giovedì 16 dicembre 2010
Aggiornamento
I contenuti di Echò, Dizionario Ideologico di Paganesimo Politeista, sono visibili su questo indirizzo: https://sites.google.com/site/vittoriofincati/dizionario-ideologico-di-paganesimo
domenica 3 ottobre 2010
LE VOCI SUCCESSIVE
LE VOCI SUCCESSIVE VENGONO PUBBLICATE A QUESTO INDIRIZZO:
http://parvulamagna.blogspot.com/
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lunedì 28 giugno 2010
QUIRINALE
Il colle del Quirinale ha conteso e contende nel corso dei secoli al Campidoglio una certa supremazia simbolica sulla città di Roma. Non solo fu la prima sede “urbana” di Roma, ma per secoli (dal 1585) ha ospitato la sede “estiva” del potere politico dei Papi, poi Palazzo reale dei Savoia e, ultimamente, di quel potere politico che è comunque asservito ai Papi. Questa contrapposizione col Campidoglio era significata anche da una certa contiguità materiale, una dorsale o sella, che collegava le due sommità, e che fu spianata ai tempi di Traiano (la cima della Colonna traiana ne indica l’altezza originaria). Il colle era un tempo assai scosceso e verticale: le vallette che lo circondavano sono ora colmate per un’altezza di circa 15 metri. Sulla cima più alta del Quirinale – era costituito da quattro sommità – esisteva il cosiddetto “Campidoglio arcaico” (Capitolium vetus), tempio dedicato alla Triade e più antico di quello sorto sul Campidoglio. In seguito vi venne edificato il tempio di Quirino. Infatti il Quirinale fu occupato in epoca pre-urbana da genti di ceppo sabino, non latino, i Quiriti, provenienti dalla città di Cures, che soppiantarono un più antico culto di Giano. Ai resti del tempio di Quirino si accede tramite una botola posta nei Giardini del Quirinale. La festa quirinale si svolgeva il 17 febbraio, poi Augusto la spostò.
Numerosi altri templi vi sorsero nel corso del tempo ma il Quirinale è il luogo dove la furia devastatrice e spoliatrice del clero cristiano e del popolino ad esso asservito si è fatta maggiormente sentire. Restano infatti ben poche tracce di essi, tra cui primeggiava il gigantesco tempio di Serapide, voluto da Caracalla, l’edificio più imponente e scenografico della Roma imperiale: a Villa Colonna si conserva un blocco di marmo del peso di oltre 100 tonnellate che è il frammento architettonico pià grande di tutta Roma! Le ultime vestigia appariscenti furono demolite nel 1630. Ben conservate sono invece due possenti statue di Dioscuri che ornano attualmente Piazza del Quirinale provenienti dalle vicine piccole Terme di Costantino (ora Palazzo Rospigliosi), anch’esse andate interamente distrutte, pur essendo state le ultime Terme costruite a Roma.
Fra tanto sfacelo, resta, seppur nascosto (in un sotterraneo di via del Quirinale n°30), un altare pagano consacrato al Dio del Fuoco: Vulcano. E’ l’unico altare superstite della serie di altari voluti dall’imperatore Domiziano per “circondare” le tracce dell’incendio neroniano dell’Urbe. Il 23 Agosto di ogni anno vi si celebravano sacrifici (un maiale e un vitello dal manto rosso) per scongiurare gli incendi. Nell’area di Villa Barberini c’è invece, tra i meglio conservati (in parte) un Mithreo. Sul Quirinale vi erano anche importanti ville patrizie, tra cui quelle di Pomponio Attico, della gens Flavia e di Sallustio (horti sallustiani, il più grande parco-giardino di tutta Roma). Nella parte più ampia della zona del Quirinale, l’attuale spazio prospiciente la Stazione Termini, si possono scorgere ancora importanti resti delle Terme di Diocleziano, che furono le più grandi di tutto l’Impero Romano. Nel 1598 una struttura ancora in piedi delle antiche terme venne trasformata in chiesa, quella di San Bernardo; anche la facciata della chiesa di Santa Maria degli Angeli fa parte del gigantesco bagno pubblico, e precisamente del luogo dove si sudava e ci si sgrassava la pelle, il Calidarium. L’interno della chiesa invece, occupa l’area dell’antica natatio, la piscina dove i pagani sguazzavano nell’acqua; si può affermare qundi senza tema di smentita che il dio dei Cristiani viene tutt’ora adorato in ciò che fu un bagno pubblico: vendette della storia.
Numerosi altri templi vi sorsero nel corso del tempo ma il Quirinale è il luogo dove la furia devastatrice e spoliatrice del clero cristiano e del popolino ad esso asservito si è fatta maggiormente sentire. Restano infatti ben poche tracce di essi, tra cui primeggiava il gigantesco tempio di Serapide, voluto da Caracalla, l’edificio più imponente e scenografico della Roma imperiale: a Villa Colonna si conserva un blocco di marmo del peso di oltre 100 tonnellate che è il frammento architettonico pià grande di tutta Roma! Le ultime vestigia appariscenti furono demolite nel 1630. Ben conservate sono invece due possenti statue di Dioscuri che ornano attualmente Piazza del Quirinale provenienti dalle vicine piccole Terme di Costantino (ora Palazzo Rospigliosi), anch’esse andate interamente distrutte, pur essendo state le ultime Terme costruite a Roma.
Fra tanto sfacelo, resta, seppur nascosto (in un sotterraneo di via del Quirinale n°30), un altare pagano consacrato al Dio del Fuoco: Vulcano. E’ l’unico altare superstite della serie di altari voluti dall’imperatore Domiziano per “circondare” le tracce dell’incendio neroniano dell’Urbe. Il 23 Agosto di ogni anno vi si celebravano sacrifici (un maiale e un vitello dal manto rosso) per scongiurare gli incendi. Nell’area di Villa Barberini c’è invece, tra i meglio conservati (in parte) un Mithreo. Sul Quirinale vi erano anche importanti ville patrizie, tra cui quelle di Pomponio Attico, della gens Flavia e di Sallustio (horti sallustiani, il più grande parco-giardino di tutta Roma). Nella parte più ampia della zona del Quirinale, l’attuale spazio prospiciente la Stazione Termini, si possono scorgere ancora importanti resti delle Terme di Diocleziano, che furono le più grandi di tutto l’Impero Romano. Nel 1598 una struttura ancora in piedi delle antiche terme venne trasformata in chiesa, quella di San Bernardo; anche la facciata della chiesa di Santa Maria degli Angeli fa parte del gigantesco bagno pubblico, e precisamente del luogo dove si sudava e ci si sgrassava la pelle, il Calidarium. L’interno della chiesa invece, occupa l’area dell’antica natatio, la piscina dove i pagani sguazzavano nell’acqua; si può affermare qundi senza tema di smentita che il dio dei Cristiani viene tutt’ora adorato in ciò che fu un bagno pubblico: vendette della storia.
