luna, che presiede alla generazione (…) Per gli antichi il miele era anche simbolo di morte (…) volendo con ciò esprimere in modo allusivo che la vita dell’anima muore a causa del piacere (…) Però non chiamavano “api” indistintamente tutte le anime che scendono nella generazione, ma solo quelle destinate a ritornare di nuovo al luogo di origine”(Porfirio: L’antro delle ninfe). Il simbolismo identifica l’ape, melissa/melitta in greco, con l’anima dell’iniziato e il miele con la pulsione sessuale o lo sperma. Ancora prima di Omero, nel mondo cretese, le tombe minoiche avevano forma di favo, quale alveare sede delle anime-api e molte raffigurazioni, dal culto di Hermes a quello di Mithra, ci rappresentano l’anima come un’ape. Si tratta di un antichissimo simbolismo, ripreso con abbondanza di particolari da Virgilio (Georgiche 4,281-558) e preso alla lettera da coloro che non erano partecipi delle segrete metafore. Su questo simbolo in particolare, Porfirio non si esprime chiaramente ma fornisce gli elementi per andare al di là del fatto letterale. Il bue ed il toro rappresentano, in diverse forme tradizionali, il segno della fecondità inesauribile, ragion per cui la costellazione zodiacale del Toro è, astrologicamente, l’esaltazione e il domicilio della Luna cioè la massima mediatrice di ogni generazione. Da questa luna-toro o bue scaturiscono le anime-api che si dirigono verso l’incarnazione. Dato per certo che l’ape è l’anima transumante, il miele che le api ripongono e serbano nei favi degli alveari non può che essere il liquido che attua il passaggio anima-corpo: lo sperma. In sanscrito il miele si dice madhu che significa anche effetto, conseguente l’attività dell’anima-ape che ronzando (dormendo) raccoglie il miele caduto dal cielo sui fiori e lo ripone nell’alveare (corpo) ove servirà da nutrimento per altre anime-api. Nel mito riferito da Porfirio questi insetti riponendo il miele nei favi-corpi vanno a significare che è contenendo il “miele” che l’essere incarnato può aspirare ad una vita immortale. Pare che anche il famoso vaso di Pandora contenesse miele. Dalla capacità di fornire grande abbondanza di nettare per le api ha preso nome la pianta della melissa, nota per le sue proprietà tonico-stimolanti. Melisse era l’appellativo delle donne che partecipavano alla Tesmoforie “e una delle caratteristiche di questo insetto, che sul piano animale simboleggia la donna-emblema delle virtù domestiche, è di provare un vero orrore per i profumi e un’avversione invincibile nei riguardi dei seduttori e dei libertini”. Come pegno dell’immortalità, di virtù catartica e purificatoria, il simbolo miele ha una puntuale conferma nel miele elementato del mondo corporeo: il miele era effettivamente usato come conservante di frutta e come uno dei principali antisettici: serviva ad imbalsamare i corpi perché, chiudendo i pori della pelle, impediva la putrefazione. In medicina, puro e mescolato, agiva come rimedio contro le febbri, come antidoto e pozione per i debilitati e contro varie affezioni. Così come si riteneva che le api nascessero dalle carcasse dei bovidi in decomposizione così si pensava anche che il miele cadesse dal cielo (Aristotele: H.A. 553 b, 554 A), allegoria sulla quale non è necessario soffermarsi. Per tale motivo fu simbolo d’illuminazione intellettuale e di divina ispirazione. Fa parte della bevanda rituale dei Misteri di Eleusi, il ciceone. Essendo l’essenza che veicola la vita, il “miele” è anche la dolcezza pericolosa della seduzione erotica, dell’ebbrezza che avvolge nell’oscurità o che porta all’illuminazione della conoscenza. Fin dai tempi di Omero, l’erotismo, le arti e i modi della seduzione, i doni di Afrodite, sono definiti “mielati”, dolci come il miele, e melitodes appunto era una designazione di Kore, bella figlia di Demetra, andata sposa ad Ade. In un frammento orfico (154 Kern) la Notte suggerisce a Zeus il modo per attaccare il padre Crono: quando tu le veda sotto le quercie dalle alte foglie ubriaco per il frutto del lavoro delle api ronzanti e Porfirio così commenta: Per i teologi la dolcezza del miele, con la quale Crono viene tratto in inganno per essere poi castrato, rappresenta il piacere che deriva dall’unione sessuale. Melissa o Melitta era la dea nel suo aspetto di