sabato 5 giugno 2010
ANTICITERA
(gr. Aigila - Ogylos it. Cerigotto) – piccola isola posta fra l’estremità occidentale di Creta e quella meridionale del Peloponneso, a breve distanza dalla più grande Citera, famosa per il culto di Venere. L’isoletta è estremamente isolata, forse più oggi che nell’antichità, tanto che si appoggia, amministrativamente, alla Prefettura del Pireo (Atene). Rispetto all’antichità le sue coste sono sprofondate in mare di circa due metri. La popolazione stabile assomma a circa 50 abitanti, mentre un tempo era notevolmente più popolata. E’ collegata al resto del mondo dalle saltuarie soste del traghetto che collega Creta ad una cittadina del Peloponneso, e da un eliporto che collega all’aereoporto della vicina Citera. Al pari delle non lontane isole Strofadi, è una importante sede di passo per uccelli migratori. Tuttavia la sua maggiore rinomanza è dovuta al cosiddetto meccanismo di Anticitera, unico esemplare ritrovato di un elaborato meccanismo (in termini scientifici rotismo epicicloidale o differenziale) di calcolo astronomico, utile anche per la navigazione, rinvenuto in una nave del I° sec. a.C. affondata lungo la costa, i cui analoghi furono “inventati” solo mille anni più tardi. Il meccanismo è visibile al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Nelle acque dell’isola sono stati trovati altri due reperti di fama mondiale: la testa di filosofo e l’efebo di Anticitera. Nella sua parte settentrionale sono in corso scavi per accertare la consistenza di un insediamento antico, di cui restano ancora mura perimetrali di sei metri di altezza. Forse tale insediamento risale al periodo in cui l’isola era un presidio dei pirati cilici, debellati da Pompeo, o dai pirati della città cretese di Falasarna, debellati pochi anni prima dai Rodioti. Di quel periodo si conserva in ottime condizioni uno scivolo per trarre a secco e al sicuro le navi dei pirati. Vi sono anche tracce di un tempio di Apollo, di cui fu trovata una statua. L’isola seguì poi le vicende dell’impero romano per poi cadere sotto il dominio arabo, con la conquista di Creta. Nel 1204 fu occupata dai Veneziani e popolata da profughi greci che sfuggivano al dominio turco. Al tempo di Napoleone fu abbandonata dai Veneziani e, dopo un periodo di anarchia, passò nel 1815 agli Inglesi. Nel 1864 divenne parte del rinato stato greco. Anticitera, nome del tutto posticcio, potrebbe essere la mitica Ogigia di Omero? Il suo antico nome pare fosse infatti Aigila o Ogylos. In tal caso è curioso notare la presenza, nella pianta dell'isola (che ricorda fortemente la Corsica), del promontorio di cui Omero dice Ulisse si ritirasse a piangere la patria perduta.
martedì 25 maggio 2010
ASIA (Assuwa)
ASIA (itt. Assuwa, gr. Asía) L’origine dell’Asia, come caratterizzazione geografica, è inversamente proporzionale alle dimensioni attuali del toponimo. In origine l’Asia era un termine dell’Anatolia occidentale, noto agli Ittiti come Assuwa, e dislocato genericamente in un’area compresa all’interno di quella che sarà poi la Provincia romana di Asia. Di questa regione Assuwa sappiamo unicamente dalle cronache degli Ittiti (Lettera di Milawata; Lettera di Tawagalawa), i quali la occuparono verso il 1400 a.C. con il re Thudhaliya I. I Greci, già con Erodoto, chiamarono poi per estensione con tale termine tutta l’Anatolia e quindi il dominio persiano; infatti Alessandro Magno, giunto ai confini orientali di quell’impero, riteneva di essere giunto ai confini del mondo. Più tardi ancora il termine si estese a designare l’intero continente asiatico. L’origine del termine Assuwa è controverso, anche se dovrebbe risalire all’idioma pre-ittita parlato nella regione anatolica e forse potendosi mettere in relazione con importanti termini topografici contermini: si è fatto il nome della città egea di Assos. Strabone parlò (XIV, 1, 44) di un eroe di nome Asios (Esione?), cultuato nei pressi del fiume Caistro, in Caria. Pertanto Assuwa non necessariamente designa uno stato ma potrebbe riferirsi ad un mitico eroe che combattè gli Ittiti e nel cui nome gli anatolici di lingua luvica crearono la Confederazione di Assuwa. Questa confederazione avrebbe ereditato le funzioni del più antico regno di Arzawa, frammentatosi in una miriade di stati sotto la pressione degli Ittiti.
Col nome Lega di Assuwa si designa una confederazione di 22 stati (tra cui Troia e la Troade, posta dalla Lettera di Tagawalawa a nord-ovest) che si erano opposti al dominio ittita di Thudhaliya I. Si trattava di regni parlanti una antica lingua indoeuropea, il luvico, e popolati da genti frutto della commistione di popolazioni neolitiche con successivi apporti indoeuropei. In precedenza la Confederazione di Assuwa entrò in conflitto con gli Achei, e ciò spiegherebbe il motivo dell’improvviso ritiro delle sue truppe dal teatro della battaglia di Qadesh (1274 a.C.), dove militavano a fianco degli Ittiti contro gli Egiziani. Agli eventi bellici scaturiti dall’invasione achea potrebbero essersi riferiti i canti che poi Omero convoglierà nel suo poema Iliade. Infatti all’epoca del conflitto gli Achei (Ahhiyawa) avevano già saldamente occupato la città di Mileto (itt. Milliwanda); un documento ittita noto come Lettera di Tawagalawa, indirizzata ad un re di Ahhiyawa, dice: «Ora noi siamo venuti ad un accordo su Wilusa (Troia), sulla quale noi abbiamo fatto la guerra». Nell’Iliade infatti gli Achei non combattono solo contro la città di Troia ma pure contro altre regioni posto sotto il controllo di Assuwa (campagne di Achille nell’Egeo settentrionale e di Aiace Telamonio e ancora Achille in Frigia). Inoltre molti alleati dei Troiani li ritroviamo nei nomi etnici di alcuni Popoli del Mare.
La provincia romana di Asia, di rango senatoriale, aveva capitale Pergamo, ben presto spostata ad Efeso; era stata istituita nel 133 a.C. ed era amministrata da un Propretore e poi da un Proconsole. Fu creata per amministrare il regno di Pergamo, lasciato in eredità a Roma dal suo ultimo re: Attalo III, più qualche altro territorio appartenuto ad Antioco il Grande. L’evento più significativo della neonata Provincia fu la sua invasione nell’88 a.C. da parte del re del Ponto, Mitridate V e del massacro di tutti gli italici residenti (si stima alcune migliaia). La Provincia condivise in seguito le sorti dell’Impero Romano e di quello Bizantino, fin quasi all’epoca della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi. Si può quindi dire che fu l’ultima Provincia d’Oriente a rimanere “romana” in ordine di tempo.
Col nome Lega di Assuwa si designa una confederazione di 22 stati (tra cui Troia e la Troade, posta dalla Lettera di Tagawalawa a nord-ovest) che si erano opposti al dominio ittita di Thudhaliya I. Si trattava di regni parlanti una antica lingua indoeuropea, il luvico, e popolati da genti frutto della commistione di popolazioni neolitiche con successivi apporti indoeuropei. In precedenza la Confederazione di Assuwa entrò in conflitto con gli Achei, e ciò spiegherebbe il motivo dell’improvviso ritiro delle sue truppe dal teatro della battaglia di Qadesh (1274 a.C.), dove militavano a fianco degli Ittiti contro gli Egiziani. Agli eventi bellici scaturiti dall’invasione achea potrebbero essersi riferiti i canti che poi Omero convoglierà nel suo poema Iliade. Infatti all’epoca del conflitto gli Achei (Ahhiyawa) avevano già saldamente occupato la città di Mileto (itt. Milliwanda); un documento ittita noto come Lettera di Tawagalawa, indirizzata ad un re di Ahhiyawa, dice: «Ora noi siamo venuti ad un accordo su Wilusa (Troia), sulla quale noi abbiamo fatto la guerra». Nell’Iliade infatti gli Achei non combattono solo contro la città di Troia ma pure contro altre regioni posto sotto il controllo di Assuwa (campagne di Achille nell’Egeo settentrionale e di Aiace Telamonio e ancora Achille in Frigia). Inoltre molti alleati dei Troiani li ritroviamo nei nomi etnici di alcuni Popoli del Mare.
La provincia romana di Asia, di rango senatoriale, aveva capitale Pergamo, ben presto spostata ad Efeso; era stata istituita nel 133 a.C. ed era amministrata da un Propretore e poi da un Proconsole. Fu creata per amministrare il regno di Pergamo, lasciato in eredità a Roma dal suo ultimo re: Attalo III, più qualche altro territorio appartenuto ad Antioco il Grande. L’evento più significativo della neonata Provincia fu la sua invasione nell’88 a.C. da parte del re del Ponto, Mitridate V e del massacro di tutti gli italici residenti (si stima alcune migliaia). La Provincia condivise in seguito le sorti dell’Impero Romano e di quello Bizantino, fin quasi all’epoca della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi. Si può quindi dire che fu l’ultima Provincia d’Oriente a rimanere “romana” in ordine di tempo.
giovedì 6 maggio 2010
QUESTIONE OMERICA
Il dibattito sui due più famosi poemi della storia europea, l’Iliade e l’Odissea, nacque assieme al razionalismo greco, con Zoilo di Anfipoli che nel IV secolo a.C. scrisse una confutazione dell’opera omerica in nove libri, Contro la poesia di Omero o Omeromastix. Per punire Zoilo di avere dissacrato l’epica omerica, si tramanda che questo scrittore facesse una fine infame e vergognosa. L’Iliade e l’Odissea infatti costituirono e costituiscono tutt’oggi uno dei fondamenti del sentimento ideologico che conglomera attorno alla grecità la ormai dispersa umanità “occidentale”. Già nel VI secolo a.C., però, c’era stato il tentativo di appropriazione ideologica a favore di una componente parziale di questa grecità: lo stato ateniese, per appoggiare quell’espansionismo che raggiungerà il suo culmine successivamente con Pericle. Un informato autore del II secolo d.C., il prenestino Claudio Eliano, ci ricorda che i poemi omerici (che in origine non avevano una struttura organica: « Pisistrato mise insieme il tutto e costituì l’Iliade e l’Odissea »), vennero fatti conoscere nella Grecia continentale dallo spartano Licurgo, al suo ritorno dal viaggio che fece nei luoghi dove quei canti erano nati; successivamente l’ateniese Ipparco, figlio di Pisistrato, ordinò di cantarli alle Panatenee (Storie Varie, VIII, 2 e XIII, 14). Siccome le Panatenee erano le massime festività di Atene che richiamavano gente da tutta l’Ellade, è evidente il tentativo di Ipparco di associare il fulgore della città e della sua potenza a quello mitico dei poemi. Ma Atene non fu l’unica, anche se l’edizione che noi conosciamo pare che derivi proprio dalla manipolazione eseguita in quella città. Come ha scritto l’archeologo Paul Faure: “Possiamo essere sicuri che il testo abbia subito alcune modifiche per compiacere i signori dei diversi Stati greci, i tiranni, i re o gli aristocratici. Ogni grande città ebbe la sua versione e perfino la sua edizione particolare del testo omerico, da Atene fino a Marsiglia” (Ulisse il Cretese, p.278). Ciò cosa significa? Che quella che noi oggi leggiamo come Iliade e Odissea è un rifacimento di un testo originario scomparso già all’epoca classica! Pertanto appare in tutta la sua arbitrarietà tutta una serie di libri scritti da autori moderni che voglio dislocare la saga omerica in questo o quell’ambito “extra-greco” appoggiandosi alle evidenti incoerenze presenti nel testo che noi possiamo leggere! Ad avvalorare questo dato di fatto, vi è la conoscenza del personaggio che materialmente operò la manipolazione. Pisistrato infatti conferì l’incarico di assemblare i canti omerici ad uno strano personaggio, Onomacrito, il quale dovette certamente raccapezzarsi con precedenti manipolazioni avvenute dal tempo di Licurgo. Scrive sempre Paul Faure: « …si possono facilmente immaginare tutte le modifiche da una parte e tutti i commenti dall’altra che gli educatori, fin dall’epoca di Tirteo, maestro di scuola a Sparta verso il 675, potevano apportare a loro piacimento ai canti ». Onomacrito però, oltre che un bravo letterato, era la persona giusta per “aggiustare” in senso filo-ateniese la saga omerica. Andò in esilio per avere inserito in una raccolta di oracoli veri, un oracolo falso, relativo alla distruzione di un’isola greca (Lemno) ostile ai Persiani. Era stato insomma colto in flagranza nel tentativo di mettere in cattiva luce Lemno ostile ai Persiani (e i Pisistratidi non lo erano, anzi, una volta perso il potere, andranno guidati proprio da Onomacrito alla corte del re di Persia!) manipolando del materiale sacro. Erodoto (VII, 6), scrive di lui, che una volta giunti alla corte persiana, i Pisistratidi misero in scena una truffa. Mentre parlavano con venerazione di Onomacrito, per presentarlo come una specie di profeta, quest’ultimo si metteva a recitare gli oracoli di cui era a conoscenza, omettendo studiatamente quelli sfavorevoli ai Persiani e rimarcando invece quelli che vedevano in Serse il conquistatore dell’Europa, per indurre il re persiano a muovere guerra e rimettere i Pisitratidi al potere in Atene come capi subalterni. Quindi non vi è nulla di stupefacente se analogo tentativo di manipolazione era stato fatto da Onomacrito per l’Iliade e l’Odissea. Basti pensare al ruolo poco conosciuto di Atene nella creazione di miti magnogreci in funzione antisiracusana. La leggenda troiana, ha scritto Lorenzo Braccesi, “costituisce, nel V secolo, il più importante supporto propagandistico alla politica occidentale di Atene; la quale attribuisce una nobilitante origine troiana a più genti anelleniche d’Italia o di Sicilia con le quali ha interesse, o necessità, di intrattenere rapporti diplomatici.” Ma, ripetiamolo, i poemi omerici, così come noi li leggiamo, non sono soltanto il frutto di adattamenti agli interessi politici di questa o quella città greca, ma soprattutto il frutto di banali discordanze ed errori di trascrizione e omologazione compiuti da singoli letterati, errori che hanno dato agio a molti scrittori moderni di accreditare per vere le loro ipotesi di un Omero un po qua e un po là nel mondo. Uno vera e propria manipolazione invece, fu opera di Aristarco di Samotracia, che nel III secolo a.C. espunse di suo arbitrio dal testo del IX libro dell’Iliade i versi 458-461, ritenendoli contrari all’etica del suo tempo! Ancora oggi tali versi sono assenti da moltissime edizioni dell’Iliade, e se non fosse stato per Plutarco che ne fece menzione tramandando i versi omessi, oggi non ne sapremmo niente. Lo studio e la collazione dei manoscritti omerici operata ad Atene non soddisfece però gli studiosi antichi, come Antimaco di Colofone, Alcidamante e Ippia di Elide e i loro successori, i quali, scettici del lavoro finora compiuto, organizzarono presso la Biblioteca di Alessandria, nel III secolo a.C., un centro di studi omerici. Tra i nomi più importanti sono da segnalare Aristofane di Bisanzio, Aristarco di Samotracia, Didimo di Alessandria, giungendo fino all’epoca bizantina, con i cristiani Giovanni Tzetzes ed Eustazio di Tessalonica. Nei tempi moderni la Questione Omerica non si è spenta, si è anzi vivacizzata grazie agli apporti di vari studiosi.