ape regina, di governatrice e dispensatrice di anime. Come tale aveva un paredro a lei associato nel culto, che spesso soccombeva, dovendo rappresentare l’eterno ciclo di nascita e morte, cui solo la dea sovrastava e, di conseguenza, coloro che erano affiliati al suo culto. Secondo il mito Afrodite si unì con Anchise mentre ronzavano loro interno delle api; la stessa Cibele, l’afrodite frigia del monte Ida, era adorata come ape regina e i suoi sacerdoti si castravano in un’estasi mistica, così come l’ape regina uccide il maschio strappandogli i genitali. Uno dei principali luoghi di culto di Afrodite era in Sicilia, sulle falde del monte Erice, che traeva il nome dal fatto di essere ricco di erica, una pianta molto appetita dalle api per la grande abbondanza di nettare. All’erica sono associati i miti di Eretteo e di Erittonio mentre ericina era un appellativo della Grande Dea, che pare significasse “regina dell’erica”. Ericapaios era il nome di uno dei suoi paredri locali, divinità primaverile analoga a Dioniso e Priapo. Eretteo potrebbe significare “colui che si affretta sull’erica” ed Erittonio “della terra dell’erica”, con riferimento all’ape. Erittonio nacque dalla Madre Terra presso Atene. Questa vi fu fecondata dallo sperma che Atena aveva gettato dopo che Efesto, presa dal parossismo, aveva eiaculato sulla sua coscia. Nei miti più antichi pare che Anchise soccombesse in maniera cruenta, così come Osiride, paredro di Iside, venne castrato da Set sotto forma di cinghiale. Anchise infatti è sinonimo di Adone ed aveva un santuario ad Egesta (Segesta), appunto presso il monte Erice. Pare comunque che l’origine storica dell’utilizzo delle api per la produzione del miele provenga dall’isola di Creta, come lascerebbero intendere alcuni termini tecnici pre-ellenici dell’apicoltura: keros (cera), kerion (favo), kerinthos (cerinto), simblos (alveare), smenos (sciame). Al miele è legato anche il mito del cretese Glauco, figlio di Pasifae e Minosse. Mentre il piccino inseguiva un topo, o giocava con una palla, era caduto dentro un’enorme giara, un dolio colmo di miele e vi era affogato a testa in giù. Non sapendolo, i genitori avevano incaricato Poliido di cercarlo. Questi lo trovò ma quale non fu la sua sorpresa quando Minosse, consultati i Cureti, gli ordinò di resuscitarlo, rinchiudendolo con il cadavere ed una spada nel sepolcro. Mentre rifletteva sulla mala sorte, Poliido assistette alla scena di un serpente che ne resuscitava un altro, mettendogli in bocca un’erba: decise di imitarlo con Glauco e lo salvò. Il mito si ricollega in tutta evidenza a quello della castrazione di Crono e a quello di Poros ma, con lo schema dell’erba salvifica offerta dal serpente, si affianca se non pure precede, il mitologhema della mela di Adamo ed Eva.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MILOS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Isola dell’Egeo posta nell’arcipelago delle Cicladi a breve distanza dall’Attica. Di natura vulcanica, assomiglia per conformazione all’isola di Santorini, in quanto il cono vulcanico centrale, dopo avere eruttato, sprofondò su se stesso, generando una caldera in cui irruppero le acque del mare. Ciò, per Milos, accadde molto prima di Santorini: 90.000 anni fa. Permangono tuttavia modeste effervescenze vulcaniche, come sfoghi di gas e sorgenti di acqua calda, oltre a non recenti terremoti. L’isola, abitata già nel Neolitico e popolata poi da Cari e Fenici (significati, nel mito, da Afrodite che avrebbe inviato da Cipro nell’isola l’eroe Milo), viveva periodi di prosperità grazie alle risorse minerarie, in particolare ossidiana, di cui l’isola aveva quasi il monopolio, assai ricercata nell’Antichità, pietra pomice, argilla, caolino, zolfo e allume. Grazie al benessere acquisito col commercio e la lavorazione dell’ossidiana i Miloti, chiunque essi fossero, sfruttarono la successiva scoperta del rame e, acquistandolo all’estero, si specializzarono in questa nuova lavorazione che sopraffaceva del tutto quella dell’ossidiana. In questo periodo, che va dal 3.300 al 1.100 a.C. si andò enucleando la città presitorica di Filakopì che al culmine del suo apogeo, tra il 2.000 e il 1.600 a.C. venne però assalita e incendiata da misteriosi invasori. In seguito la città venne