Una tra le più recenti questioni omeriche è quella posta da Martin Bernal, autore di Atena Nera, circa la ipotetica partecipazione ad una guerra troiana di un faraone egizio, Sesostri, sulla base di alcuni versi di Apollonio Rodio: « Dall’Egitto si racconta che un uomo percorse tutta l’Europa e tutta l’Asia, fidando nella potenza e nella forza e nel coraggio del proprio esercito; e infinite città fondò nella marcia, alcune ancora abitate, altre no. Che moltissimo tempo è trascorso ». Solitamente, quando si parla di Troia, non si accenna alla presenza di truppe africane sotto le sue mura, anche se esiste una consolidata tradizione a riguardo. La questione, questa nuova questione omerica, è tuttavia complicata. Sono esistite infatti molte città di Troia, una sopra l’altra, dal 3000 a.C. fino all’epoca bizantina. Forse tutte sono sempre rimaste lì dove le hanno scavate gli archeologi, fin dai tempi settecenteschi dei viaggiatori Robert Wood e Jean-Baptiste Lechevalier, di Heinrich Schliemann e del suo collaboratore Dörpfeld, dei recenti scavi delle Università di Tubinga e Cincinnati. Per capirlo dobbiamo spostarci idealmente al confine meridionale dell’antico Egitto, vicino alla Nubia (Sudan), dai Greci chiamata Etiopia, la terra dei Faraoni « neri », oggi in parte sommersa dalle acque del lago Nasser. Qui, sorse la XII Dinastia, i cui principali Faraoni furono Senwosre I (1959-1914 a.C.) e il figlio Amenehme II (1917-1882 a.C.), che secondo gli studiosi possedevano caratteri somatici « neri » così come l’elemento umano grazie al quale potettero affermarsi e dominare anche l’intero Egitto. «A quale “razza”, dunque, appartenevano gli antichi Egizi? (…) io sono convinto che, almeno per gli ultimi 7.000 anni, la popolazione dell'Egitto è stata costituita da tipi africani, asiatici sud-occidentali e mediterranei. È an¬che chiaro che più a Sud si va, più si risale il Nilo, più nera e più negroide diviene la popolazione, e che così è stato per questi 7.000 anni. Ritengo che la civiltà egizia fosse in essenza una civiltà afri¬cana e che l'elemento africano vi fosse più forte durante l'Antico e Medio Regno, prima dell'invasione degli Hyksos, di quanto poi divenne in seguito. Sono inoltre convin¬to che molte delle più potenti dinastie egizie che risiedette¬ro nell'Alto Egitto — la I, l'XI, la XII e la XVIII — furo¬no costituite da faraoni che potremmo assai utilmente defi¬nire neri» (Martin Bernal).
Ma cosa ci dicono questi due nomi, Senwosre I e Amenehme II, difficili da leggere e pronunciare? Probabilmente nulla, a meno che non li « grecizziamo » in Sesostris e Memnone. In tal caso le cose cambiano e si intravede da lontano la connessione con Troia. Ma rimaniamo ancora un attimo vicino alla Nubia. I due faraoni citati sono noti agli egittologi per la grande espansione militare che dettero all’Egitto, alle loro guerre di conquista fino oltre la Siria; si trattò di una hybris analoga a quella che colse Alessandro Magno molti secoli dopo, tanto da sovvertire lo stereotipo tradizionale che vuole gli Egizi un popolo sostanzialmente non imperialista, ma pacifico, conservatore e passivo. Grazie ad una iscrizione rinvenuta su una stele e pubblicata nel 1980 sulla Revue d’Egyptologie, la cosiddetta iscrizione di Mit Rahina, si è appreso che i due Faraoni fecero una spedizione per terra e per mare alla conquista di paesi oltre la Siria, i cui nomi non figurano però in nessun altro testo egizio (la terra di Stt, le città di Ỉwзỉ , Ỉзsy e Tmpзw) forse a testimonianza della loro lontananza. Questi paesi erano però indubitabilmente anatolici, poichè nell’elenco dei beni di bottino che l’iscrizione dice venissero portati in Egitto, ve ne erano che potevano provenire solo dall’Anatolia. Anche il cosiddetto Tesoro di Tod – cioè il ˝deposito di fondazione˝ del tempio del dio della guerra Mont, caro ai due sovrani egizi –, contiene materiali di prevalente origine anatolica e addirittura tracia. Insomma, per sintetizzare a beneficio del lettore i due capitoli che Martin Bernal consacra alla questione « Sesostris », questo Faraone intraprese una spedizione di aggressione e razzia a nord della Siria, in Anatolia, causando, come ha riconosciuto lo specialista di archeologia anatolica Mellaart, enormi devastazioni. Anche un famoso egittologo come Sergio Donadoni, ha parlato di politica di espansione verso Nord della XII Dinastia. Grazie a ciò, secoli dopo, la propaganda egizia ne avrebbe fatto il contraltare di Alessandro Magno e di Dario. La spedizione egiziana avrebbe addirittura costeggiato il Mar Nero settentrionale, assoggettando gli Sciti e i Traci, ma siccome ciò non riguarda direttamente l’argomento troiano, non ne accenniamo se non per quanto riguarda i riferimenti alla Georgia.
Se questa spedizione è avvenuta, essa appartenne al tempo della cosiddetta «Troia V», epoca in cui i Greci non erano ancora pronti per le imprese narrate da Omero, in quanto appena agli albori della loro storia e lo stesso dicasi per gli Ittiti. Un’epoca in cui Troia non si chiamava così ma con una parola in lingua luvia: Wilusa. Tro(j)a invece sarebbe il nome di Troia VII, derivato con ogni verosimiglianza da un eroe eponimo. In Egitto esistevano due cittadine chiamate Troia e Babilonia (Strabone XVII, 1, 30-34) per il fatto che erano costituite da deportati troiani e babilonesi. E’ un dato che potrebbe confermare la conquista di Troia V da parte di Sesostri e di suo figlio Memnone.
E’ risaputo che Omero – qualsiasi identità si voglia apporre a questo nome – narrò eventi a lui precedenti di molti e pochi secoli, mescolandoli assieme nel racconto. Quindi la Guerra di Troia da lui immortalata accorperebbe l’assalto a Troia V da parte del Faraone « nero » Sesostris con quelli compiuti contro Troia VI e VII da parte di Achei e Popoli del Mare. Gli Egizi li chiamavano anche “Popoli del Nord”. A questo ultimo assalto potrebbero riferirsi i versi del più antico poema del Ciclo Troiano, i Canti Ciprii: “Vi era un tempo, quando innumerevoli popoli si muovevano sulla faccia della terra… la superficie della terra dall’ampio petto. Zeus se ne avvide e fu preso da pietà, e nel profondo del suo cuore decise di alleviare la terra, che tutti nutre, dall’umanità, suscitando il grande conflitto della guerra troiana” (fr.1). Da notare, che il racconto omerico « ribalta » i ruoli e mostra gli assalitori in veste di assaliti. E’ un fenomeno che si riscontra anche nella storia di altri miti derivati da fatti storici. Ma quale evidenza abbiamo di quell’attacco di parte egiziana? Leggendo l’Iliade. Scrive infatti Omero (V, 642) che in precedenza c’era stata un’altra guerra di Troia: la città era stata conquistata e depredata da Ercole. Si tratta di una figura estremamente composita, in cui confluiscono diverse tradizioni di diversi popoli. L’Ercole in questione potrebbe essere quello di cui parla Diodoro Siculo (III, 74,3): «...l’Ercole più antico, secondo i miti, era nato in Egitto, e aveva sottomesso con le armi buona parte del mondo abitato». Ma il dato più significativo è che una tradizione vuole trattasi di un Ercole dalla pelle «nera», come testimonia una hydria ceretana del VI° sec. a.C. Sono riferimenti che fanno pensare al Faraone della XII Dinastia, Sesostri/Senwosre I. Martin Bernal parla di “forte probabilità che i Faraoni conquistatori del Medio Regno abbiano giocato un ruolo importante nella costruzione della figura mitica di Eracle”.
Per ultima, teniamo la testimonianza di Erodoto, per il semplice fatto che alla luce di quanto già detto è assai più credibile che se fosse stata posta all’inizio di questo articolo. Infatti, nel passato, Erodoto è stato accettato dalla critica accademica soltanto per quei passi che non contraddicevano le « certezze » ideologiche e sentimentali degli accademici europei. Ecco cosa scrive nel Secondo Libro delle sue Storie : «...radunato un potente esercito, marciò attraverso il continente, sottomettendo ogni popolo che trovava sul suo cammino (...) passato dall’Asia in Europa, sottomise gli Sciti e i Traci. Questo è, secondo me, il punto più remoto a cui sia giunto l’esercito egiziano, poichè in questo paese ancora si trovano erette le famose colonne: oltre non più». A proposito di queste colonne monumentali, Erodoto aggiunge che Sesostri le erigeva per celebrare le conquiste delle città nemiche: se si erano arrese senza combattere, egli faceva scolpire in aggiunta l’ideogramma dei genitali femminili, in segno di spregio. Lo storico greco dice di avere visto di persona alcune di queste colonne superstiti, e aggiunge, in sovrappiù, che nella strada tra Efeso e Focea e in quella tra Sardi e Smirne vi erano ancora al suo tempo due bassorilievi celebrativi raffiguranti Sesostri, incisi in caratteri egiziani. Infatti la parola egizia per codardo (hm) contiene i simboli genitali maschili e femminili: «aveva chiare connotazioni di omosessualità maschile in senso spregiativo ed era connessa ad hmt (donna). Hm era impiegato a proposito di nemici e codardi nell’esercito egizio in documenti militari del Medio Regno» 8M. Bernal). Gli studiosi ritengono però tali riferimenti di epoca ittita, ma la cosa non è ammissibile, sia perchè Erodoto parla di colonne e di scrittura riferita a Sesostris sia perchè vi si descrivono chiaramente i geroglifici egizi, che lo storico greco conosceva per averli visti in Egitto. Gli Ittiti sono quindi fuori discussione, anche se lungo la strada fra Sardi e Smirne, al passo di Karabel, vi è un rilievo che ha tratto in inganno i divulgatori. In realtà questo rilievo simboleggiava il confine tra gli stati di Mira e di Seha e non ha nulla a che fare con quanto riferito da Erodoto. Ma anche fosse stato un errore di Erodoto, non ne viene intaccato il riferimento alle colonne, che lo storico dice fossero sparse dalla Tracia alla Palestina.
Anche Diodoro Siculo (I, 53) parla di Sesostri, chiamando col nome forse più vicino alla pronuncia egizia « Sesoosi » e vantandone la hybris, le grandissime imprese militari e il bottino immenso di beni e di schiavi; hybris il cui fine era quello di instaurare un « dominio universale », fatto che non deve sorprendere solo perchè più antico di 1600 anni del tentativo di Alessandro. Lo storico siculo fornisce anche le cifre delle truppe impiegate per la spedizione, durata nove anni, esagerando forse i dati, poichè all’epoca gli Egizi non avrebbero dovuto disporre di carri da guerra, in quanto privi di cavalli. Resta il fatto che se Annibale varcò le Alpi con gli elefanti, non si vede quali difficoltà potrebbero aver impedito a Sesostri di invadere l’Anatolia con essi e altre salmerie. Mancavano anche di spade, cui supplivano però con non meno efficaci mazze da combattimento. Le truppe erano allenate per percorrere a piedi grandi distanze e si tramanda che l’allenamento preliminare degli ufficiali egizi fosse stato di circa 30 chilometri al giorno. Inoltre Sesostri fu il primo ad allestire una flotta da guerra, mentre in precedenza si usavano le normali navi mercantili. Si parla infatti di un assoggettamento delle isole Cicladi (e forse di Creta): secondo il celebre Marinatos, l’archeologo scopritore dell’Atlantide egea, in alcuni affreschi dell’isola di Santorini sono effigiati chiaramente individui di pelle nera. Parla ancora di Sesostri lo storico Manetone, col nome di Sesonchosis. Nel faraone egizio è evidente l’assimilazione con Osiride, e nelle conquiste di quest’ultimo si vogliono vedere le conquiste di Sesostri.