ricostruita dotandola di ampie mura di difesa dello spessore di 6-9 metri, mentre i reperti archeologici testimoniano a questo punto della preponderante influenza cretese. Nonostante le precauzioni difensive la città viene nuovamente assalita e distrutta. In seguito, cioè a partire dal 1.400 a.C. Filakopì viene riedificata ma nuovamente assalita e contemporaneamente affiorano tra le mani degli archeologi reperti non più cretesi ma micenei. Pare verosimile che tutti questi assalti subiti dalla ricca e fiorente città siano stati orchestrati dagli invasori Achei del Peloponneso. Filakopì decade poi definitivamente con il collasso del mondo miceneo, quasi all’improvviso. Da diversi secoli l’isola è in lento ma costante sprofondamento sotto il livello del mare, cosicchè molte vestigia storica sono divenute pertinenza dell’archeologia subacquea. Attorno all’anno 1000, con l’invasione da parte della tribù greca dei Dori, l’isola comincia a riemergere dal disastro e si afferma anche uno stile ceramico: le anfore di Milos. Ormai nella Storia, Milos combatte assieme a quasi tutti i Greci contro gli invasori Persiani ma in seguito, passata con gli Spartani per non farsi assorbire nella sfera d’influenza di Atene, venne attaccata da quest’ultima e nel 415 a.C., grazie a un tradimento, venne conquistata. Nell’operazione militare condotta dalla democrazia ateniese vennero massacrati tutti gli abitanti maschi mentre le donne e i bambini furono venduti come schiavi. I sopravvissuti, grazie alla vittoria spartana su Atene di dieci anni dopo, riuscirono a rientrare nell’isola e ad espellerne i 500 coloni che vi si erano installati grazie ad un’estrazione a sorte decisa dalla città attica. Nel frattempo l’eco della strage militare aveva suscitato un’ondata di sdegno tra gli stessi ateniesi e lo storico Tucidide scrisse a riguardo della vicenda delle pagine che sono divenute immortali. Con l’avvento della potenza macedone, anche Milos viene assorbita nella sua sfera d’influenza e ne seguì i destini per diventare, con la morte di Alessandro Magno, pertinenza del regno ellenico d’Egitto. E’ quest’ultimo un periodo di benessere e prosperità che la vede passare alla storia per due grandi creazioni artistiche: le statue della Venere di Milos e quella di Poseidone (oggi rispettivamengte al Louvre e ad Atene). La Venere di Milos venne trovata l’8 aprile 1820 da un isolano che stava lavorando in quello che poi sarà scoperto essere lo Stadio. Casualmente due francesi che sostavano nell’isola si avvidero del ritrovamento e, dopo qualche traversia, la fecero acquistare dall’ambasciatore francese a Costantinopoli che la spedì in Francia ma, durante le operazioni di trasporto, perse le braccia! Oggi a Milos vi è solo una copia in gesso ed è un vero peccato che l’originale non sia di nuovo a casa sua. Del resto l’isola era consacrata ad Afrodite, come già testimonia la monetazione: « La cotogna è senza dubbio il frutto di Milos che orna le monete di quest’isola delle Cicladi. Nell’Antichità, tali simboli incisi sulle monete evocavano spesso il nome della città mediante ciò che rappresentavano. Così era per la cotogna scelta per ornare la moneta della città di Milos, “mela”. Allo stesso tempo, la scelta di questo frutto consacrava la città alla divinità cui era stata votata. Nel caso di Milos, si trattava senza alcun dubbio di Afrodite di cui si trovò nella città antica la celebre statua » . Sul verso di questa moneta si distingue una falce di luna crescente, mentre in un’altra simile vi è una testa di ariete, simbolo anch’esso in rapporto con questa città, poiché melon significa anche “montone” in greco arcaico. La prosperità continuò nel periodo della dominazione romana finchè, nel II° secolo d.C., si installarono anche qui i Galilei e anch’essi fecero passare alla storia l’isola per via di certe catacombe che sono le uniche di tutta la Grecia ed anche tra le più caratteristiche di tutto il Mediterraneo. La cospicua presenza cristiana è forse dovuta al fatto che a Milos essi venivano inviati come schiavi a lavorare nella locale miniera di zolfo (attiva fino al 1956) . L’isola dette i natali al filosofo Diagora (vedi Voce). Oggi Milos è sprofondata nella “tranquillità” turistica degli ultimi anni, ma è stata per tutto il corso dei suoi