Martin Bernal scrive che esiste una tradizione « ionica » che ricorda la conquista di Sesostri ma sotto il nome di suo figlio, il Faraone Amenehme. Omero infatti non si è limitato a citare la presenza di Ercole/Sesostri nell’antica guerra di Troia, ma, invertendo le parti (a favore dei Troiani quindi), ha citato anche la presenza di Memnone/Amenehme II° come uno dei più agguerriti e valorosi combattenti. Di costui non dice molto, ma gli studiosi Clark e Coulson ritengono che egli abbia volutamente sostituito la storia di Memnone con quella identica di Sarpedonte. Ne parla anche Esiodo nella Teogonia definendolo « re degli Etiopi » (per i Greci “etiope” equivaleva a dire “negro”) e con lo stesso titolo definisce il Memnone giunto in aiuto dei Troiani un altro poema del ciclo troiano, l’Etiopide di Arctino di Mileto. Lo stesso titolo, Etiopide, dimostra quanto centrale fosse stato un tempo per la storia di Troia il mito « africano ».
Se non vi è traccia di conquiste « asiatiche » fino in India – frutto di posteriore propaganda in funzione antipersiana e antiassira – vi sarebbero tracce di una conquista dell’attuale Georgia, in Caucaso, dove si tramanda fino ad epoca sovietica di popolazioni « nere » dalle misteriose origini. Il regime sovietico ha poi « disperso » fra altre etnie questi sopravviventi « neri » di Suhumi, in Georgia (ora Abkazia, dopo la recente guerra). Una popolazione « nera » vi è ricordata anche da San Gerolamo e da Sofronio, nel IV sec. a.C., il che mette da parte l’obiezione che potesse trattarsi di schiavi neri lì portati quando il Caucaso meridionale era sotto il dominio turco.
La memoria di un’invasione egiziana dell’Anatolia verso il 1900 a.C. non è sopravvissuta solo nelle opere letterarie o nella glittica, ma anche nella geografia politica, cioè nei nomi di località dai corrispettivi egiziani; alla luce di questa invasione si potrebbero spiegare i nomi di località anatoliche come Sinope (Se-n H-py), Abydos (зbdw), Bisanzio, Ponto (Pwnt), Tinia (Tзnwt), Colchide (Kзš) ecc. – volendo tacere di toponimi della Grecia vera e propria.
Una tra le più recenti questioni omeriche è quella posta da Martin Bernal, autore di Atena Nera, circa la ipotetica partecipazione ad una guerra troiana di un faraone egizio, Sesostri, sulla base di alcuni versi di Apollonio Rodio: « Dall’Egitto si racconta che un uomo percorse tutta l’Europa e tutta l’Asia, fidando nella potenza e nella forza e nel coraggio del proprio esercito; e infinite città fondò nella marcia, alcune ancora abitate, altre no. Che moltissimo tempo è trascorso ». Solitamente, quando si parla di Troia, non si accenna alla presenza di truppe africane sotto le sue mura, anche se esiste una consolidata tradizione a riguardo. La questione, questa nuova questione omerica, è tuttavia complicata. Sono esistite infatti molte città di Troia, una sopra l’altra, dal 3000 a.C. fino all’epoca bizantina. Forse tutte sono sempre rimaste lì dove le hanno scavate gli archeologi, fin dai tempi settecenteschi dei viaggiatori Robert Wood e Jean-Baptiste Lechevalier, di Heinrich Schliemann e del suo collaboratore Dörpfeld, dei recenti scavi delle Università di Tubinga e Cincinnati. Per capirlo dobbiamo spostarci idealmente al confine meridionale dell’antico Egitto, vicino alla Nubia (Sudan), dai Greci chiamata Etiopia, la terra dei Faraoni « neri », oggi in parte sommersa dalle acque del lago Nasser. Qui, sorse la XII Dinastia, i cui principali Faraoni furono Senwosre I (1959-1914 a.C.) e il figlio Amenehme II (1917-1882 a.C.), che secondo gli studiosi possedevano caratteri somatici « neri » così come l’elemento umano grazie al quale potettero affermarsi e dominare anche l’intero Egitto. «A quale “razza”, dunque, appartenevano gli antichi Egizi? (…) io sono convinto che, almeno per gli ultimi 7.000 anni, la popolazione dell'Egitto è stata costituita da tipi africani, asiatici sud-occidentali e mediterranei. È an¬che chiaro che più a Sud si va, più si risale il Nilo, più nera e più negroide diviene la popolazione, e che così è stato per questi 7.000 anni. Ritengo che la civiltà egizia fosse in essenza una civiltà afri¬cana e che l'elemento africano vi fosse più forte durante l'Antico e Medio Regno, prima dell'invasione degli Hyksos, di quanto poi divenne in seguito. Sono inoltre convin¬to che molte delle più potenti dinastie egizie che risiedette¬ro nell'Alto Egitto — la I, l'XI, la XII e la XVIII — furo¬no costituite da faraoni che potremmo assai utilmente defi¬nire neri» (Martin Bernal).
Ma cosa ci dicono questi due nomi, Senwosre I e Amenehme II, difficili da leggere e pronunciare? Probabilmente nulla, a meno che non li « grecizziamo » in Sesostris e Memnone. In tal caso le cose cambiano e si intravede da lontano la connessione con Troia. Ma rimaniamo ancora un attimo vicino alla Nubia. I due faraoni citati sono noti agli egittologi per la grande espansione militare che dettero all’Egitto, alle loro guerre di conquista fino oltre la Siria; si trattò di una hybris analoga a quella che colse Alessandro Magno molti secoli dopo, tanto da sovvertire lo stereotipo tradizionale che vuole gli Egizi un popolo sostanzialmente non imperialista, ma pacifico, conservatore e passivo. Grazie ad una iscrizione rinvenuta su una stele e pubblicata nel 1980 sulla Revue d’Egyptologie, la cosiddetta iscrizione di Mit Rahina, si è appreso che i due Faraoni fecero una spedizione per terra e per mare alla conquista di paesi oltre la Siria, i cui nomi non figurano però in nessun altro testo egizio (la terra di Stt, le città di Ỉwзỉ , Ỉзsy e Tmpзw) forse a testimonianza della loro lontananza. Questi paesi erano però indubitabilmente anatolici, poichè nell’elenco dei beni di bottino che l’iscrizione dice venissero portati in Egitto, ve ne erano che potevano provenire solo dall’Anatolia. Anche il cosiddetto Tesoro di Tod – cioè il ˝deposito di fondazione˝ del tempio del dio della guerra Mont, caro ai due sovrani egizi –, contiene materiali di prevalente origine anatolica e addirittura tracia. Insomma, per sintetizzare a beneficio del lettore i due capitoli che Martin Bernal consacra alla questione « Sesostris », questo Faraone intraprese una spedizione di aggressione e razzia a nord della Siria, in Anatolia, causando, come ha riconosciuto lo specialista di archeologia anatolica Mellaart, enormi devastazioni. Anche un famoso egittologo come Sergio Donadoni, ha parlato di politica di espansione verso Nord della XII Dinastia. Grazie a ciò, secoli dopo, la propaganda egizia ne avrebbe fatto il contraltare di Alessandro Magno e di Dario. La spedizione egiziana avrebbe addirittura costeggiato il Mar Nero settentrionale, assoggettando gli Sciti e i Traci, ma siccome ciò non riguarda direttamente l’argomento troiano, non ne accenniamo se non per quanto riguarda i riferimenti alla Georgia.
Se questa spedizione è avvenuta, essa appartenne al tempo della cosiddetta «Troia V», epoca in cui i Greci non erano ancora pronti per le imprese narrate da Omero, in quanto appena agli albori della loro storia e lo stesso dicasi per gli Ittiti. Un’epoca in cui Troia non si chiamava così ma con una parola in lingua luvia: Wilusa. Tro(j)a invece sarebbe il nome di Troia VII, derivato con ogni verosimiglianza da un eroe eponimo. In Egitto esistevano due cittadine chiamate Troia e Babilonia (Strabone XVII, 1, 30-34) per il fatto che erano costituite da deportati troiani e babilonesi. E’ un dato che potrebbe confermare la conquista di Troia V da parte di Sesostri e di suo figlio Memnone.
E’ risaputo che Omero – qualsiasi identità si voglia apporre a questo nome – narrò eventi a lui precedenti di molti e pochi secoli, mescolandoli assieme nel racconto. Quindi la Guerra di Troia da lui immortalata accorperebbe l’assalto a Troia V da parte del Faraone « nero » Sesostris con quelli compiuti contro Troia VI e VII da parte di Achei e Popoli del Mare. Gli Egizi li chiamavano anche “Popoli del Nord”. A questo ultimo assalto potrebbero riferirsi i versi del più antico poema del Ciclo Troiano, i Canti Ciprii: “Vi era un tempo, quando innumerevoli popoli si muovevano sulla faccia della terra… la superficie della terra dall’ampio petto. Zeus se ne avvide e fu preso da pietà, e nel profondo del suo cuore decise di alleviare la terra, che tutti nutre, dall’umanità, suscitando il grande conflitto della guerra troiana” (fr.1). Da notare, che il racconto omerico « ribalta » i ruoli e mostra gli assalitori in veste di assaliti. E’ un fenomeno che si riscontra anche nella storia di altri miti derivati da fatti storici. Ma quale evidenza abbiamo di quell’attacco di parte egiziana? Leggendo l’Iliade. Scrive infatti Omero (V, 642) che in precedenza c’era stata un’altra guerra di Troia: la città era stata conquistata e depredata da Ercole. Si tratta di una figura estremamente composita, in cui confluiscono diverse tradizioni di diversi popoli. L’Ercole in questione potrebbe essere quello di cui parla Diodoro Siculo (III, 74,3): «...l’Ercole più antico, secondo i miti, era nato in Egitto, e aveva sottomesso con le armi buona parte del mondo abitato». Ma il dato più significativo è che una tradizione vuole trattasi di un Ercole dalla pelle «nera», come testimonia una hydria ceretana del VI° sec. a.C. Sono riferimenti che fanno pensare al Faraone della XII Dinastia, Sesostri/Senwosre I. Martin Bernal parla di “forte probabilità che i Faraoni conquistatori del Medio Regno abbiano giocato un ruolo importante nella costruzione della figura mitica di Eracle”.
Per ultima, teniamo la testimonianza di Erodoto, per il semplice fatto che alla luce di quanto già detto è assai più credibile che se fosse stata posta all’inizio di questo articolo. Infatti, nel passato, Erodoto è stato accettato dalla critica accademica soltanto per quei passi che non contraddicevano le « certezze » ideologiche e sentimentali degli accademici europei. Ecco cosa scrive nel Secondo Libro delle sue Storie : «...radunato un potente esercito, marciò attraverso il continente, sottomettendo ogni popolo che trovava sul suo cammino (...) passato dall’Asia in Europa, sottomise gli Sciti e i Traci. Questo è, secondo me, il punto più remoto a cui sia giunto l’esercito egiziano, poichè in questo paese ancora si trovano erette le famose colonne: oltre non più». A proposito di queste colonne monumentali, Erodoto aggiunge che Sesostri le erigeva per celebrare le conquiste delle città nemiche: se si erano arrese senza combattere, egli faceva scolpire in aggiunta l’ideogramma dei genitali femminili, in segno di spregio. Lo storico greco dice di avere visto di persona alcune di queste colonne superstiti, e aggiunge, in sovrappiù, che nella strada tra Efeso e Focea e in quella tra Sardi e Smirne vi erano ancora al suo tempo due bassorilievi celebrativi raffiguranti Sesostri, incisi in caratteri egiziani. Infatti la parola egizia per codardo (hm) contiene i simboli genitali maschili e femminili: «aveva chiare connotazioni di omosessualità maschile in senso spregiativo ed era connessa ad hmt (donna). Hm era impiegato a proposito di nemici e codardi nell’esercito egizio in documenti militari del Medio Regno» 8M. Bernal). Gli studiosi ritengono però tali riferimenti di epoca ittita, ma la cosa non è ammissibile, sia perchè Erodoto parla di colonne e di scrittura riferita a Sesostris sia perchè vi si descrivono chiaramente i geroglifici egizi, che lo storico greco conosceva per averli visti in Egitto. Gli Ittiti sono quindi fuori discussione, anche se lungo la strada fra Sardi e Smirne, al passo di Karabel, vi è un rilievo che ha tratto in inganno i divulgatori. In realtà questo rilievo simboleggiava il confine tra gli stati di Mira e di Seha e non ha nulla a che fare con quanto riferito da Erodoto. Ma anche fosse stato un errore di Erodoto, non ne viene intaccato il riferimento alle colonne, che lo storico dice fossero sparse dalla Tracia alla Palestina.
Anche Diodoro Siculo (I, 53) parla di Sesostri, chiamando col nome forse più vicino alla pronuncia egizia « Sesoosi » e vantandone la hybris, le grandissime imprese militari e il bottino immenso di beni e di schiavi; hybris il cui fine era quello di instaurare un « dominio universale », fatto che non deve sorprendere solo perchè più antico di 1600 anni del tentativo di Alessandro. Lo storico siculo fornisce anche le cifre delle truppe impiegate per la spedizione, durata nove anni, esagerando forse i dati, poichè all’epoca gli Egizi non avrebbero dovuto disporre di carri da guerra, in quanto privi di cavalli. Resta il fatto che se Annibale varcò le Alpi con gli elefanti, non si vede quali difficoltà potrebbero aver impedito a Sesostri di invadere l’Anatolia con essi e altre salmerie. Mancavano anche di spade, cui supplivano però con non meno efficaci mazze da combattimento. Le truppe erano allenate per percorrere a piedi grandi distanze e si tramanda che l’allenamento preliminare degli ufficiali egizi fosse stato di circa 30 chilometri al giorno. Inoltre Sesostri fu il primo ad allestire una flotta da guerra, mentre in precedenza si usavano le normali navi mercantili. Si parla infatti di un assoggettamento delle isole Cicladi (e forse di Creta): secondo il celebre Marinatos, l’archeologo scopritore dell’Atlantide egea, in alcuni affreschi dell’isola di Santorini sono effigiati chiaramente individui di pelle nera. Parla ancora di Sesostri lo storico Manetone, col nome di Sesonchosis. Nel faraone egizio è evidente l’assimilazione con Osiride, e nelle conquiste di quest’ultimo si vogliono vedere le conquiste di Sesostri.