secoli storici un fiorentissimo centro commerciale, tanto che molti paesi europei vi stabilirono degli uffici consolari. Oggi esporta minerali come pozzolana e spato pesante e, in campo agricolo, pomodori, meloni, cocomeri, olive, arance, mandarini. E’ dotata di un piccolo aereoporto ed ha circa 5000 abitanti. Dal punto di vista pagano l’isola conserva le sue tracce più che nei reperti conservati nel locale museo archeologico, nel suo ambiente naturale, in base alla dottrina del fulgore mitico elaborata da Karoly Kerényi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MINOTAURO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(lett. toro di Minosse) – Il suo nome era Asterio o Asterione, figlio adulterino di Pasifae, moglie di Minosse, e di un toro bianco venuto dal mare. A causa del suo orrido aspetto taurocefalo venne rinchiuso nel Labirinto. Ad esso gli Ateniesi dovevano inviare in sacrificio di sudditanza, periodicamente, sette giovani e sette vergini. Tutto il mito concernente il Minotauro non è altro che la simbolizzazione (sincretismo) del periodo di massima potenza politico-sacrale, detta anche thalassokratia, della civiltà egeo-cretese. Questo periodo, che raggiunse il suo apice prima dell’eruzione che distrusse l’isola di Santorino, era rappresentato dal culto del toro che divenne l’emblema per eccellenza di quella civiltà. Pertanto Minotauro non era altro che il potere di Minosse (analogo al titolo dinastico convenzionale “Faraone” per gli Egiziani) irraggiantesi attraverso il simbolo taurino dalla sede labirintica, cioè, probabilmente, dal Palazzo di Cnosso. La sua uccisione ad opera di Teseo testimonia del crollo della potenza navale minoica e delle prime invasioni achee dell’isola. L’aspetto solo difensivo della potenza minoica era simbolizzato dal mostro Talos, in cui si può riconoscere una più antica simbolizzazione di questa stessa potenza, sia per la radice del nome, che riconduce al tema della parola Atlantide (vedi voce corrispondente), che per la sua possibile identificazione con un primigenio dio tutelare precedente la diffusione del culto del toro e che è di probabile origine mesopotamica o egizia (Pernice).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MIRRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La parola greca Myrra o Smyrna è di origine semitica e vuol dire semplicemente pianta profumata, tant’è che la stessa radice designa anche un’altra specie botanica nota per il suo profumo nell’antichità: il Mirto, chiamato dai greci Myrtos o Myrrine. Ciò vale anche per il Macerone (Smyrnium Olusatrum), pianta una volta coltivata negli orti tra le aromatiche ed oggi abbandonata. Nel mondo antico la mirra era infatti considerata il profumo per eccellenza, sia per l’uso sacrale che profano che se ne faceva ed aveva il valore che oggi corrisponde a quello della valuta. In contrasto con altri autori noi poniamo questa gommoresina sotto il simbolo di Venere, in quanto l’uso che ne veniva fatto era precipuamente erotico, sia sul piano umano che extraumano. Fisiologicamente i profumi agiscono sull’animus delle persone attraverso il sistema sanguigno, ove sono condotti dalla respirazione. L’aroma venereo di questo vegetale si otteneva facendo evaporare l’essudazione spontanea che geme dal tronco e dai rami dell’arbusto su delle braci. Da questa materia si ricavavano degli unguenti profumati che venivano poi conservati in recipienti di onice o di piombo onde, con la loro pesantezza ed opacità, non ne disperdessero l’essenza. Provenendo da remote regioni dell’Arabia e dell’Africa orientale fin dall’antichità c’è stata incertezza sull’identificazione della mirra. Lo stesso Dioscoride di Anazarbi ne enumera diverse specie nel suo De Materia Medica: la migliore la indica in quella detta troglodytica, poiché proveniva da una regione a nord dell’Etiopia così chiamata perché i suoi abitanti vivevano in caverne. Essa si caratterizzerebbe per essere la sua essudazione di color verde, trasparente ed amara al gusto. In ogni caso è da preferirsi quella che sia fragile al tatto dal colore uniforme e che, rotta, mostri alcune venature biancastre; amara ed acuta, profumata. Questa mirra eletta da Dioscoride si può identificare con la Commiphora Opobalsamum, mentre quella abitualmente