Martin Bernal scrive che esiste una tradizione « ionica » che ricorda la conquista di Sesostri ma sotto il nome di suo figlio, il Faraone Amenehme. Omero infatti non si è limitato a citare la presenza di Ercole/Sesostri nell’antica guerra di Troia, ma, invertendo le parti (a favore dei Troiani quindi), ha citato anche la presenza di Memnone/Amenehme II° come uno dei più agguerriti e valorosi combattenti. Di costui non dice molto, ma gli studiosi Clark e Coulson ritengono che egli abbia volutamente sostituito la storia di Memnone con quella identica di Sarpedonte. Ne parla anche Esiodo nella Teogonia definendolo « re degli Etiopi » (per i Greci “etiope” equivaleva a dire “negro”) e con lo stesso titolo definisce il Memnone giunto in aiuto dei Troiani un altro poema del ciclo troiano, l’Etiopide di Arctino di Mileto. Lo stesso titolo, Etiopide, dimostra quanto centrale fosse stato un tempo per la storia di Troia il mito « africano ».
Se non vi è traccia di conquiste « asiatiche » fino in India – frutto di posteriore propaganda in funzione antipersiana e antiassira – vi sarebbero tracce di una conquista dell’attuale Georgia, in Caucaso, dove si tramanda fino ad epoca sovietica di popolazioni « nere » dalle misteriose origini. Il regime sovietico ha poi « disperso » fra altre etnie questi sopravviventi « neri » di Suhumi, in Georgia (ora Abkazia, dopo la recente guerra). Una popolazione « nera » vi è ricordata anche da San Gerolamo e da Sofronio, nel IV sec. a.C., il che mette da parte l’obiezione che potesse trattarsi di schiavi neri lì portati quando il Caucaso meridionale era sotto il dominio turco.
La memoria di un’invasione egiziana dell’Anatolia verso il 1900 a.C. non è sopravvissuta solo nelle opere letterarie o nella glittica, ma anche nella geografia politica, cioè nei nomi di località dai corrispettivi egiziani; alla luce di questa invasione si potrebbero spiegare i nomi di località anatoliche come Sinope (Se-n H-py), Abydos (зbdw), Bisanzio, Ponto (Pwnt), Tinia (Tзnwt), Colchide (Kзš) ecc. – volendo tacere di toponimi della Grecia vera e propria.
domenica 21 marzo 2010
ACHEI
ACHEI (gr. *Achaivoi) Popolazione indoeuropea scesa in Grecia da Nord a colonizzare vaste aree di quel paese e dominanti a partire dal 1600 a.C. Da loro presero nome diverse regioni, tutte denominate Acaia (come Acaia Phtiothis in Tessaglia), la più famosa delle quali è l’Acaia del Peloponneso. Il nome Achei è connesso con Achille, Acheronte, Aci, Acca, tutti termini aventi attinenza con l’acqua e potrebbe denotarli quindi come Popolo dell’acqua, pur non avendo nulla a che fare con i successivi Popoli del Mare. Sono anche noti col nome erroneo di Micenei, termine tecnico dato dagli studiosi. Una tesi (Martin Bernal) vuole che gli Achei fossero un popolo grecizzatosi stanziato in Anatolia nord-occidentale. All’origine di questa vi è la tradizione mitologica, tramandata da Pindaro e da Tucidide, che vuole capostipite di questi Achei, Pelope figlio di Tantalo, padre di Atreo e nonno di Agamennone e Menelao, il quale, appunto, sarebbe stato originario di quella regione, come anche tramanda Strabone, e che poi si trasferì nel Peloponneso, terra che da lui prese il nome. In seguito l’ipotesi ha preso forza grazie al ritrovamento, nel 1924, di una iscrizione ittita che parlava di un popolo Ahhiyawa o Ahhiya e che il suo scopritore, il linguista Emil Forrer, associò subito con Achei, forte del fatto che alcune leggende ittite sono assai simili al mito di Pelope. Anche la decifrazione della lingua Lineare B (1952), che ha permesso di scoprire la parola achei nel linguaggio proto-greco, ha di fatto aggiunto valore alla tesi di Forrer. Il mito anatolico di Pelope però, può essere fuorviante. Pelope infatti non è il capostipite degli Achei, ma solo il nonno di alcuni personaggi achei dell'Iliade. Il capostipite degli Achei è invece Acheo (Achaios)che, secondo Dionisio di Alicarnasso, era figlio di Poseidone e di Larissa. Quest'ultima, indicante un toponimo della Tessaglia, testimonierebbe dell'origine greca degli Achei. Secondo i testi ittiti, gli Achei o Ahhiya erano un popolo d’occidente, nemico, che avevano sconfitto nel corso della guerra contro la confederazione di Assuwa, nel 1430 a.C. Secondo Robert Graves invece, autore non meno interessante di Martin Bernal, ci sono dei mitografi che sostengono l’origine indigena greca sia di Tantalo che di Pelope, e che questi due nomi fossero addirittura pre-achei, titoli dinastici importati in Anatolia dai primi coloni greci (lì ci sarebbe stata l’assimilazione con i miti di consimili divinità locali), poi reintrodotti in Grecia dopo la caduta degli Ittiti. Gli Achei comunque ebbero il loro maggiore centro di irradiazione nel Peloponneso, prima in Acaia e in Elide, poi oltre, con la città di Argo, Micene (da qui il termine micenei), Pilo e Tirinto. Furono loro ad imprimere i primi moti alla colonizzazione greca sia nel Mediterraneo orientale che in quello occidentale e a conquistare (1470 a.C.) la Creta minoica. Anzi, la conquista di quest’isola, agevolata da terribili eventi naturali, gli permise di sostituirsi ai Cretesi nel dominio di molti fondaci commerciali dell’Egeo anatolico. Merci micenee spaziano in un areale immenso, dal Veneto alla Georgia fino alla Nubia. Il crollo della loro potenza – un aggregato di piccoli stati “feudali” – è datato a circa il 1200-1050 a.C. e variamente attribuito alla discesa di un’altra popolazione indoeuropea, i Dori, così come a lotte intestine e ad eventi climatici. Sono passati alla storia quali protagonisti dell’attacco allo stato di Troia, che distrussero per tenere aperto lo sbocco commerciale sul Mar Nero. Furono anche un raro caso di popolo di pastori semi-nomadi divenuti esperti marinai. La scoperta della loro civiltà si deve all’archeologo dilettante Heinrich Schliemann (1874). Eredi immediati degli Achei furono gli Ioni, la tribù greca con al suo vertice Atene che forse discendeva da un nucleo miceneo non soggiogato dai Dori. Erodoto narra infatti che gli Ioni abitavano in origine la regione detta Acaia nel Peloponneso.
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