reperibile sul mercato nazionale, qualora non venga sofisticata con mirre indiane, come quasi sempre succede, è la Commiphora Abyssinica, dal colore giallo rossiccio. Il nucleo del mito è costituito dal’innnamoramento della giovane Myrrha per il proprio genitore. Il fatto che essa rifiutasse tutte le profferte amorose dei vari pretendenti per dirigersi solo verso il padre ci pone, mitostoricamente, in un’ottica ben precisa che travalica i confini del singolo mito e collegandosi armoniosamente con altri ci porta nell'habitus mentale e ideologico della seduzione. Quest'ultima non è diretta verso l'unione istituzionale del matrimonio, così cara ai greci del periodo classico, finalizzata alla procreazione di figli legittimi e del nucleo famigliare ma verso l'eros fine a se stesso. E' l'ideologia di un diverso modus vivendi, predominante, per quanto riguarda i rapporti sociali, nella più vetusta antichità e in tutti i periodi in &lt;br /&gt;cui rigoglioso il politeismo. Fu così che l'autore anonimo noto come Pseudo-Democrito poté affermare: "Le cortigiane le abbiamo per il piacere le spose per una discendenza legittima e una custode fedele del focolare" (Contro Neera, 162). L'amore verso il padre è il caso limite per eccellenza che la mitologia ci ha voluto offrire proprio per delineare senza possibilità di equivoci il campo psichico e ideale della seduzione erotica, quale principio paradigmatico col quale si può coniugare un intero modo di vita. Una versione del mito di Myrrha, quella tramandataci dal grammatico Servio (Ad Aen. 5,22), riferisce che la figlia Cynira non venne tramutata nell'arbusto della mirra bensì in quello del già menzionato mirto, anch'esso dal grato aroma e sacro a Venere, ab antiquo. Nell'antica lingua greca mirto voleva dire sia mirto che clitoride che sesso femminile, come ci riferisce Rufo di Efeso. La variante di questo mito non fa che omologare talune piante profumate al principio stesso della seduzione e allarga il campo visuale ad altri miti che si concatenano fra loro, non casualmente ma per affinità "elettive". Marcel Detienne in un poderoso studio su miti della seduzione erotica, tutti legati al tema di profumi e degli aromi, rivela che "gli aromi destinati a scopi erotici permettono di unire degli esseri normalmente separati, di congiungerli con la forza del loro profumo". Si tratta di veri e propri conduttori di magnetismo che permettono di porre in relazione sintonica erotica due persone, molto più di quanto possa avvenire con la forza dello sguardo. A riprova ricorderemo che nell'antica Grecia come altrove non c'era amplesso se non era preceduto dal rituale della profumazione; gli stessi sposi si incoronavano con rami di mirto il giorno delle nozze. In un frammento sofocleo la Venere che si presenta al giudizio di Paride appare coperta di profumi ed in questi Euripide vede la "potenza del desiderio", ciò che innesca il processo attrattivo destinato all'unione degli amanti. Un ultimo riferimento tra i tanti: l'unico rimedio che riesce a vincere la resistenza del dio Vulcano riottoso a tornare sull'Olimpo è una frizione, a base di mirra praticatagli da Dioniso che riesce a trascinarlo sulla cima grazie all'incantamento ottenuto col profumo. Questa proprietà seducente, questa capacità di commuovere gli animi verso la passione erotica è dunque insita nella stessa sostanza organica nota come mirra. Da questa, previa trasformazione, se ne può ricavare un opportuno stimolo. E' giunto il momento di esaminare partitamente il mito di Myrrha, basandoci sulla versione di Ovidio (Met. X,48). Come abbiamo detto la vergine Myrrha rifiuta le proposte matrimoniali di vari pretendenti non avendo occhi altro che per suo padre, Cynira re di Cipro; una passione contro natura o, se si preferisce, contro una certa natura alla quale Myrrha evidentemente non appartiene. Infatti l'amplesso si consumerà, con l'aiuto della fida nutrice, nella notte in cui ricorrevano le feste Thesmophorie, sacre a Demetra, caratterizzate dalla castità rituale delle partecipanti: le donne sposate. E' una evidente contrapposizione di significato che non si sarebbe potuto esprimere meglio. Accortosi alfine dell'identità della sua amante, Cynira tenta di ucciderla ma questa riesce a fuggire. La fuga si protrae per n
